Manuale di trading - II° parte
Trading azionario fuori dagli orari di negoziazione
1.1 Fuori dagli orari
Nella definizione di trading fuori dagli orari di negoziazione (out-of-hours) vengono comprese tutte quelle operazioni che si svolgono fuori dalle regolari sessioni di trading.
Prima dell’apertura canonica degli scambi avviene il ‘pre-market’, molto importante negli Stati Uniti, mentre a seguito della chiusura si svolge il ‘post-market’ (Afterhours).
Sono possibili anche alcune operazioni relativi a determinati mercati nel corso del fine settimana e in questo caso di parla di ‘weekend trading’.
Il trading oltre gli orari normali permette ai trader di reagire alle notizie dell’ultima ora e agli annunci sui risultati diffusi dalla società, di ‘lavorare’ su una posizione (aprendola, modificandola o chiudendola) oltre le ore classiche, oppure fare hedging a seguito di news impattanti.
1.2 Il pre-market
Il mercato attivo prima dell’apertura ufficiale non riguarda lo scambio dei titoli azionario, ma i contratti derivati, ovvero i future.
La compra-vendita di questi contratti permette alle parti di concordare uno scambio di titoli in una data futura che avverrà al prezzo stabilito nel contratto, permettendo di ridurre l’incertezza relativo al futuro andamento dello stesso titolo.
Pertanto, le eventuali differenze di prezzo tra quello stabilito nel contratto e quello in vigore alla data dello scambio decisa nel future porteranno un vantaggio ad una parte rispetto all’altra.
Il pre-market offre spesso un’anticipazione abbastanza fedele circa il livello a cui aprirà un titolo azionario, anche se è più apparente che sostanziale, visto l’oggetto diverso al centro degli scambi, pertanto ci possono essere delle differenze circa i prezzi tra future e azioni al momento dall’apertura.
In queste sessioni di mercato il livello di liquidità è spesso più basso rispetto a quelle ufficiali e possono presentare una volatilità maggiore.
Negli Stati Uniti, l’orario del pre-market per il Nasdaq è tra le 4:00 e le 09:30 ET (10:00 – 15:30 in Italia), mentre Borsa Italiana prevede gli scambi prima dell’apertura tra le 8:00 e le 9:00.

1.3 Il post-market
Nel post-market è possibile operare sul mercato dopo la chiusura della sessione principale e, siccome anche in questo caso non tutti i trader possono accedere a queste negoziazioni, spesso offrono meno liquidità e prezzi inferiori, con cambi di quotazione anche più rapidi.
L’orario del mercato post chiusura, chiamato After Hours Trading negli USA, è possibile nella borsa di New York dalle 16 alle 20 ora locale (dalle 22 alle 2 in Italia), mentre a Milano è previsto tra le 18 e le 22:30.
1.4 La Pre-Asta di Milano
Alla borsa di Milano la fase che precede l’asta di apertura o di chiusura sui mercati gestiti da Borsa Italiana SpA viene definita Pre-Asta e durante questo periodo gli operatori autorizzati immettono, modificano e cancellano le loro proposte di negoziazione.
Si tratta della prima fase che caratterizza l’apertura e le proposte sono ordinate dal sistema telematico di negoziazione (per ogni strumento) in base al prezzo e, a parità di questo, in base alla priorità temporale determinata dall’orario di immissione.
Nel corso di questa fase il sistema calcola e aggiorna continuamente il prezzo teorico di asta, determinato in base ad una serie di criteri gerarchici, ogni volta ogni volta che, su ciascuno strumento, è immessa, modificata o cancellata una proposta di negoziazione.
1.5 Orario prolungato di Borsa Italiana
Il Segmento del BIt Eq MTF (Borsa Italiana Equity MTF, ossia Multilateral Trading Facility) di Borsa Italiana S.p.A. permette la negoziazione oltre l’orario consueto di strumenti finanziari quali azioni, ricevute di deposito azionarie e altri titoli di capitale di rischio equivalente liberamente trasferibili e idonei alla liquidazione e quotati su mercati Ocse.
Operativo dall’11 luglio 2016, prolunga l’orario di borsa fino dalle ore 18:00 alle 20.30 in maniera continuata.
Per essere ammessi alla negoziazione post-seduta è necessario richiederne che l’emittente o un operatore facciano domanda secondo quanto previsto nelle linee guida e Borsa Italiana si riserva di richiedere che chi ha chiesto l’ammissione svolga l’attività di operatore specialista per gli strumenti finanziari di cui ha richiesto l'ammissione o incarichi un operatore per lo svolgimento di tale attività.

Lo split azionario
2.1 Cos’è uno split azionario
Lo split azionario consiste nel processo di suddivisione delle azioni in circolazione di una società in un numero maggiore grazie a nuove emissioni.
