Il dilemma del dollaro, tra crescita record e fiducia incrinata nell'era Trump

Il dilemma del dollaro, tra crescita record e fiducia incrinata nell'era Trump

L'economia americana continua a crescere più delle altre grandi economie avanzate, ma il dollaro mostra segnali di debolezza che vanno oltre i normali movimenti del mercato valutario. Tra tensioni geopolitiche, politica commerciale, riserve auree in aumento e spinte alla dedollarizzazione, si apre un dibattito sempre più acceso sul futuro della valuta di riferimento mondiale e sul ruolo degli Stati Uniti nel sistema finanziario globale.

La forza dell''economia americana non basta a sostenere il dollaro

Gli Stati Uniti continuano a distinguersi come l'economia più dinamica tra le principali economie avanzate, grazie alla solidità dei consumi interni e al forte incremento degli investimenti, soprattutto nei data center destinati a sostenere lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. La crescita reale del Pil si è attestata intorno al 2% nel 2025 e, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe mantenersi su livelli analoghi anche nel 2026, ben al di sopra della media del G7, ferma allo 0,9%.

Eppure, come osserva Julian Marx, Research Analyst di Flossbach von Storch, proprio questo scenario rende ancora più sorprendente il comportamento del dollaro. Nonostante un'economia che continua a sovraperformare rispetto alle altre grandi aree sviluppate, la valuta statunitense ha perso terreno nei confronti dell'euro, della sterlina britannica e del dollaro canadese, segnale che le motivazioni della sua debolezza affondano le radici in fattori ben più profondi rispetto al semplice andamento del ciclo economico.

Il ruolo degli Stati Uniti nel sistema finanziario internazionale continua infatti a essere centrale. Il dollaro rappresenta ancora oggi la principale valuta di investimento per il settore finanziario globale e rimane la valuta di riserva dominante per le banche centrali. A conferma di questa posizione privilegiata, gli investimenti di portafoglio detenuti da investitori esteri negli Stati Uniti hanno raggiunto alla fine dello scorso anno circa 38.000 miliardi di dollari, una cifra superiore all'intero prodotto interno lordo americano e ulteriormente cresciuta nel corso degli ultimi mesi.

Secondo i dati del Dipartimento del Tesoro statunitense richiamati da Marx, nel solo 2025 gli investitori internazionali hanno destinato oltre 1.552 miliardi di dollari netti a nuovi investimenti in titoli statunitensi a lungo termine, dimostrando come l'attrattività dei mercati finanziari americani rimanga estremamente elevata nonostante le recenti oscillazioni della valuta.

Per decenni il dollaro ha costruito la propria leadership non soltanto sulla forza economica degli Stati Uniti, ma anche sulla percezione di un quadro istituzionale stabile, prevedibile e affidabile, caratteristiche che hanno trasformato il biglietto verde in uno dei principali beni rifugio a livello mondiale.

Secondo Marx, questo equilibrio ha iniziato però a mostrare alcune crepe durante il secondo mandato del presidente Donald Trump. La svolta nella percezione degli investitori è arrivata con il cosiddetto `Giorno della liberazione` dell'aprile 2025, quando l'amministrazione americana ha annunciato una serie di minacce tariffarie che hanno segnato una netta inversione rispetto alla tradizionale apertura commerciale degli Stati Uniti.

L'episodio è stato seguito, nel gennaio 2026, da un ulteriore momento di tensione internazionale, quando l'ipotesi di un'annessione della Groenlandia accompagnata dalla minaccia dell'uso della forza e dall'introduzione di dazi nei confronti della Danimarca e di altri partner europei ha contribuito ad alimentare dubbi sulla prevedibilità della politica estera americana.

Sebbene le misure commerciali siano state successivamente ritirate in tempi relativamente rapidi, Marx evidenzia come il danno reputazionale sia stato più duraturo delle stesse decisioni politiche, soprattutto perché maturato pochi mesi dopo la firma di un nuovo accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea. Proprio questa progressiva erosione della fiducia, più che l'andamento dell'economia americana, rappresenta uno degli elementi che oggi contribuiscono a spiegare la debolezza del dollaro sui mercati valutari.

