Il prezzo torna sotto pressione dopo il sell-off dei metalli e i deflussi record
Il Bitcoin è sceso nel fine settimana ai livelli più bassi dall’annuncio dei dazi del 2025, arrivando a perdere circa il 7% in una sola seduta fino a toccare quota 74.500 dollari, prima di stabilizzarsi intorno ai 78.000 dollari.

Dall’inizio dell’anno la flessione della criptovaluta (linea blu) supera l’11%, in netto contrasto con la dinamica dell’oro (linea arancione), che nelle scorse settimane aveva toccato nuovi massimi storici sopra i 5.600 dollari l’oncia prima di una brusca correzione. Il movimento evidenzia una divergenza sempre più marcata tra i metalli preziosi, tornati protagonisti nelle fasi di stress globale, e le criptovalute.

Complici di questa discesa anche i deflussi record dagli ETF spot, con oltre 590 milioni di dollari di posizioni rialziste liquidate nelle ultime 24 ore e più di 1,5 miliardi di dollari nell’ultima settimana.

La narrativa del “digital gold” messa in discussione
Da anni i sostenitori delle criptovalute descrivono il Bitcoin come una sorta di oro digitale, capace di proteggere il valore nei momenti di tensione geopolitica e instabilità macroeconomica. Tuttavia, il recente andamento dei prezzi sta incrinando questa narrazione. Secondo Ilan Solot di Marex Solutions, il Bitcoin resta “un asset alla ricerca di un modello di valutazione”, privo di un consenso chiaro sui fattori che ne determinano il prezzo. Una lettura condivisa anche da Pramol Dhawan di Pimco, secondo cui la storia del Bitcoin come alternativa monetaria e bene rifugio “si è dissolta”, lasciando emergere i limiti strutturali della criptovaluta.
Dal rally post-elettorale alla brusca inversione
Il ridimensionamento arriva dopo una fase di euforia: a fine 2025 il Bitcoin aveva toccato massimi vicini ai 125.000 dollari, sostenuto dall’atteggiamento favorevole dell’amministrazione Trump verso il settore crypto, tra regolatori più permissivi e nuove regole sulle stablecoin.

Da allora, però, il quadro è cambiato. Anche altre criptovalute come ether e solana hanno perso terreno, segnalando un raffreddamento generalizzato dell’interesse speculativo. Le tensioni legate a dazi, Groenlandia, Venezuela e Iran hanno spinto gli investitori verso asset tradizionalmente difensivi, mentre le criptovalute sono state progressivamente riclassificate come strumenti ad alto rischio.
Un asset sempre più politicizzato
Un altro elemento che pesa sul sentiment è la crescente associazione del Bitcoin con la politica statunitense. Secondo alcuni operatori del settore, la criptovaluta starebbe “pagando il prezzo” di una percezione troppo legata all’attuale amministrazione, perdendo appeal come strumento neutrale e indipendente. Gli analisti di Kaiko parlano apertamente di una “crisi di identità”, sottolineando come la correlazione tra Bitcoin e oro sia instabile e mutevole, oscillando tra fasi di convergenza e totale disallineamento a seconda del contesto macro dominante.
Capitali che si spostano verso nuove frontiere speculative
Con l’indebolimento del mito dell’oro digitale, l’attenzione di molti investitori – soprattutto retail – si sta spostando verso altre aree dell’ecosistema. Mercati di previsione come Polymarket e Kalshi, così come piattaforme di trading avanzato e derivati crypto, stanno attirando flussi crescenti. Per gli investitori istituzionali, la diffusione di perpetual crypto e di società con strategie di tesoreria in asset digitali tende a diluire ulteriormente l’interesse esclusivo per il Bitcoin, frammentando capitali e attenzione.
La recente correzione, dunque, sembra rafforzare un messaggio chiave per i mercati: nelle fasi di vera avversione al rischio, il Bitcoin non si comporta come un bene rifugio tradizionale, ma resta esposto alle stesse dinamiche di volatilità che caratterizzano gli asset più speculativi.

di Gino Ercole Zincone













