Il frazionamento si esprime in un rapporto numerico tra quante azioni detiene un socio e quante ne corrispondono alla fine dell’operazione.
Ad esempio, un frazionamento 5 a 1 indicherà 4 nuove azioni ricevute per ognuna detenuta, mentre il prezzo del titolo verrà diviso per 5, permettendo così alla capitalizzazione di mercato di restare la stessa.
2.2 I motivi di uno split
L’obbiettivo di questo tipo di operazione è quello di fornire la possibilità di acquistare le azioni della società ad un numero maggiore di investitori, grazie alla riduzione del prezzo unitario dei titoli.
L’aumento dei trader interessati ad una società, inoltre, permette di incrementare il valore del titolo, anche se negli ultimi tempi l’aumento del numero di broker che forniscono la possibilità di acquistare frazioni di azioni riduce l’importanza di questo motivo.
Tra gli altri motivi può esserci anche quello di rendere più fluido il sistema dei compensi ai dipendenti, così come deciso in passato da grandi società americane come Amazon e Google, mentre può essere finalizzato anche all’entrata del titolo nell’indice Dow Jones, il quale pondera le azioni in base al prezzo e non alla capitalizzazione dell’azienda.
2.3 Cosa accade alle azioni e alla capitalizzazione
Il valore unitario delle azioni resta lo stesso, compreso quello relativo alle frazioni di titoli, cambierà soltanto il numero di azioni in proporzione al rapporto di frazionamento.
Nessun cambio nemmeno sulla capitalizzazione della società, nonostante l’aumento del numero delle azioni in circolazione con un prezzo unitario inferiore, ma il valore di mercato complessivo resta lo stesso.
La capitalizzazione può cambiare nel caso in cui entrino nuovi investitori attirati da un prezzo più basso, tra i motivi della scelta di un frazionamento.

2.4 Le conseguenze su dividendo e opzioni
Il frazionamento non incide sul dividendo distribuito o programmato dalla società, ma diminuisce in proporzione allo split, salvo diverse decisioni da parte del consiglio di amministrazione.
I contratti di opzioni vengono rimodulati per tener conto della suddivisione delle azioni e il loro singolo valore resta lo stesso, mentre cambia solo l prezzo e il numero dei titoli sottostanti.
2.5 L’uso ai tempi attuali
Negli ultimi anni lo split azionario è diffuso sempre meno con un minore di società che ne fanno uso.
Se nel 2020 il frazionamento è stato realizzato da grandi società come Apple (rapporto 4 a 1) e Tesla (5:1), nel 2022 è stata la volta di Alphabet, proprietaria di Google, con uno split di 20 a 1.
Altre grandi società, invece, hanno deciso di non farne uso e tra queste c’è Berkshire Hathaway di Warren Buffet, le cui azioni sono scambiate a circa 485 mila dollari, anche se in passato (1996 e 2010) ne aveva fatto uso per i suoi titoli di classe B.
Se in passato le società tendevano maggiormente a frazionare il proprio capitale, questo trend è cambiato con l’avvento della possibilità di acquisire azioni frazionate, permettendo così l’accesso anche agli investitori retail grazie a prezzi più bassi.
A questo si aggiunge la questione legata alle commissioni, meno elevate quando si acquisivano lotti maggiori, ma ultimamente le piattaforme online si sono adeguate a questo problema, offrendo tariffe basse o addirittura nulle.
Il dividendo azionario
3.1 Cos’è il dividendo
Il dividendo è la parte di utili distribuita da una società ai propri azionisti al termine dell’esercizio a seguito dell’approvazione dell’assemblea su proposta del consiglio di amministrazione.
L’ottenimento di un dividendo da parte dell’azionista non è automatico, nemmeno nei casi di chiusura in utile del bilancio di esercizio, rendendolo un provento incerto.
Anche nel caso in cui la società chiuda in positivo, infatti, gli utili possono non essere distribuiti ma investiti in altri modi, ad esempio per ripianare le perdite, rafforzare la società o indirizzati verso altri obiettivi aziendali.

3.2 Il pay out
Le società possono prevedere nei loro piani la distribuzione di una quota dell’utile da distribuire, chiamato pay out, speso indicato nei loro piani pluriennali.
A questo si aggiunge il concetto di pay out ratio (o Dividend Pay Out Ratio), espresso di norma in termini percentuali, è un indicatore che misura il rapporto fra i dividendi distribuiti e gli utili netti d’impresa.
Tale rapporto è spesso utilizzato quale parametro indicativo della politica societaria, individuando se siamo di fronte ad una azienda con finalità di sostegno dei dividendi (pay out elevato) o di autofinanziamento (pay out basso).