Dedollarizzazione e nuove sfide per la valuta americana

Se la perdita di fiducia nel dollaro rappresenta un fenomeno relativamente recente tra gli alleati occidentali degli Stati Uniti, per molti Paesi rivali di Washington il tema della dedollarizzazione è invece presente da anni. Come evidenzia Marx, l'invasione dell'Ucraina e il successivo utilizzo delle sanzioni finanziarie contro Mosca hanno rafforzato la convinzione di numerosi governi circa la necessità di ridurre la dipendenza dalla valuta statunitense.

La possibilità che asset denominati in dollari possano essere congelati o sottoposti a restrizioni ha trasformato quella che per molti anni era stata considerata una semplice ipotesi teorica in un rischio concreto. Da qui nasce il crescente interesse di alcuni Paesi nel costruire un sistema finanziario meno dipendente dagli Stati Uniti.

Secondo Marx, tradurre questa strategia in una vera dedollarizzazione rimane però molto più difficile di quanto spesso venga raccontato. Basta osservare la composizione delle riserve valutarie mondiali per comprendere quanto il dollaro continui a occupare una posizione dominante. Escludendo inizialmente l'oro, oltre il 90% delle riserve delle banche centrali è ancora investito in dollari oppure nelle principali valute delle economie occidentali.

L'euro rappresenta circa il 20% delle riserve mondiali, mentre lo yen si colloca intorno al 6% e la sterlina britannica poco sotto il 5%. Molto più contenuto resta invece il peso della valuta cinese: il renminbi si ferma infatti intorno al 2%, una quota ancora troppo limitata per poter competere realmente con il dollaro nel ruolo di valuta di riserva globale.

A rafforzare questa posizione contribuisce anche il peso economico delle economie occidentali. Gli Stati Uniti e i loro principali partner continuano infatti a rappresentare oltre la metà del prodotto interno lordo mondiale, oltre a occupare una posizione centrale nei flussi commerciali internazionali. Per questo motivo, osserva Marx, gli ostacoli a un reale abbandono del dollaro rimangono estremamente elevati.

Ciò non significa che non siano in corso cambiamenti. Uno dei fenomeni più evidenti riguarda il crescente interesse delle banche centrali verso l'oro, diventato negli ultimi anni uno degli strumenti privilegiati per diversificare le riserve ufficiali.

Brasile, Cina e Turchia figurano tra gli acquirenti più attivi. Secondo le stime del World Gold Council richiamate da Marx, nel 2025 gli acquisti complessivi hanno superato le 860 tonnellate, un volume inferiore ai record del triennio precedente ma che, considerando il forte aumento delle quotazioni del metallo prezioso, assume un valore economico ancora più significativo.

I numeri mostrano un cambiamento graduale ma evidente. Tra il 2015 e il 2025 la quota dell'oro nelle riserve mondiali è salita da meno del 10% a circa il 28%, mentre nello stesso periodo la quota attribuibile al dollaro è scesa dal 58% a poco più del 40%.

Secondo Marx, questa evoluzione potrebbe alimentare le tesi più pessimistiche sul futuro della valuta americana, ma una lettura più approfondita dei dati racconta una realtà molto diversa.

In termini assoluti, infatti, le riserve ufficiali detenute in dollari sono rimaste sostanzialmente stabili attorno ai 7.000 miliardi di dollari. La perdita di peso relativo deriva soprattutto dall'impennata delle quotazioni dell'oro, che ha aumentato automaticamente il valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali.

Inoltre, pur rappresentando una straordinaria riserva di valore, l'oro continua a presentare limiti evidenti rispetto alle funzioni tipiche della moneta. Non può infatti sostituire il dollaro come mezzo di pagamento internazionale né come strumento operativo per il commercio globale, elementi che continuano a garantire alla valuta americana un vantaggio competitivo difficilmente replicabile.

