L'accordo Usa-Iran favorisce la debolezza del dollaro

L'accordo Usa-Iran favorisce la debolezza del dollaro

L’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz sta modificando gli equilibri sui mercati finanziari globali. Il calo del petrolio, il ridimensionamento dei rischi geopolitici e le attese per la prossima riunione della Fed stanno indebolendo il dollaro e favorendo il recupero di diverse valute internazionali. L’attenzione degli investitori si sposta ora sulle mosse della Fed e sulle indicazioni che arriveranno dal nuovo presidente Kevin Warsh.

Il cessate il fuoco cambia gli equilibri sui mercati

Il dollaro statunitense ha proseguito il proprio indebolimento all’inizio della settimana, risentendo dell’annuncio arrivato nel fine settimana secondo cui Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo provvisorio per mettere fine al conflitto e consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Come si legge nel’analisi di Lee Hardman, Senior Currency Analyst di MUFG, funzionari dei due Paesi si incontreranno in Svizzera il 19 giugno per formalizzare l’intesa. I dettagli completi dell’accordo non sono ancora stati resi pubblici, ma le informazioni disponibili indicano che sarà concessa una nuova finestra di 60 giorni per proseguire i negoziati sul futuro del programma nucleare iraniano.

Il presidente Donald Trump ha già precisato che gli Stati Uniti potrebbero tornare a colpire militarmente l’Iran qualora non si raggiungesse un’intesa definitiva sul dossier nucleare entro questo nuovo periodo negoziale. Una posizione che mantiene elevato il livello di attenzione dei mercati, pur in presenza di un clima più costruttivo rispetto alle settimane precedenti.

Gli operatori monitorano ora con particolare attenzione la velocità con cui il traffico marittimo tornerà alla normalità attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio energetico globale. In parallelo, il prezzo del petrolio ha continuato a correggere al ribasso durante la notte, avvicinandosi alla soglia degli 80 dollari al barile, segnale che gli investitori stanno progressivamente incorporando uno scenario di normalizzazione delle forniture energetiche.

Secondo Hardman, appare però improbabile un ritorno ai livelli precedenti al conflitto, quando il greggio scambiava sotto i 70 dollari al barile. Sarà infatti necessario del tempo affinché la produzione e la logistica tornino pienamente operative, mentre le scorte energetiche risultano ridotte rispetto ai livelli precedenti alla crisi. A questo si aggiunge la necessità di mantenere incorporato nei prezzi un premio per il rischio geopolitico più elevato, considerando che il processo negoziale resta fragile e potrebbe ancora fallire.

Le valute globali recuperano terreno

L’intesa tra Washington e Teheran contribuisce a ridurre il rischio di uno scenario molto più destabilizzante per l’economia mondiale e per i mercati finanziari internazionali.

Nell’analisi di Hardman, tra le principali valute del G10 la maggiore beneficiaria della nuova situazione è stata la corona svedese, che dall’inizio del conflitto, a fine febbraio, era risultata la valuta con la performance peggiore. La riduzione del rischio geopolitico ha favorito un rapido recupero, riportando gli investitori verso attività considerate più sensibili al ciclo economico globale.

L’accordo potrebbe inoltre sostenere diverse valute asiatiche che avevano subito forti pressioni durante l’escalation delle tensioni in Medio Oriente. Tra queste figurano la rupia indonesiana, il won sudcoreano, il baht thailandese e la rupia indiana, tutte particolarmente esposte agli effetti di un aumento dei costi energetici e al deterioramento del commercio internazionale.

La reazione della rupia indonesiana è già stata significativa. All’inizio della settimana la valuta ha registrato un rafforzamento prossimo all’1% contro il dollaro statunitense, segnalando il ritorno di una maggiore propensione al rischio da parte degli investitori.

Più in generale, secondo Hardman il nuovo contesto dovrebbe favorire una progressiva correzione dei guadagni accumulati dal biglietto verde durante il periodo di conflitto. Nei mesi precedenti, infatti, il dollaro aveva beneficiato della ricerca di sicurezza da parte degli investitori e del rialzo dei prezzi energetici, fattori che avevano sostenuto la valuta americana.

La riduzione delle tensioni geopolitiche modifica ora questo equilibrio, spingendo parte dei flussi finanziari verso valute e mercati che avevano sofferto maggiormente durante la fase di avversione al rischio.

La Fed e Kevin Warsh al centro dell’attenzione

Nonostante il quadro favorevole per le valute internazionali, gli operatori restano prudenti nel costruire posizioni fortemente ribassiste sul dollaro prima della riunione del Federal Open Market Committee.

Come sottolinea Hardman, il principale elemento di incertezza riguarda il possibile orientamento della Federal Reserve. Il mercato si aspetta infatti che i membri del FOMC mostrino un atteggiamento meno favorevole a ulteriori tagli dei tassi e che possano persino prendere le distanze dall’impostazione accomodante che aveva caratterizzato parte delle precedenti comunicazioni.

Particolare attenzione sarà rivolta al nuovo aggiornamento del dot plot, il grafico che raccoglie le proiezioni dei membri della Fed sull’evoluzione dei tassi di interesse. Un numero crescente di componenti del FOMC potrebbe infatti indicare la necessità di mantenere una politica monetaria più restrittiva per contrastare il rischio di un’inflazione superiore alle attese.

Nonostante questo scenario, Hardman continua a ritenere più probabile che il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, scelga di guardare oltre lo shock temporaneo legato ai prezzi energetici, mantenendo invariati i tassi di interesse.

Secondo Hardman, questa possibilità è diventata ancora più concreta dopo il raggiungimento dell’accordo tra Stati Uniti e Iran e la conseguente riapertura dello Stretto di Hormuz. La prospettiva di una normalizzazione dell’offerta energetica riduce infatti il rischio che l’aumento dei prezzi del petrolio si trasformi in una minaccia persistente per l’inflazione.

Il mercato obbligazionario statunitense ha già iniziato a ridimensionare le aspettative di futuri rialzi dei tassi da parte della Fed. Ciò lascia ancora spazio a un ulteriore indebolimento sia dei rendimenti dei Treasury sia del dollaro, qualora Warsh non adottasse una comunicazione particolarmente aggressiva.

I rischi per il dollaro restano legati all’inflazione

Lo scenario centrale delineato da Hardman resta dunque orientato verso un progressivo indebolimento del dollaro, sostenuto dalla riduzione delle tensioni geopolitiche e dalla possibilità che la Federal Reserve mantenga invariato il costo del denaro.

Secondo Hardman, il principale rischio per questa previsione sarebbe rappresentato da un cambiamento significativo nel messaggio della banca centrale americana. Qualora Kevin Warsh dovesse segnalare che la Federal Reserve sta valutando attivamente un rialzo dei tassi di interesse, la reazione dei mercati potrebbe essere molto diversa.

In quel caso, i rendimenti dei Treasury potrebbero tornare a salire e il dollaro recuperare parte della debolezza accumulata nelle ultime sedute. Gli investitori seguiranno quindi con estrema attenzione sia la riunione del FOMC sia le prime indicazioni strategiche del nuovo presidente della Fed.

Per il momento, il raggiungimento dell’accordo tra Stati Uniti e Iran ha riportato al centro dello scenario la prospettiva di una riduzione dei rischi globali e di un graduale ritorno alla normalità nei mercati energetici. Una dinamica che sta favorendo le valute più penalizzate dal conflitto e che, almeno nel breve periodo, continua a rappresentare un fattore di pressione per il dollaro statunitense.

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