Angola e Kenya: il bivio del debito, riforme contro rischio fiscale

Angola e Kenya: il bivio del debito, riforme contro rischio fiscale

Le economie africane cercano maggiore autonomia finanziaria, riducendo la dipendenza dal Fondo Monetario Internazionale. Angola e Kenya rappresentano due modelli divergenti: il primo punta su disciplina fiscale e riduzione del debito, il secondo su innovazione finanziaria e accesso ai mercati.

Africa tra autonomia e FMI

Le economie dell’Africa subsahariana stanno maturando e ambiscono a camminare con le proprie gambe, pur mantenendo la possibilità di ricorrere alla “linea di assistenza” del Fondo Monetario Internazionale in caso di necessità. La domanda centrale è se riusciranno a preservare la sostenibilità del debito senza la rete di sicurezza dell’FMI.

Polina Kurdyavko, Portfolio Manager e Head of Emerging Market Debt di RBC BlueBay, osserva che, fatta eccezione per Botswana e, più recentemente, Nigeria, la maggior parte dei sovrani dell’area dipende ancora in modo significativo dai programmi del Fondo per garantire disciplina fiscale e stabilità finanziaria. Negli ultimi anni, però, Paesi come Kenya e Angola hanno scelto di non rinnovare i programmi con l’FMI, intraprendendo un percorso alternativo.

I mercati hanno reagito in modo differenziato. Nell’ultimo anno il Kenya ha sovraperformato i peer high yield, con un rendimento totale vicino al 25% sull’eurobond in scadenza 2034 e spread compressi sotto i 500 punti base rispetto ai Treasury USA a dieci anni, un livello che implica una elevata probabilità di upgrade a singola B. L’Angola ha registrato una performance più contenuta, penalizzata dalle preoccupazioni legate alla dipendenza dal petrolio, con titoli scambiati a uno spread di circa 600 punti base e rendimenti poco sotto il 10% sulla scadenza decennale a fine 2025.

Secondo Kurdyavko, nel breve termine il Kenya potrebbe continuare a sovraperformare, ma gli investitori rischiano di penalizzare eccessivamente l’Angola, che presenta fondamentali fiscali più solidi di quanto comunemente percepito.

Angola, disciplina e surplus

Nel 2020 molti investitori avevano dato l’Angola per spacciata, quando il rapporto debito/PIL aveva toccato il 119%. Oggi il Paese rappresenta uno dei casi più interessanti di sostenibilità del debito in Africa. Con un rapporto debito/PIL poco sopra il 60%, rientrato in territorio sostenibile, e riserve valutarie sufficienti a coprire otto mesi di importazioni, l’Angola ha riconquistato stabilità dopo il completamento del programma FMI nel 2021.

Kurdyavko sottolinea che, pur restando fortemente dipendente dal petrolio, il Paese ha rispettato le raccomandazioni del Fondo. Ha adottato misure di consolidamento, sostenute anche da prezzi energetici elevati, accantonando riserve per far fronte a criticità di liquidità, istituendo un fondo sovrano da 3 miliardi di dollari per intercettare gli extra-proventi petroliferi, riducendo la dipendenza dai finanziamenti cinesi, avviando riforme fiscali e introducendo una nuova legge sull’indipendenza della banca centrale.

Il cuore della strategia è una riduzione disciplinata del debito, accompagnata da surplus fiscali primari e graduale diversificazione. L’Angola ha ridotto l’esposizione ai prestiti cinesi garantiti dal petrolio da 19 miliardi di dollari a 8 miliardi, pari al 13% del debito totale, con l’obiettivo di azzerarli entro il 2028. Parallelamente sta sviluppando il mercato dei capitali interno: quasi il 40% dei prestiti governativi previsti per il 2026, pari a 7 miliardi su 15, dovrebbe provenire da investitori domestici.

Progetti infrastrutturali come il collegamento tra i porti angolani e la Repubblica Democratica del Congo, ricca di minerali, potrebbero trasformare il Paese in un hub logistico strategico per minerali rari e materie prime.

