STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio negativo con il future che segna un rialzo del +1,5%. Poco mossi, invece, i futures sull’S&P 500 (-0,1%) e quelli sul Nasdaq 100 (-0,2%).
Nelle ultime 24 ore il quadro finanziario globale è stato dominato da una brusca inversione delle aspettative legate al conflitto tra Stati Uniti e Iran. Le crescenti speranze di un accordo diplomatico hanno innescato una forte discesa delle quotazioni energetiche, con il Brent avviato verso i minimi degli ultimi tre mesi. Il ridimensionamento dei prezzi del petrolio ha alimentato un deciso recupero sia dei mercati obbligazionari sia di quelli azionari, attenuando i timori di uno shock stagflazionistico prolungato.
Lo scenario appariva molto diverso soltanto poche ore prima. Nella mattinata di ieri i mercati si confrontavano ancora con una seconda giornata di attacchi statunitensi contro l’Iran. Donald Trump aveva dichiarato che le operazioni militari sarebbero proseguite anche per una terza giornata e che gli Stati Uniti avrebbero potuto assumere il controllo dell’isola di Kharg e di altre infrastrutture petrolifere iraniane. Dopo la chiusura dei mercati europei il presidente americano ha però cambiato radicalmente posizione, annunciando sui social che i colloqui con Teheran erano stati portati ai massimi livelli della leadership iraniana e approvati. Trump ha quindi comunicato la cancellazione degli attacchi previsti per la serata, aggiungendo che tutti i punti essenziali dell’intesa erano stati approvati sia nella sostanza sia nei dettagli e che luogo e data della firma sarebbero stati comunicati a breve. Successivamente il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti avevano raggiunto un’importante intesa per porre fine alla guerra con l’Iran, precisando che l’accordo potrebbe essere firmato nel fine settimana in Europa e che lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto una volta completato il processo.
Il calo del petrolio e la prospettiva di una riapertura dello Stretto di Hormuz hanno modificato sensibilmente le aspettative sulla politica monetaria. Gli investitori hanno ridimensionato le probabilità di un rapido rialzo dei tassi negli Stati Uniti. I mercati attribuiscono ora una probabilità del 77% a un intervento della Fed entro dicembre, dopo che a inizio settimana tale scenario era considerato pienamente scontato. Un rialzo dei tassi risulta ora completamente incorporato nelle quotazioni soltanto a partire dalla riunione di marzo 2027.
Anche il mercato azionario statunitense ha beneficiato del miglioramento delle aspettative sull’inflazione e sui tassi. L’S&P 500 ha chiuso la seduta di ieri con un progresso del +1,8%, il più forte degli ultimi due mesi, Tra i titoli che avevano sofferto maggiormente nelle settimane precedenti si sono distinti il Philadelphia Semiconductor Index con un rialzo del +7,9%, il Nasdaq con un progresso del +2,5% e il Russell 2000 con un incremento del +3%.
Oltre agli sviluppi geopolitici, l’altra notizia centrale della giornata è stata la decisione della Bce di aumentare i tassi di interesse per la prima volta dal 2023. Il rialzo di 25 punti base ha portato il tasso sui depositi al 2,25%, rendendo Francoforte la principale banca centrale a intervenire dopo lo shock energetico generato dalla crisi mediorientale, seguendo le mosse già adottate da istituti come quelli di Australia e Norvegia. Christine Lagarde ha definito l’intervento pienamente giustificato e necessario, evidenziando come le pressioni inflazionistiche si stiano estendendo a un numero crescente di comparti economici. La Bce ha rivisto al rialzo le proprie stime, prevedendo un’inflazione media del 3% nel 2026 rispetto al precedente 2,6%, mentre l’inflazione core dovrebbe restare sopra il 2% fino al 2028, con una previsione del 2,2%.
Successivamente sono emerse interpretazioni differenti sulle prospettive future della politica monetaria europea. Bloomberg ha riportato che alcuni esponenti della Bce non escludono un nuovo rialzo già a luglio, mentre Reuters ha indicato che sarebbe necessario un ulteriore forte aumento dei prezzi del petrolio per giustificare un intervento così ravvicinato. Entrambe le ricostruzioni convergono comunque sull’ipotesi che sia una pausa sia una nuova stretta restino possibili. Lagarde ha evitato di fornire indicazioni precise sui tempi delle prossime decisioni. Gli economisti europei di Deutsche Bank continuano a prevedere un ulteriore rialzo a settembre che porterebbe il tasso sui depositi al 2,50%, ritenendo addirittura più probabile una successiva salita al 2,75% rispetto a una conclusione del ciclo restrittivo al livello attuale.