Il predominio del dollaro resta intatto ma aumentano le alternative

Nonostante le discussioni sulla dedollarizzazione, molti degli indicatori che misurano il ruolo internazionale della valuta americana continuano a confermarne la leadership. Marx richiama un recente studio della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) che evidenzia come, nel mercato del credito internazionale, dollaro ed euro abbiano addirittura rafforzato la propria posizione negli ultimi venticinque anni.

Nel 2000 circa il 60% delle obbligazioni internazionali emesse nei 29 Paesi analizzati risultava denominato in dollari. Nel 2024 questa quota è salita a oltre il 63%, con casi particolarmente significativi nei mercati emergenti, dove Brasile e Turchia hanno ormai superato il 90% di emissioni denominate nella valuta statunitense.

Anche l'euro ha registrato un rafforzamento della propria presenza internazionale, passando dal 12% al 21% delle emissioni obbligazionarie, ma nessuna delle altre grandi valute è riuscita ad avvicinarsi al peso del dollaro.

Un altro elemento che conferma questa centralità riguarda il mercato delle criptovalute. Le principali stablecoin continuano infatti a essere quasi interamente ancorate al dollaro, dimostrando come anche le nuove infrastrutture digitali della finanza globale continuino a fare riferimento alla valuta americana.

Secondo Marx, la competizione tra valute fiat resta quindi fortemente sbilanciata a favore del dollaro, anche se il contesto internazionale sta lentamente cambiando.

Un confronto storico con l'euro offre un'altra chiave di lettura interessante. Il cambio euro-dollaro è oggi molto vicino ai livelli registrati al momento della nascita della moneta unica nel 1999, quando un euro valeva circa 1,18 dollari, un livello attorno al quale il mercato è tornato a muoversi negli ultimi trimestri.

Osservando però il cambio effettivo ponderato per gli scambi commerciali, emerge come l'euro risulti oggi quasi il 30% più forte rispetto alla fine degli anni Novanta. Questo significa che una parte della debolezza del dollaro riflette anche il rafforzamento della valuta europea.

Per Marx il quadro che emerge è quello di una valuta ancora dominante ma meno incontrastata rispetto al passato. Sempre più banche centrali stanno aumentando la quota di oro detenuta nelle riserve e diversi blocchi economici stanno cercando di rafforzare la propria autonomia monetaria.

La Cina continua ad ampliare la propria influenza economica attraverso la Belt and Road Initiative, finanziando grandi infrastrutture internazionali e cercando progressivamente di aumentare il ruolo del renminbi negli scambi commerciali.

Parallelamente, la Banca Centrale Europea sta cercando di valorizzare la stabilità istituzionale dell'Eurozona per proporre l'euro come alternativa credibile agli investimenti denominati in dollari. In questa strategia rientra anche il progetto dell'euro digitale, concepito per ridurre la dipendenza europea dai grandi operatori statunitensi dei pagamenti elettronici e rafforzare l'autonomia finanziaria del continente.

Per Marx, queste iniziative rappresentano anche un messaggio indirizzato agli Stati Uniti. Se Washington dovesse continuare a utilizzare il predominio del dollaro come leva politica e diplomatica, potrebbe progressivamente incentivare un numero crescente di Paesi, compresi alcuni tradizionali alleati, a sviluppare strumenti alternativi.

L'autore osserva come un utilizzo eccessivamente frequente della posizione dominante del dollaro rischi di produrre un effetetto opposto rispetto a quello desiderato. Più spesso gli Stati Uniti ricorreranno alla propria forza finanziaria come strumento di pressione internazionale, maggiore potrebbe diventare la volontà di altri Paesi di ridurre la propria dipendenza dal biglietto verde.

Secondo Marx non esistono ancora elementi tali da mettere seriamente in discussione il ruolo del dollaro come principale valuta mondiale. Rimane infatti il punto di riferimento della finanza internazionale e conserva vantaggi strutturali difficilmente replicabili. Allo stesso tempo, un'amministrazione americana caratterizzata da un approccio costantemente conflittuale potrebbe accelerare i processi di emancipazione già in atto, aumentando nel tempo la probabilità che il predominio del dollaro si riduca gradualmente.

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