Il dollaro riparte in territorio positivo
Il biglietto verde ha iniziato l’anno su basi più solide, proseguendo una fase di rafforzamento che ha portato l’indice del dollaro (Dollar Index) a salire per il quarto giorno consecutivo di negoziazione. Nelle prime ore di contrattazione, il dollaro ha toccato un massimo intraday in area 98,8, segnalando un ritorno di interesse per la valuta statunitense in un contesto globale ancora caratterizzato da incertezze macro e geopolitiche. Secondo Lee Hardman, Senior Currency Analyst di MUFG Bank, il rafforzamento del dollaro riflette un mix di fattori tecnici e di posizionamento, più che un cambiamento strutturale delle aspettative sui fondamentali.

Nel fine settimana, tuttavia, l’attenzione degli operatori si è spostata rapidamente sul fronte geopolitico, dopo le azioni intraprese dall’amministrazione Trump per forzare un cambio di regime in Venezuela e rimuovere Nicolas Maduro dal potere. Si tratta di uno sviluppo potenzialmente rilevante sul piano politico, ma che al momento non ha generato reazioni significative sui mercati valutari, suggerendo una lettura prudente da parte degli investitori.
Petrolio sotto osservazione, reazione dei mercati contenuta
Il principale canale attraverso cui il cambio di regime venezuelano potrebbe propagarsi ai mercati finanziari resta il petrolio. Lee Hardman sottolinea come gli operatori stiano monitorando soprattutto l’andamento dei prezzi energetici per valutare eventuali implicazioni più ampie. In questa fase, però, la reazione è stata moderata: il Brent ha registrato un lieve calo, tornando in prossimità dei 60 dollari al barile, un movimento che sembra riflettere un iniziale sollievo legato all’assenza di interruzioni immediate dell’offerta.
Il peso del Venezuela nel mercato petrolifero globale è oggi molto ridimensionato rispetto al passato. Dopo decenni di cattiva gestione economica e sottoinvestimenti, il Paese è diventato solo il 18° produttore mondiale, con una produzione di circa 1 milione di barili al giorno, pari a poco più dell’1% dell’offerta globale. Un dato che contrasta fortemente con i livelli degli anni Settanta, quando la produzione superava i 3,5 milioni di barili al giorno. Questo ridotto contributo spiega perché, almeno nel breve termine, i mercati non stiano prezzando rischi significativi sul fronte dell’approvvigionamento.
Potenziale di lungo periodo e rischio geopolitico
Se nel breve periodo l’impatto appare limitato, nel medio-lungo termine il Venezuela continua a rappresentare una variabile potenzialmente rilevante. Lee Hardman evidenzia come vi sia un certo ottimismo sul fatto che un cambio di regime possa sbloccare parte del potenziale petrolifero inutilizzato, contribuendo ad aumentare l’offerta globale. Il Paese rivendica infatti le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, anche se gran parte di esse è costituita da greggio estremamente pesante, con costi di estrazione e raffinazione più elevati rispetto agli standard internazionali.
Resta però elevata l’incertezza politica. Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, ha lanciato un invito agli Stati Uniti per avviare una cooperazione orientata allo sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale. Una posizione che si inserisce in un contesto di forte tensione diplomatica, dopo le dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato conseguenze severe in caso di mancata collaborazione e ha ribadito l’obiettivo di ottenere “accesso totale” al petrolio venezuelano per sostenere la ricostruzione del Paese.
L’aumento del rischio geopolitico ha avuto un effetto collaterale sul mercato dei beni rifugio. Dopo la forte correzione registrata a fine 2025, l’oro ha trovato un certo sostegno, beneficiando del ritorno della domanda difensiva. Tuttavia, questo movimento non si è tradotto in un cambio di rotta significativo per il dollaro o per le principali valute.
Implicazioni limitate per il mercato valutario nel 2026
Nel complesso, MUFG Bank ritiene che gli sviluppi in Venezuela non siano destinati a modificare in modo sostanziale le prospettive del mercato valutario nel 2026. L’impatto iniziale contenuto osservato sui mercati rafforza l’idea che, salvo un’escalation inattesa o shock sull’offerta energetica, il cambio di regime venezuelano resterà un tema prevalentemente geopolitico, con effetti marginali sul dollaro.
Per il mercato valutario, il focus resta quindi concentrato su fattori più strutturali, come la politica monetaria statunitense, l’evoluzione della crescita globale e il differenziale dei tassi. In questo quadro, gli eventi in Venezuela rappresentano un elemento di contesto, ma non un driver in grado di alterare l’equilibrio di fondo delle valute internazionali.

di Francesco Sicuro













