Le Borse europee hanno chiuso la seduta di ieri in rialzo già prima dell’annuncio relativo ai negoziati tra Stati Uniti e Iran. Lo Stoxx 600 ha guadagnato il +0,5%, interrompendo una serie negativa di quattro sedute consecutive. Positivi anche il Ftse 100 con +0,5%, il Cac 40 con +0,5% e il Dax con +0,1%.
Tra le notizie societarie ha attirato particolare attenzione Oracle. Dopo la diffusione dei risultati trimestrali avvenuta mercoledì sera, il titolo ha perso il -8,5% nella seduta successiva. Gli investitori hanno reagito negativamente a una spesa per investimenti superiore alle attese, riaccendendo i dubbi sulla sostenibilità della corsa agli investimenti nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. Oracle è diventata nell’ultimo anno il maggiore emittente non bancario dell’indice Bloomberg USD Investment Grade e ha segnalato l’intenzione di collocare ulteriori 20 miliardi di dollari di debito nei prossimi quattro trimestri. Dall’inizio di giugno il titolo ha perso il -26,4% rispetto al massimo intraday del 1° giugno, dopo aver guadagnato il +31% nelle tre sedute precedenti quel picco.
ASIA
In Asia il miglioramento del sentiment ha favorito un forte rialzo dei mercati azionari. Il Nikkei ha guadagnato il +3,4%, il Kospi il +8,3%, l’Hang Seng il +2,0%, il CSI 300 il +1,5% e lo Shanghai Composite il +1,6%.
In Giappone la lettura finale della produzione industriale di aprile ha mostrato una crescita dello 0,5% su base mensile, inferiore allo 0,8% indicato dalla stima preliminare. Su base annua l’espansione si è attestata al 2,0%, anch’essa rivista al ribasso rispetto al 2,3% comunicato nella prima rilevazione.
I dati confermano un andamento positivo dell’attività manifatturiera giapponese, pur evidenziando un ritmo di crescita meno sostenuto rispetto a quanto inizialmente stimato. La revisione arriva in una fase in cui gli investitori monitorano con attenzione lo stato di salute dell’economia nipponica in vista della riunione della Bank of Japan del 15 e 16 giugno, dalla quale il mercato si attende un nuovo aumento dei tassi d’interesse.
Tra i temi che iniziano a richiamare l’attenzione degli investitori figura anche il rischio di uno dei più intensi fenomeni di El Niño mai registrati nell’area dell’Oceano Pacifico. L’anomalo aumento delle temperature superficiali delle acque orientali del Pacifico tende a modificare la posizione della corrente a getto e a influenzare clima ed ecosistemi su scala globale. Storicamente gli episodi di El Niño risultano associati a una maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi, come inondazioni e danni ai raccolti agricoli, con possibili conseguenze sui prezzi alimentari. Il Climate Prediction Center degli Stati Uniti ha indicato una probabilità superiore al 65% che si sviluppi un forte El Niño entro la fine dell’anno e una probabilità vicina al 40% che l’evento raggiunga intensità molto elevata.
SPREAD E ASTE TITOLI DI STATO
Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,81%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 78 punti base.
L’attenzione degli operatori è rivolta al nuovo Btp Italia Sì destinato esclusivamente alla clientela retail. Il Ministero dell’Economia comunicherà oggi la cedola minima garantita del titolo indicizzato all’inflazione Foi con scadenza 23 giugno 2031. Il collocamento prenderà il via alle ore 9 di lunedì e, salvo chiusura anticipata dell’offerta, proseguirà fino alle ore 13 di venerdì, giornata in cui verrà resa nota la cedola definitiva.
PETROLIO
Le quotazioni del petrolio hanno ampliato il movimento ribassista dopo che Donald Trump ha dichiarato che un accordo di pace con l’Iran potrebbe essere firmato già nel fine settimana, nonostante i recenti attacchi militari statunitensi abbiano alimentato dubbi sulla reale possibilità di una rapida conclusione del conflitto.
