Mercati oltre la crisi di Hormuz, lo sguardo al futuro

Mercati oltre la crisi di Hormuz, lo sguardo al futuro

Lo shock energetico legato al Medio Oriente si è rivelato meno grave del previsto, ma il quadro macro resta diviso tra un’Europa più vulnerabile ai rincari dell’energia e Stati Uniti alle prese con un’inflazione potenzialmente più persistente. In questo scenario, le obbligazioni recuperano un ruolo strategico nei portafogli, mentre sull’azionario e sull’intelligenza artificiale cresce l’importanza della selettività e della capacità di trasformare gli investimenti in utili concreti.

Uno shock energetico più contenuto

La crisi in Medio Oriente ha riportato la geopolitica al centro dell’analisi macroeconomica, ma la reazione dei mercati indica uno scenario meno severo rispetto alle previsioni formulate allo scoppio del conflitto. Come si legge nel commento di Andrea Delitala di Pictet Asset Management, il principale timore iniziale riguardava una significativa interruzione delle forniture energetiche provenienti dal Golfo Persico. Gli sviluppi più recenti mostrano invece che lo shock si è rivelato più contenuto del previsto.

La contrazione dei flussi petroliferi non avrebbe superato i 5 milioni di barili al giorno, un dato inferiore agli scenari più pessimisti, che ipotizzavano una riduzione dell’offerta globale vicina al 20%. A limitarne le conseguenze hanno contribuito il ricorso alle riserve strategiche, il mantenimento di rotte commerciali alternative e una gestione pragmatica dei traffici marittimi. Questi fattori hanno permesso di evitare un deterioramento più profondo del mercato energetico.

La volatilità è destinata a restare elevata, ma lo scenario attuale appare molto distante dalla crisi del 2022. L’assenza di una vera interruzione sistemica delle forniture ha ridotto il rischio che il rialzo dei prezzi dell’energia possa trasformarsi in uno shock globale capace di compromettere in modo duraturo crescita e stabilità finanziaria.

Il quadro macroeconomico presenta però profonde divergenze tra le due sponde dell’Atlantico. L’Europa resta la regione più esposta a un eventuale aumento strutturale dei prezzi energetici. Nell’ipotesi estrema di un incremento permanente del 50% delle quotazioni, la crescita potrebbe ridursi di circa un punto percentuale di Pil.

Gli Stati Uniti, grazie all’autosufficienza energetica raggiunta negli ultimi anni, sembrano in grado di assorbire meglio lo shock. Questa maggiore resilienza non elimina gli elementi di vulnerabilità. Un mercato del lavoro ancora molto solido e una domanda interna robusta potrebbero rendere l’inflazione americana più persistente rispetto a quella europea, alimentata in misura prevalente dalla componente energetica.

Secondo Delitala, i dati di giugno negli Stati Uniti e nell’Unione economica e monetaria indicano che il picco dell’inflazione potrebbe essere già stato raggiunto. L’andamento dei prezzi dei servizi osservato nei mesi precedenti suggerisce però una dinamica più vischiosa negli Stati Uniti, destinata a rendere più complesso il compito della Federal Reserve.

Il ritorno strategico delle obbligazioni

Al di là delle differenze regionali, i mercati continuano a incorporare ulteriori rialzi dei tassi da parte della Fed e della Bce. Un irrigidimento eccessivo delle condizioni monetarie rischia però di produrre effetti limitati sul controllo dell’inflazione, frenando al tempo stesso la crescita economica.

Gli effetti di una stretta monetaria si manifestano con un ritardo compreso tra 12 e 18 mesi, quando con ogni probabilità la fase più acuta della crisi sarà già stata superata. Il rischio, secondo Delitala, è quello di un errore di politica monetaria: intervenire troppo tardi, deprimendo l’attività economica senza incidere sulle cause originarie dell’inflazione.

Le aspettative di inflazione di lungo periodo restano sostanzialmente ben ancorate sia negli Stati Uniti sia nell’Eurozona. Questo elemento suggerisce che il compito principale delle banche centrali sia preservare la credibilità del proprio obiettivo di stabilità dei prezzi, più che reagire in modo meccanico a uno shock di natura esogena.

