Escalation militare e shock energetico globale
L’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, avviato il 28 febbraio, ha riportato con forza i rischi geopolitici al centro dello scenario economico e finanziario internazionale. Come si legge nella nota di Andrea Delitala, Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management, l’evoluzione di queste tensioni rappresenta un fattore cruciale per i mercati, con implicazioni dirette per prezzi dell’energia, inflazione e politica monetaria nei prossimi mesi.
L’operazione militare, che ha colpito duramente i vertici del regime iraniano, prosegue ormai da circa dieci giorni. Come osserva Delitala, le perdite umane e materiali si concentrano prevalentemente sul lato iraniano, ma l’elemento di maggiore sorpresa è stato il coinvolgimento immediato delle infrastrutture petrolifere dei Paesi del Golfo, che ha innescato una rapida escalation.
Questa dinamica spiega la violenta reazione dei mercati energetici. I prezzi del gas sono aumentati di oltre il 65%, mentre il petrolio ha registrato un rialzo vicino al 50% rispetto ai livelli di inizio febbraio. Dopo un primo ridimensionamento, i prezzi hanno trovato un nuovo equilibrio su livelli più elevati, con il Brent stabilizzato intorno ai 100 dollari al barile.
Una parziale stabilizzazione dei mercati è arrivata dopo l’intervento del presidente Trump, che nel fine settimana ha dichiarato la disponibilità degli Stati Uniti a facilitare l’assicurazione marittima per le navi in transito nello Stretto di Hormuz e, se necessario, a scortarle militarmente. Come sottolinea Delitala, si tratta per ora di misure solo ipotizzate e non ancora operative.
Il nodo strategico dello Stretto di Hormuz
Il cuore della crisi energetica è rappresentato dallo Stretto di Hormuz, uno degli snodi più critici del commercio globale di energia. Secondo Delitala, circa il 20% del fabbisogno mondiale di petrolio, pari a circa 20 milioni di barili al giorno, transita attraverso questo passaggio, insieme a una quota analoga di gas naturale liquefatto.
La Guardia Rivoluzionaria iraniana ha annunciato la chiusura dello stretto, anche se successivamente alcune fonti ufficiali hanno suggerito che il traffico commerciale potrebbe non essere completamente bloccato. Questa ambiguità ha comunque generato forte incertezza tra gli operatori marittimi.
Come evidenzia Delitala, molte compagnie di navigazione hanno già deciso di sospendere le rotte commerciali nel Golfo Persico, con effetti immediati sui mercati energetici. A questo si aggiunge l’impatto diretto sugli impianti produttivi della regione: alcune raffinerie in Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar hanno ridotto la produzione, sia per danni diretti sia per la saturazione delle capacità di stoccaggio.
Per compensare il blocco delle forniture dal Golfo una delle opzioni possibili è il rilascio delle riserve strategiche. Come ricorda Delitala, queste scorte potrebbero coprire circa un mese di consumi globali. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già deciso il rilascio di 400 milioni di barili, ma il limite operativo resta di circa 2 milioni di barili al giorno.
Considerando che circa 5 milioni di barili di petrolio saudita ed emiratino possono essere deviati verso rotte alternative attraverso il Mar Rosso o l’Oman, insieme alle riserve strategiche si riuscirebbe a compensare circa un terzo della perdita di forniture dal Golfo. Per questo motivo, sottolinea Delitala, è fondamentale che entro qualche settimana riprenda almeno parte del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Gli scenari geopolitici e la reazione dei mercati
Per valutare l’impatto della crisi, Pictet Asset Management ha elaborato diversi scenari basati sulla durata delle ostilità e sull’entità dei danni alle infrastrutture energetiche.
Lo scenario più favorevole, e anche quello considerato più probabile secondo Delitala, è quello di un conflitto relativamente breve, della durata di alcune settimane, seguito dall’instaurazione in Iran di una leadership più collaborativa con l’Occidente. In questa ipotesi le strutture istituzionali del Paese rimarrebbero sostanzialmente intatte, in modo simile a quanto avvenuto in Venezuela.