Il Brent perde il -2%, scendendo sotto gli 89 dollari al barile dopo aver archiviato la seduta di ieri ai minimi degli ultimi due mesi, mentre il West Texas Intermediate si attesta in area 86 dollari. Il presidente degli Stati Uniti aveva inizialmente minacciato nuovi attacchi contro Teheran e il possibile sequestro delle infrastrutture petrolifere iraniane, salvo poi annunciare che ulteriori raid non sarebbero stati necessari perché un’intesa sarebbe ormai vicina. Dall’Iran è arrivata una posizione più prudente, con le autorità che hanno precisato come non sia stata ancora raggiunta alcuna conclusione definitiva e che il dossier resti in fase di valutazione.
Le tensioni continuano a interessare anche lo Stretto di Hormuz. Fox News ha riferito che le forze armate statunitensi hanno abbattuto durante la notte due droni d’attacco iraniani che avrebbero minacciato alcune navi commerciali. Teheran ha ribadito che il passaggio marittimo resterà chiuso a tutte le tipologie di imbarcazioni dopo gli ultimi episodi militari che hanno coinvolto gli Stati Uniti.
Trump ha sostenuto più volte negli ultimi mesi che un accordo con l’Iran fosse imminente, senza che nessuna delle ipotesi prospettate si sia concretizzata. La guerra ha provocato una quasi totale paralisi dei traffici attraverso Hormuz, limitando le forniture di petrolio, carburanti e gas naturale verso i mercati internazionali e contribuendo ad alimentare le pressioni inflazionistiche.
Secondo quanto riportato dall’agenzia semiufficiale Fars, l’Iran non ha ancora approvato alcun testo relativo a un’intesa con Washington. Nelle prime ore di giovedì le forze armate americane hanno condotto una seconda giornata consecutiva di attacchi contro la Repubblica Islamica dopo che Trump aveva accusato Teheran di rallentare deliberatamente i negoziati per un accordo di pace provvisorio.
Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital, ha osservato che il mercato sembra attribuire crescente importanza all’ipotesi che entrambe le parti abbiano più da perdere da un fallimento dei negoziati che da un compromesso. Secondo Khurshid questo non significa necessariamente che un’intesa sia imminente, ma indica che gli operatori non considerano più la rottura delle trattative come lo scenario più probabile.
Parlando ai giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha affermato che la firma potrebbe arrivare già nel fine settimana in Europa e che il vicepresidente JD Vance sarebbe pronto a partecipare alla cerimonia. Il presidente americano ha inoltre dichiarato che anche la Guida Suprema iraniana avrebbe dato il proprio assenso all’accordo, precisando comunque che il negoziato non è ancora stato finalizzato.
Secondo Axios, che cita un funzionario statunitense e un diplomatico di uno dei Paesi mediatori, l’intesa assumerebbe la forma di un memorandum d’intesa. Il documento prevederebbe l’estensione per sessanta giorni del cessate il fuoco, compreso il fronte libanese, la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza pedaggi e un alleggerimento delle sanzioni nei confronti dell’Iran subordinato al rispetto degli impegni assunti. In cambio, gli Stati Uniti revocherebbero il blocco navale e le due parti proseguirebbero il confronto sul programma nucleare iraniano.
Anche nell’eventualità di un accordo definitivo, diversi ostacoli continuerebbero a rallentare il ritorno alla normalità dei flussi energetici. Tra questi figurano la rimozione delle mine presenti nello Stretto di Hormuz, il riavvio dei giacimenti rimasti inattivi durante il conflitto e la riparazione dei danni subiti dalle infrastrutture energetiche colpite da droni e missili.
Alcune petroliere stanno già lasciando il Golfo Persico attraversando lo stretto, ma emergono segnali di una significativa riduzione delle scorte in diverse aree del mondo. Le riserve di carburante di Singapore sono scese ai livelli più bassi dal 2013, mentre negli Stati Uniti le scorte di greggio hanno registrato una rapida diminuzione nelle ultime cinque settimane.
