Dazi Usa dopo la sentenza: per l’area euro il “picco tariffario” potrebbe essere alle spalle

Dazi Usa dopo la sentenza: per l’area euro il “picco tariffario” potrebbe essere alle spalle

La decisione della Corte Suprema americana di limitare l’uso dell’IEEPA per imporre dazi generalizzati non ha eliminato l’incertezza commerciale, ma ha probabilmente segnato un punto di svolta. Per l’area euro, l’impatto macro resta gestibile: il livello medio dei dazi Usa non cambia in modo sostanziale e l’economia europea appare oggi più resiliente, sostenuta da domanda interna e spesa pubblica. Il vero nodo è politico: escalation o stabilizzazione?

Dopo la Corte Suprema, margini più stretti per Washington

L’ultimo anno ha insegnato a non reagire in modo eccessivo agli sviluppi sui dazi statunitensi. Secondo Henry Cook, Senior Europe Economist di MUFG Bank, questo approccio resta valido anche dopo la sentenza della Corte Suprema: l’incertezza è aumentata, ma sul piano macroeconomico europeo non è cambiato molto.

La Corte Suprema ha annullato l’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per imporre dazi generalizzati. La Casa Bianca ha reagito rapidamente, facendo ricorso alla Sezione 122 del Trade Act del 1974, che consente una tariffa globale fino al 15% per un massimo di 150 giorni senza approvazione del Congresso. Inizialmente fissata al 10%, la tariffa è stata annunciata al 15% per poi essere effettivamente applicata al 10% con l’entrata in vigore del nuovo quadro normativo. Questi dazi sono temporanei e scadranno il 24 luglio.

Secondo Cook, è improbabile che il Congresso sostenga una proroga. L’amministrazione potrebbe quindi valutare alternative, probabilmente avviando indagini per giustificare dazi più elevati ai sensi della Sezione 232 per motivi di sicurezza nazionale.

Nel frattempo restano in vigore i dazi settoriali già esistenti su acciaio, alluminio, rame, auto, legname e semiconduttori, ma non si cumulano con la tariffa di base del 10%. Restano esentati i beni conformi all’USMCA e alcune categorie già escluse sotto l’IEEPA, come energia, farmaceutica, aerospazio e veicoli passeggeri.

Nel complesso, secondo lo Yale Budget Lab, il livello medio complessivo dei dazi USA risulta inferiore rispetto al regime IEEPA, e resterebbe tale anche con una base al 15%. Diverse economie, tra cui Brasile e Cina, registrano una riduzione del tasso medio effettivo. Per l’Europa, la variazione è contenuta: il tasso medio scende leggermente rispetto al precedente equilibrio e aumenterebbe solo marginalmente in caso di tariffa al 15%.

Cook ritiene quindi plausibile che abbiamo superato il “picco dei dazi”, con margini di manovra più limitati per Washington e una probabile riluttanza ad aumentare ulteriormente il livello medio delle tariffe.

Area euro più resiliente e rischio escalation contenuto

Il punto centrale, per MUFG Bank, è che l’economia dell’area euro è oggi meglio posizionata per gestire la volatilità tariffaria. L’incertezza resta, soprattutto in vista della scadenza del 24 luglio e dell’eventuale passaggio a una base del 15%, ma il contesto ciclico europeo appare più solido.

L’area euro ha iniziato l’anno su basi discrete, nonostante i rischi geopolitici. Gli indicatori di fiducia continuano a migliorare. L’indagine ifo tedesca mostra un rafforzamento ciclico del manifatturiero, sostenuto da maggiori spese per la difesa e da un più ampio supporto fiscale. La scomposizione del PIL tedesco del quarto trimestre evidenzia già un contributo positivo della spesa pubblica e consumi più fiduciosi. Si sta delineando una piattaforma di crescita orientata alla domanda interna, elemento cruciale per assorbire shock esterni.

Cook dubita che il cambio di base giuridica dei dazi peserà in modo significativo sul sentiment europeo. I dubbi sulla stabilità del precedente equilibrio esistevano già, e le aliquote medie effettive restano simili.

Permane però un rischio politico. La Commissione europea ha chiesto chiarezza e un ambiente commerciale stabile. L’accordo della scorsa estate prevedeva l’accettazione di dazi sbilanciati in cambio di certezza. Ora il Parlamento europeo ha sospeso la ratifica. Nei casi senza esenzioni, la nuova tariffa di base del 10% si somma alle aliquote MFN già esistenti, portando alcuni dazi oltre il tetto del 15% previsto dall’intesa precedente. Inoltre, alcune esenzioni USA, come quelle sulle parti di aeromobili, sono ora estese a tutti i partner commerciali, riducendo il vantaggio competitivo dell’UE.

L’Unione si trova quindi in una posizione scomoda: più incertezza e un accordo parzialmente eroso, ma con un livello medio dei dazi sostanzialmente simile. Vale la pena rischiare un’escalation proprio mentre l’economia europea mostra segnali di svolta ciclica? Secondo Cook, è probabile una certa riluttanza a mettere a repentaglio la ripresa industriale, con i funzionari orientati a spingere comunque per la ratifica.

Per la BCE, il quadro non rappresenta una sfida significativa alla narrativa del “buon punto di partenza”, a condizione che si eviti un’escalation. Anzi, il rischio che la deviazione dei flussi commerciali spinga l’inflazione sotto il target si è ridotto, ora che diverse economie, inclusa la Cina, affrontano aliquote medie più basse. La deviazione commerciale era uno dei fattori che sostenevano l’ipotesi di un taglio dei tassi; con minore pressione deflazionistica, il quadro appare più bilanciato.

In definitiva, pur prevedendo volatilità nella transizione dal regime IEEPA al nuovo quadro, Cook sottolinea che policy maker e mercati sono ormai abituati a questo contesto. L’area euro appare oggi più resiliente, con un impatto tariffario medio limitato e una ripresa interna che potrebbe attenuare il rumore politico. Il vero rischio non è tecnico, ma strategico: un’eventuale escalation che riaccenda tensioni proprio nel momento in cui il ciclo europeo sembra voltare pagina.

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