Questo scenario ha una probabilità stimata tra il 50% e il 60%. In tal caso i mercati finanziari potrebbero registrare un picco iniziale di volatilità seguito da una stabilizzazione nel giro di poche settimane. Il prezzo del petrolio resterebbe vicino ai livelli attuali per poi scendere verso i 75 dollari al barile entro tre mesi, mentre i mercati azionari globali potrebbero aver già superato la fase più critica, con l’indice MSCI World in calo di circa il 3%.
Esiste però anche uno scenario alternativo sempre più plausibile. Come osserva Delitala, l’attuale crisi potrebbe trasformarsi in un’escalation regionale più ampia, ipotesi già parzialmente realizzata dato che diversi Paesi del Golfo sono diventati bersaglio di attacchi iraniani.
In questo contesto, l’Iran potrebbe adottare una strategia di logoramento basata sull’utilizzo di droni, mine o sabotaggi lungo le rotte marittime, prolungando le tensioni per diversi mesi. In uno scenario di questo tipo il petrolio potrebbe superare nuovamente i 100 dollari al barile, mentre le borse globali potrebbero subire ulteriori perdite intorno al 5%.
Un ulteriore elemento di rischio è rappresentato dalla possibile riapertura del fronte tra Israele e Hezbollah, che potrebbe ritardare ulteriormente la normalizzazione della situazione.
Secondo Delitala, il mercato sembra al momento posizionarsi su uno scenario intermedio, caratterizzato da tensioni prolungate ma non permanenti. Anche in caso di cessazione delle ostilità, il commercio energetico globale richiederà comunque diverse settimane per tornare alla normalità, considerando i tempi necessari per ripristinare le operazioni di raffinazione, il traffico marittimo e le attività di bunkeraggio.
Rischio stagflazione e strategie per gli investitori
Gli sviluppi della crisi hanno già generato un aumento significativo dell’incertezza nei mercati finanziari e un incremento del premio per il rischio richiesto dagli investitori.
Come spiega Delitala, in una fase successiva questa perdita di fiducia potrebbe tradursi in una riduzione dei consumi e degli investimenti, con effetti diretti sull’economia globale. Dal punto di vista macroeconomico, la combinazione tra aumento dei prezzi energetici e difficoltà nei trasporti commerciali rappresenta uno shock di offerta che potrebbe creare un contesto di stagflazione, caratterizzato da crescita debole e inflazione più elevata.
Le regioni più esposte a questo scenario sono l’Europa, particolarmente sensibile alle variazioni del prezzo del gas, e l’Asia, soprattutto la Cina, fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio dal Golfo Persico. Gli Stati Uniti risultano invece relativamente meno vulnerabili grazie alla loro maggiore indipendenza energetica.
Secondo le stime di Pictet, un aumento duraturo del 30% del prezzo del petrolio ridurrebbe il PIL dell’area euro di circa lo 0,4%, mentre l’impatto sugli Stati Uniti sarebbe quasi nullo. Allo stesso tempo, l’inflazione aumenterebbe di circa lo 0,7% in entrambe le principali economie.
La reazione dei mercati ricorda in parte quanto accaduto nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, quando obbligazioni e azioni scesero contemporaneamente, mettendo in difficoltà le strategie di diversificazione tradizionali. Secondo Delitala, il contesto attuale è meno grave rispetto a quello di allora, ma la lezione rimane valida.
Per proteggere i portafogli in queste fasi di incertezza, non è sufficiente affidarsi esclusivamente ai bond. Tra gli strumenti utili compare il dollaro statunitense, che tende a recuperare la sua funzione di diversificazione durante le fasi di stress finanziario.
Alla luce dell’attuale scenario, Delitala suggerisce di riportare l’esposizione agli attivi rischiosi verso una posizione di neutralità, eventualmente utilizzando strumenti di protezione opzionale. Nel breve periodo gli investitori dovranno probabilmente accettare un aumento della volatilità, anche se lo scenario di medio termine resta nel complesso incoraggiante.
Come conclude il report di Pictet Asset Management, rimane infatti possibile che nel corso del 2026 si mantenga una crescita economica vicina al potenziale e un’inflazione sotto controllo, condizioni che potrebbero permettere ai mercati di ritrovare gradualmente stabilità dopo questa fase di tensione geopolitica.

di Francesco Sicuro













