ORO
L’oro consolida il forte recupero messo a segno nella seduta precedente, il più ampio dallo scorso marzo, dopo che Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero firmare già nel fine settimana un accordo con l’Iran per porre fine al conflitto che da mesi alimenta volatilità sui mercati finanziari globali e pressioni inflazionistiche.
Il metallo prezioso è salito leggermente fino a sfiorare quota 4.220 dollari l’oncia, dopo il balzo del +3,4% registrato nella giornata precedente. Trump ha dichiarato ieri che la Guida Suprema iraniana avrebbe accettato un’intesa di pace, precisando comunque che l’accordo non è ancora stato formalizzato. Il presidente statunitense ha definito il testo come “un memorandum d’intesa molto forte e in parte ancora concettuale”. Da Teheran non sono arrivate conferme ufficiali alle affermazioni della Casa Bianca.
Le dichiarazioni del presidente americano sono arrivate dopo la decisione di sospendere una terza giornata consecutiva di attacchi aerei contro l’Iran. Le forze statunitensi avevano condotto operazioni militari per due giorni, mentre la Repubblica Islamica aveva risposto annunciando la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutte le imbarcazioni.
Entrato nel quarto mese, il conflitto in Medio Oriente ha provocato gravi interruzioni nei flussi energetici attraverso Hormuz, contribuendo all’impennata delle quotazioni petrolifere e rafforzando le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte delle banche centrali impegnate a contenere l’inflazione. La Bce ha aumentato i tassi ieri per la prima volta in quasi tre anni e la presidente Christine Lagarde ha avvertito che le spinte inflazionistiche generate dalla guerra stanno iniziando a estendersi oltre il solo comparto energetico.
Nonostante il recente recupero, il prezzo dell’oro resta circa il -20% al di sotto dei livelli registrati prima dell’inizio della guerra alla fine di febbraio. La discesa sotto la media mobile a 200 giorni, uno degli indicatori tecnici più seguiti dagli investitori istituzionali per valutare il trend di lungo periodo, ha innescato ulteriori vendite nel corso della settimana, spingendo temporaneamente il metallo verso quota 4.000 dollari l’oncia nella seduta di ieri prima del successivo rimbalzo.
Carsten Menke, responsabile della ricerca Next Generation di Julius Baer, ha spiegato che gran parte delle pressioni ribassiste osservate nelle ultime sedute può essere attribuita al deterioramento del quadro tecnico. La banca ha inoltre rivisto al ribasso le proprie stime sull’oro, indicando ora un intervallo di prezzo compreso tra 4.250 e 4.500 dollari l’oncia per i prossimi tre-dodici mesi.
DATI MACRO E APPUNTAMENTI DI RILIEVO
L’attenzione dei mercati resta concentrata sui dati sull’inflazione dell’Eurozona, con la pubblicazione delle letture finali di maggio per Germania, Francia e Spagna. Gli operatori monitorano in particolare gli indici armonizzati su base annua, considerati tra i principali parametri di riferimento per la Bce. Le attese indicano una conferma del dato tedesco al 2,7%, di quello francese al 2,8% e di quello spagnolo al 3,6%.
Negli Stati Uniti, l’appuntamento principale è fissato nel pomeriggio con la pubblicazione della lettura preliminare di giugno dell’indice di fiducia dei consumatori elaborato dall’Università del Michigan. Il consensus prevede un valore pari a 46 punti.
Sono inoltre previsti interventi pubblici di Joachim Nagel e Robert Holzmann, membri del Consiglio direttivo della Bce.
Tra gli appuntamenti della giornata figura anche la decisione di Fitch sul merito di credito della Norvegia, con l’agenzia chiamata a pronunciarsi sul rating sovrano del Paese nordico.
ULTIME NOTIZIE SUI TITOLI
Ecco le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
INTESA SANPAOLO, BANCA MPS, BPER. Moody’s ritiene che l’offerta annunciata da Intesa Sanpaolo su Banca Monte dei Paschi non comporti effetti immediati sul merito di credito del gruppo bancario, mentre individua possibili criticità operative nell’ipotesi di integrazione di una parte delle attività dell’istituto senese con Bper. Intanto il consiglio di amministrazione di Mps sta analizzando le diverse alternative strategiche disponibili e potrebbe riunirsi prima della data già fissata del 22 giugno per fare il punto sulla situazione. Pierluigi Tortora, azionista dell’istituto attraverso Plt Holding con una quota dell’1,2%, ha dichiarato al Corriere della Sera di non avere preclusioni nei confronti della proposta di Intesa, precisando però che mancano ancora elementi necessari per decidere se aderire o meno all’operazione.