Spesso il pay out ratio è inferiore all’unità, in quanto la parte di utili reinvestita è generalmente inferiore al totale, anche se può assumere valori superiori a questa unità quando, in presenza di bassi utili, la società attinge alle riserve per distribuire valore agli azionisti che altrimenti potrebbe essere troppo basso.
Generalmente le società con alti tassi di crescita presentano un livello basso di pay out ratio, in quanto la parte di utile non distribuita è destinata al finanziamento di nuovi investimenti, evitando così di cercare nuovo capitale a titolo di debito o di capitale a rischio.
Al contrario, società operanti in settori considerati ‘maturi’ presentano un più alto valore di pay out ratio, distribuendo dividendi maggiori.
3.3 Tipologie
Le tipologie principali di dividendi comprendono quello ordinario, ovvero la cifra ricevuta in base al payout stabilito dalla società in caso di ottenimento di un utile, e quello straordinario, deciso dalla società in caso di qualche operazione o profitto straordinario.
A questi si aggiungono il dividendo supplementare, incorporato per vari motivi in quello ordinario, e quello azionario, quando si compone di azioni.
In base alle modalità di distribuzione, il dividendo può essere intero, percepito in un unico pagamento, a rate nel corso dei mesi dell’anno, oppure in qualità di acconto, ovvero distribuito anteriormente alla redazione ed approvazione del relativo bilancio, in acconto sul futuro dividendo che verrà deliberato dall'assemblea dei soci.
3.4 Il calendario
Il pagamento del dividendo prevede diverse meccaniche, con diverse tipologie di ‘appuntamenti’ per l’azionista.
La data di annuncio è quella in cui il consiglio di amministrazione della società comunica l’importo del dividendo e in questa occasione annuncia anche la data ex dividendo (o record date), quella di registrazione e quella di pagamento.
La data ex dividendo è il giorno in cui l’azionista ha diritto a ricevere il dividendo e trascorsa questa data può vendere l’azione ricevendo comunque il dividendo.
Il giorno di registrazione è quello in cui la società determina ufficialmente l’elenco dei suoi principali azionista, mentre in quella di pagamento si indica quando l’azionista riceverà il dividendo rispetto allo stacco e può passare anche molto tempo.
3.5 Effetto sulle azioni
L’investimento in azioni per ottenere un guadagno dal dividendo è una delle ragioni per cui si sceglie di rivolgersi al mercato azionario.
Il dividendo non cambia a seconda del tempo in cui gli investitori detengono le azioni così come accade, ad esempio, con l’acquisto di obbligazioni.
Alcuni investitori cercano di acquistare il titolo subito dopo che il dividendo è stato annunciato, per poi cercare di venderlo allo stesso prezzo dopo che lo hanno percepito. Questa, però, risulta difficile a causa dell’effetto dividendo sul valore delle azioni.
La quotazione azionari risente delle variazioni del valore del capitale, condizionato sia dal valore capitale del titolo che dall’ipotetico pezzo di dividendo maturato.
Al momento del pagamento del dividendo si riduce il patrimonio della società per destinarlo alla remunerazione degli azionisti, quindi si ridurrà anche il valore dell’azione.
Aumento di capitale
4.1 Definizione
L’aumento di capitale è una procedura straordinaria che consiste nell’aumento del valore di una società, approvata dall’assemblea dei soci e da iscrivere nel registro delle imprese, in quanto prevede una modifica dell’atto costitutivo.
Questa operazione è utilizzata per superare le crisi di una società o di liquidità, permettendo l’autofinanziamento senza il ricorso a finanziamenti esterni più onerosi, oppure semplicemente per aumentare l’appeal dell’azienda nei confronti degli investitori.
L’aumento di capitale si può realizzare solo a seguito della liberazione delle azioni precedentemente emesse, evitando così di accumulare capitale che non sarebbe reale, e in assenza di perdite pari a o superiori ad un terzo del capitale.
4.2 Modalità
Il Codice civile prevede diverse modalità di aumento di capitale a seconda se questa operazione modifichi o meno il patrimonio dell’azienda.
In particolare, si parla di aumento a pagamento (reale) quando vengono immessi nel capitale nuove risorse, incrementando anche il patrimonio sociale.
Con questa procedura è riconosciuto ai soci precedenti il ‘diritto di opzione’, con il quale possono sottoscrivere le azioni emesse in sede di aumento in proporzione al numero dei titoli già posseduti, ricevendo così una sorta di via preferenziale nella sottoscrizione dell’aumento di capitale.
Quando viene effettuato a titolo gratuito vengono utilizzate le riserve, già disponibili nel patrimonio e destinate al capitale sociale.
