Bitcoin, perché lo shock energetico della guerra in Iran può favorire gli asset digitali

Bitcoin, perché lo shock energetico della guerra in Iran può favorire gli asset digitali

L’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riacceso l’incertezza sui mercati globali, con ripercussioni dirette sull’energia, sull’inflazione e sulle politiche monetarie. Il possibile shock sull’offerta petrolifera, legato anche alla chiusura dello Stretto di Hormuz, potrebbe influenzare l’equilibrio macroeconomico globale e spingere parte dei capitali verso asset alternativi. Le criptovalute, e in particolare il Bitcoin, tornano al centro del dibattito come potenziali strumenti di protezione in un contesto caratterizzato da inflazione elevata, tensioni geopolitiche e crescente domanda di riserve di valore non sovrane.

Energia, geopolitica e trasmissione dello shock al Bitcoin

Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi coordinati contro l’Iran, un evento che ha immediatamente riacceso l’incertezza sulla stabilità politica del Paese e sulle possibili evoluzioni del conflitto in Medio Oriente. La risposta iraniana non si è fatta attendere: Teheran ha colpito infrastrutture energetiche nel Golfo Persico e dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più strategici per il commercio globale di petrolio.

Questo scenario ha implicazioni dirette per i mercati energetici e, indirettamente, anche per il mercato delle criptovalute. Secondo Eliézer Ndinga, Head of Research di 21Shares, il collegamento tra guerra e Bitcoin passa proprio attraverso il canale energetico.

Meno petrolio che attraversa lo Stretto di Hormuz significa prezzi dell’energia più elevati, con conseguenze immediate sull’inflazione globale. Un aumento sostenuto dei prezzi del greggio tende infatti a generare pressioni inflazionistiche più persistenti, riducendo il margine di manovra delle banche centrali.

In particolare, una Federal Reserve con meno spazio per allentare la politica monetaria può creare condizioni macroeconomiche favorevoli agli asset digitali. Storicamente, infatti, contesti caratterizzati da inflazione elevata, tensioni fiscali e politiche monetarie restrittive tendono a spingere gli investitori verso asset alternativi e scarsi.

Il Bitcoin rientra sempre più spesso in questa categoria. L’asset digitale viene infatti percepito da una parte crescente del mercato come una riserva di valore non sovrana, simile per alcuni aspetti all’oro ma con caratteristiche tecnologiche differenti.

Naturalmente, un aumento dei prezzi dell’energia ha anche un effetto diretto sull’ecosistema delle criptovalute. Costi energetici più elevati rendono il mining di Bitcoin più costoso, riducendo i margini dei miner.

Tuttavia, questo fattore potrebbe diventare progressivamente meno rilevante nel lungo periodo. Recentemente è stata raggiunta una soglia simbolica importante: sono stati minati circa 20 milioni di Bitcoin su un massimo di 21 milioni.

Questo significa che la quantità di nuovi token che verranno immessi sul mercato sarà sempre più limitata. L’ultimo milione di Bitcoin, secondo il protocollo, verrà prodotto nell’arco di circa 117 anni, riducendo progressivamente il peso del mining nell’economia complessiva della rete.

Shock energetici e domanda di asset non sovrani

Secondo l’analisi di Ndinga, il conflitto attuale presenta caratteristiche molto diverse rispetto alle crisi geopolitiche precedenti, incluso il confronto tra Iran e Israele del 2025.

In passato, gli shock energetici erano spesso legati al danneggiamento di impianti petroliferi o infrastrutture energetiche, eventi che lasciavano comunque intravedere una possibile ripresa della produzione una volta riparati gli impianti.

L’attuale crisi presenta invece una dimensione politica molto più profonda. Il bersaglio del conflitto è diventato il regime stesso che governa il Paese, e l’uccisione del leader supremo iraniano rende uno scenario di de-escalation rapida molto meno probabile rispetto al passato.

Questo elemento aumenta la probabilità che i mercati inizino a scontare uno shock energetico prolungato, con effetti potenzialmente duraturi sui prezzi del petrolio e sul quadro macroeconomico globale.

Storicamente, shock energetici prolungati tendono a coincidere con tensioni fiscali e monetarie, creando un ambiente favorevole per asset percepiti come scarsi e indipendenti dalle politiche statali.

È proprio in questo contesto che il Bitcoin può trarre vantaggio. L’asset digitale viene sempre più considerato un’alternativa alle valute sovrane, soprattutto quando la fiducia nelle politiche monetarie e fiscali viene messa sotto pressione.

Secondo Ndinga, questa dinamica potrebbe diventare ancora più evidente se il conflitto dovesse prolungarsi e se l’impatto sull’energia continuasse a propagarsi nel sistema economico globale.

Bitcoin tra volatilità e segnali di accumulazione istituzionale

Durante le prime fasi del conflitto il mercato delle criptovalute ha reagito con volatilità. Il Bitcoin è sceso da circa 70.000 a 63.000 dollari, in gran parte a causa della riduzione della liquidità sui mercati finanziari globali.

Nonostante il calo, il prezzo della criptovaluta è rimasto all’interno del range di oscillazione registrato nel mese di febbraio, suggerendo una certa resilienza.

Secondo l’analisi di 21Shares, la soglia dei 65.000 dollari rappresenta un livello chiave. Se il Bitcoin dovesse stabilizzarsi sopra questo livello nei prossimi giorni, i mercati potrebbero iniziare a rivalutarlo come un asset relativamente solido, soprattutto in un contesto caratterizzato dall’indebolimento dei mercati azionari globali.

Diversi indicatori tecnici e di mercato sembrano sostenere questa prospettiva. Uno di questi è l’Hash Ribbon, un indicatore utilizzato per monitorare le fasi di capitolazione dei miner. Attualmente il segnale si sta avvicinando a una possibile fase di ripresa dopo quasi tre mesi di debolezza.

Anche il comportamento degli investitori istituzionali appare significativo. Tra il 2 e il 4 marzo gli ETF spot statunitensi su Bitcoin hanno registrato quasi 1 miliardo di dollari di afflussi netti, interrompendo una serie negativa durata quattro settimane.

Questo dato suggerisce che le istituzioni stanno progressivamente aumentando l’esposizione all’asset, nonostante l’incertezza geopolitica.

Un altro elemento importante riguarda la dinamica storica del mercato delle criptovalute. Secondo Ndinga, gli shock geopolitici hanno spesso prodotto forti ribassi iniziali del Bitcoin, seguiti però da rapide fasi di recupero.

Questo comportamento è legato alla struttura stessa del mercato cripto. Le crisi di liquidità tendono a generare punti di ingresso per nuovi capitali, che successivamente alimentano un riprezzamento strutturale degli asset digitali.

Nel contesto attuale stanno emergendo molti dei fattori che in passato hanno sostenuto queste dinamiche: crescenti impegni fiscali, politiche monetarie restrittive e una domanda crescente di asset non sovrani.

Secondo Ndinga, il Bitcoin non ha ancora registrato un pieno riprezzamento in risposta a questi fattori. Al contrario, l’oro ha già beneficiato di un forte rialzo negli ultimi mesi, nonostante condivida con il Bitcoin molte caratteristiche di asset scarso.

Se le tensioni geopolitiche dovessero persistere e lo shock energetico diventare più strutturale, il mercato potrebbe iniziare a rivalutare il ruolo del Bitcoin come riserva di valore alternativa, in un sistema finanziario sempre più segnato dall’incertezza globale.

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