BANCO BPM, BANCA MPS, UNICREDIT, GENERALI. Banco BPM starebbe valutando la possibilità di presentare una controfferta per Monte dei Paschi, secondo quanto riportato da La Stampa. L’operazione richiederebbe però risorse stimate in almeno 32-33 miliardi di euro per superare la proposta avanzata da Intesa Sanpaolo. In questo scenario potrebbe risultare determinante il coinvolgimento di UniCredit, che potrebbe chiedere in cambio asset significativi, come una rete di sportelli e un ruolo nella governance di Generali. Diversi quotidiani riportano inoltre che il consiglio di amministrazione di Banco BPM dovrebbe riunirsi martedì prossimo.
FINCANTIERI, LEONARDO. Si avvia verso la definizione il rinnovo del consiglio di amministrazione di Orizzonti Sistemi Navali, la joint venture partecipata da Fincantieri e Leonardo. Secondo MF, l’ex capo di Stato maggiore della Marina Militare, Enrico Credendino, sarebbe destinato alla presidenza al posto di Carlo Gualdaroni, mentre Giovanni Sorrentino dovrebbe essere confermato nel ruolo di amministratore delegato.
INTESA SANPAOLO, GENERALI. Intesa Sanpaolo detiene una partecipazione pari al 3,13% del capitale di Generali alla data dell’8 giugno, secondo quanto emerge da una comunicazione Consob.
UNICREDIT. Il gruppo sta procedendo con una razionalizzazione della propria presenza in Russia attraverso la chiusura di una delle sedi operative di Mosca, mantenendo nella capitale una sola filiale con servizi completi. La banca ha inoltre incrementato la propria partecipazione in Commerzbank, portandola all’11,22%.
STELLANTIS. Renault, Stellantis e Volkswagen hanno presentato alle istituzioni europee una proposta comune per rafforzare la produzione automobilistica all’interno dell’Unione Europea. Secondo il Financial Times, i tre costruttori, che rappresentano oltre il 60% della produzione auto europea, chiedono regole che valorizzino gli investimenti produttivi localizzati nel continente e la progettazione dei veicoli sviluppata in Europa, in risposta alla crescente concorrenza dei produttori cinesi di veicoli elettrici a basso costo.
FERRETTI, THE ITALIAN SEA GROUP. Ferretti ha precisato che non sono in corso negoziati né con The Italian Sea Group né con i suoi azionisti di riferimento in relazione a una possibile acquisizione. La società ha comunque ribadito di monitorare costantemente le opportunità di crescita presenti sul mercato. La precisazione arriva dopo che Bloomberg aveva riferito, citando fonti vicine al dossier, che il gruppo stava valutando un’offerta per l’intero capitale o per una parte della concorrente.
BANCA SISTEMA. Si conclude oggi il periodo di adesione all’offerta pubblica di acquisto promossa da CF+.
A livello internazionale sono da monitorare:
ADOBE. Adobe ha annunciato l’uscita del direttore finanziario, un cambiamento che si aggiunge alla decisione comunicata a marzo dall’amministratore delegato Shantanu Narayen di lasciare il proprio incarico, riducendo ulteriormente la presenza dei manager storici ai vertici del gruppo.
INTEL. Le azioni del produttore di semiconduttori hanno beneficiato della revisione del giudizio da parte di Bank of America, che ha migliorato la raccomandazione sul titolo portandola a “buy” e adottando una visione più positiva sulle prospettive della società.
ALIBABA. Il colosso cinese dell’e-commerce ha presentato un’offerta da 1,5 miliardi di dollari per acquisire la piattaforma di consegne alimentari Pupu, dando avvio a una competizione per il controllo della società nell’ambito della strategia volta a rafforzare la propria posizione nei confronti di Meituan nel commercio online.

di Francesco Sicuro















