Il fenomeno più interessante riguarda il mercato obbligazionario. Le curve implicite continuano a incorporare tassi reali significativamente superiori ai livelli neutrali stimati dalle banche centrali, con scostamenti che in alcuni tratti della curva europea superano un punto percentuale.

Per giustificare valutazioni di questo tipo sarebbe necessario ipotizzare un cambiamento strutturale della crescita potenziale oppure un forte aumento della produttività. Il mercato sembra invece riflettere ancora il trauma del 2022, quando il rapido rialzo dei tassi provocò una delle peggiori correzioni della storia recente del reddito fisso.

Quel contesto è oggi profondamente cambiato. Dopo oltre un decennio di tassi prossimi allo zero, i rendimenti reali sono tornati su livelli storicamente interessanti, restituendo alle obbligazioni un ruolo strategico nella costruzione dei portafogli.

I mercati azionari continuano a beneficiare della solidità degli utili societari, soprattutto negli Stati Uniti. Il premio al rischio rimane però contenuto e le valutazioni incorporano già aspettative molto favorevoli sulla crescita futura. Per Delitala, ulteriori guadagni degli indici richiederanno quindi una riduzione dei tassi reali, un nuovo miglioramento degli utili oppure una combinazione di entrambi i fattori.

Il breve periodo continuerà a essere dominato dalle notizie geopolitiche, dall’inflazione e dalle decisioni delle banche centrali. Il vero tema strategico per gli investitori riguarda però la produttività e la crescita potenziale, variabili destinate a determinare la sostenibilità delle valutazioni e la capacità delle economie di assorbire tassi reali più elevati.

L’intelligenza artificiale alla prova dei profitti

È in questa prospettiva che l’intelligenza artificiale assume un peso sempre maggiore. La fase iniziale della rivoluzione dell’AI è stata dominata dalla competizione tra i grandi modelli linguistici e dall’entusiasmo generato dall’innovazione tecnologica. Il mercato è ora entrato in una fase diversa, nella quale il punto centrale non è più individuare la tecnologia più avanzata, ma capire chi riuscirà a trasformare investimenti senza precedenti in crescita degli utili e ritorni sul capitale.

Secondo le stime di Morgan Stanley richiamate da Delitala, gli hyperscaler, ossia i grandi operatori globali del cloud computing, potrebbero investire 700 miliardi di dollari nel 2026, per arrivare a sfiorare i 1.000 miliardi nel 2027 nello sviluppo delle infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale.

Alcune stime indicano inoltre un fabbisogno finanziario potenziale di 7.000 miliardi di dollari nei prossimi anni, necessario per sostenere la costruzione di data center, il potenziamento delle reti energetiche e l’espansione della capacità di calcolo.

Questo cambiamento sta già modificando la catena del valore. Se nella prima fase il mercato ha premiato soprattutto i produttori di processori, l’attenzione si sta ora estendendo alle memorie avanzate, alla componentistica, alle infrastrutture energetiche e agli operatori dei data center.

È in questo scenario che emerge il fenomeno della chipflation, vale a dire la pressione sui prezzi delle componenti più sofisticate provocata da una domanda superiore all’offerta. Alcuni produttori di memorie hanno registrato una crescita dei margini operativi compresa tra il 25% e il 50%, mentre gli investitori iniziano a valutare con maggiore attenzione la sostenibilità finanziaria di questo enorme ciclo di investimenti.

La sfida non consiste più nello sviluppare l’intelligenza artificiale più potente. Come sottolinea Delitala, il passaggio decisivo sarà dimostrare che questa innovazione è in grado di generare ricavi ricorrenti, flussi di cassa e crescita della produttività.

È questo il processo che potrebbe ridefinire nei prossimi anni non soltanto la leadership del settore tecnologico, ma anche gli equilibri dei mercati finanziari e le strategie di allocazione del capitale adottate dagli investitori istituzionali.

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