In questo secondo caso, agli azionisti possono essere assegnate azioni a titolo gratuito ai vecchi azionisti, oppure viene aumentato il valore nominale dei titoli già in loro possesso.
4.3 I conferimenti
Nell’aumento di capitale è versare conferimenti in denaro e al momento della sottoscrizione deve essere versato almeno il 25% del valore nominale delle azioni sottoscritte o della parte di capitale sottoscritta.
Gli aderenti all’operazione possono versare anche beni in natura e crediti, con il primo caso che prevede l’obbligo di presentare una relazione giurata di un esperto nominato dal Tribunale nella quale si attesta come il valore dell’attribuzione sia pari alla quota sottoscritta.
Nelle società per azioni è vietato conferire prestazioni d’opera, previsto in quelle di persone e in quelle a responsabilità limitata.
4.4 Sottoscrizione parziale o totale
L’aumento di capitale prevede una data di conclusione e alla sua scadenza gli amministratori devono verificare la percentuale effettivamente sottoscritta.
L’operazione, dunque, può terminare una sottoscrizione integrale, nel qual caso sarà efficace dal momento stesso in cui il suo ammontare risulti totalmente sottoscritto.
Quando non viene completata si parla di sottoscrizione parziale, ma nella delibera di approvazione dell’operazione può essere ammessa la validità (aumento scindibile).
Quando, invece, la delibera non prevede la validità per aumenti parziali (aumento inscindibile), a quel punto l’aumento di capitale avrà alcun effetto né per la società né per i sottoscrittori.
Il giorno delle tre streghe
5.1 Definizione
Il Triple Witching Day, o giorno delle tre streghe in italiano, è una giornata particolare in campo finanziario molto conosciuto e temuto dai trader per la sua volatilità nel mercato.
Il nome è ispirato alla Witching hour, ovvero l’ora delle streghe, momento associato nell’antichità alla credenza legata all’emergere di misteriosi e paurosi eventi sovrannaturali, nel corso del quale per sessanta minuti si materializzavano creature come streghe, demoni e fantasmi, tutti al massimo dei loro poteri magici.

5.2 Cosa accade sul mercato
Queste giornate sono le più temute nel corso dell’anno in quanto scadono alcuni titoli azionari, ovvero i future sui gli indici, le opzioni sugli indici e le opzioni sulle azioni, appunto ‘le tre streghe’.
Questo accade nel terzo venerdì dell’ultimo mese di ogni trimestre, ovvero marzo, giugno, settembre e dicembre, nel corso dell’ultima ora di scambi della Borsa di New York, dalle 15 alle 16, in Italia dalle 21 alle 22.
In particolare, le opzioni sulle azioni, in quanto hanno consegna fisica, e i derivati sugli indici con “cash settled”, prevedono la liquidazione in contanti, quindi in entrambi i casi, i market maker devono chiudere la copertura.
A volte si parla del Quadruple Witching Day, perché a partire dal 2002, con la negoziazione dei contratti sui titoli singoli, nello stesso giorno scadono anche i future sulle azioni, pertanto tutti i derivati aperti devono essere consegnati, o almeno i profitti e le perdite per i contratti devono essere regolati in contanti.
5.3 Volatilità
La conseguenza sui mercati di tutti questi accadimenti è l’aumento dei volumi di scambi oltre la media, uno sballamento di tutte le previsioni e un picco di volatilità.
Dopo questo shock ci vuole una fase di assestamento prima che il mercato riprenda un andamento ‘naturale’, viste le notevoli ripercussioni sul resto dei mercati nelle settimane successive al giorno delle tre streghe.
L’ampia disponibilità di strumenti di copertura con più date di scadenza nell’arco dell’anno, però, con il tempo ha ridotto il pericolo di questi giorni, mentre lo spazio temporale di breve periodo per le indicazioni sulle borse limita le conseguenze a lungo termine.
5.4 Altri fenomeni
Secondo Phil Mackintosh, capo economista e vicepresidente senior al Nasdaq, la scadenza dei derivati non è l’unico fenomeno che accade nel giorno delle tre streghe.

Per sfruttare la liquidità aggiuntiva generata dal triple witching, scrive l’economista, alcuni grandi indici come S&P500, Ftse Global e Nasdaq-100 programmano anche i loro ribilanciamenti trimestrali (o annuali per il Nasdaq) proprio in queste date.
Le stime di Mackintosh arrivano a calcolare che il 40% del flusso del Market-on-Close (MOC) derivi probabilmente dai fondi indicizzati e da volumi di chiusura sei volte maggiori.
Se tutti gli strumenti derivati presentano una scadenza incorporata (mensile per i future e settimanale per le opzioni), solo in questo giorno si sovrappongono le scadenze mensili con quelle trimestrali.