L’ancora fiscale resta centrale. Il deficit è attualmente pari al 3,3% del PIL, circa 4 miliardi di dollari. Su un piano di finanziamento esterno di 7 miliardi, di cui 3-4 già prefinanziati per il 2026, il saldo sarà coperto tramite fonti bilaterali, multilaterali e di mercato. Restano però vulnerabilità strutturali. Il pareggio di bilancio corrente richiede un prezzo del petrolio intorno ai 65 dollari al barile, lasciando margini ridotti in caso di shock.

Per RBC BlueBay, l’Angola deve aumentare la profondità del mercato interno, aprire i conti di capitale e riformare fondi pensione e assicurazioni per ampliare la base domestica di finanziamento. La sfida riguarda anche governance e comunicazione, in un contesto di crescenti pressioni politiche in vista delle elezioni del 2027.

Kenya tra innovazione e squilibri

Il Kenya, al contrario, appare come un trapezista senza rete. Ha registrato miglioramenti macro rilevanti: l’inflazione è scesa dal doppio digit al 4,5%, il deficit delle partite correnti si è ridotto dal 5% al 2% e sono scomparse le carenze episodiche di valuta estera.

Eppure il Paese deve affrontare un fabbisogno finanziario lordo annuo di 14 miliardi di dollari in un contesto di deterioramento fiscale. Il deficit è atteso al 6% del PIL, circa 9 miliardi di dollari, oltre l’obiettivo governativo del 4,8%. Gli interessi assorbono il 30% delle entrate pubbliche, pari a 4,5 miliardi, mentre un disavanzo primario dello 0,5% appare insostenibile nel medio termine con un debito vicino al 70% del PIL, anche a fronte di una crescita superiore al 4%.

Kurdyavko evidenzia che il Kenya ha comunque dimostrato capacità di diversificazione finanziaria, ampliando la profondità del mercato locale: quasi il 20% del debito totale e il 35% del debito interno sono detenuti da banche domestiche. Assicurazioni e fondi pensione rappresentano attori significativi, mentre la quota retail è salita al 6% del debito pubblico, rispetto al 2% precedente le riforme.

Le rimesse raggiungono 5 miliardi di dollari annui. Le cessioni di asset, inclusi 2 miliardi dalla vendita di Safaricom e ulteriori proventi dall’IPO di KPC, si affiancheranno a una possibile erogazione della Banca Mondiale da 1,3 miliardi, a emissioni sul mercato e a una linea di credito degli Emirati Arabi Uniti da 1 miliardo. Queste risorse dovrebbero coprire passività esterne per circa 7 miliardi in scadenza nel 2026.

Il costo del debito estero resta sotto controllo, con oltre il 50% finanziato da banche multilaterali di sviluppo. La ristrutturazione del debito cinese, con la riprofilatura di 3,5 miliardi, dovrebbe generare risparmi annui di 215 milioni. Il governo ha inoltre cartolarizzato tasse su carburante, manutenzione stradale e stadi, raccogliendo quasi 2 miliardi pur mantenendo tali obblighi fuori bilancio. Le riserve in valuta estera ammontano a 12 miliardi di dollari, con copertura delle importazioni superiore a cinque mesi.

Nonostante questi strumenti, il Paese fatica a contenere il deficit. Le proteste del giugno 2024 hanno costretto l’esecutivo ad abbandonare aumenti fiscali e hanno interrotto i rapporti con l’FMI. I policymaker appaiono riluttanti a riallacciare il dialogo per via delle politiche impopolari richieste dal Fondo, ma allo stesso tempo incontrano difficoltà nell’attuare misure prudenti, specie in vista delle elezioni del 2027.

Il regime fiscale è già tra i più elevati della regione, con un’aliquota sul reddito delle persone fisiche al 38%, limitando lo spazio per ulteriori aumenti. Ampliare la base imponibile resta cruciale, considerando che solo 5 milioni di contribuenti su 55 milioni di abitanti pagano imposte. Infrastrutture insufficienti e reti di protezione sociale deboli ostacolano però l’ingresso nel settore formale.

Per RBC BlueBay la lezione è chiara: i mercati sono disposti a sostenere i Paesi africani che dimostrano impegno credibile verso riforme e disciplina fiscale. La sostenibilità del debito senza il sostegno diretto dell’FMI è possibile, ma richiede capacità istituzionale, coerenza politica e consenso sociale, elementi che non tutti riescono ancora a garantire.

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