Pressione sul biglietto verde, rimbalzo dello yen
Nella seduta di lunedì il biglietto verde ha perso terreno contro un ampio paniere di valute, segnando un arretramento che arriva dopo le tensioni legate alla crisi sulla Groenlandia e che ha portato il dollaro alla peggior settimana da maggio.

A fare la differenza è stato soprattutto lo yen, salito di circa l’1,3% fino a scendere sotto 154 per dollaro, proseguendo il movimento iniziato in una sessione già molto volatile.

Sullo sfondo c’è un segnale che i desk valutari leggono come potenzialmente significativo: un “rate check” condotto dalle autorità statunitensi, spesso interpretato come un possibile preludio a interventi sul mercato dei cambi. Da qui la scommessa che Tokyo e Washington possano tornare a un’azione congiunta, un evento raro che richiama alla memoria l’ultima grande operazione coordinata del G7 dopo il terremoto del 2011.
Intervento o solo psicologia: la partita delle aspettative
Il punto non è solo se l’intervento ci sia già stato, ma quanto basti la percezione a spostare i prezzi. Diversi operatori segnalano che l’ampiezza dei movimenti sul dollaro/yen è stata superiore a quella tipica della sola comunicazione verbale, alimentando l’idea che le autorità giapponesi possano aver già agito direttamente. In condizioni normali, un calo così rapido del dollaro innescherebbe acquisti “di rimbalzo”, ma la mancanza di recupero immediato ha rafforzato i sospetti.
Per i gestori, inoltre, il messaggio più ampio è che l’amministrazione Usa non sembri desiderare un rafforzamento marcato del dollaro: se questo è il quadro, il potenziale di rialzo della valuta americana risulta limitato, con una dinamica che tende a inclinare il rischio verso ulteriori discese e a spingere gli investitori istituzionali a coprirsi di più dal rischio cambio.
Oro a nuovi record: accelerazione del “bene rifugio”
L’altra faccia del dollaro debole è l’oro, che ha rotto la barriera psicologica dei 5.000 dollari l’oncia e ha aggiornato i massimi oltre 5.100, sostenuto da una combinazione di fattori: indebolimento del biglietto verde, ricerca di protezione e timori per l’imprevedibilità della politica statunitense.

Nel mercato prende corpo l’idea che la domanda sia sempre meno sensibile al prezzo: quando prevale la convinzione che il trend prosegua, l’oro diventa un acquisto “di momentum” oltre che una copertura. Il clima di incertezza resta elevato, alimentato da una serie di episodi geopolitici recenti e dal riemergere di temi che mettono in discussione la stabilità del quadro macro e istituzionale percepito dagli investitori globali.
Giappone tra elezioni, bond e valuta: un equilibrio fragile
La risalita dello yen arriva mentre in Giappone cresceva l’ansia per una combinazione delicata: pressione sulla valuta e sul mercato obbligazionario in vista delle elezioni anticipate dell’8 febbraio. Nelle scorse settimane lo yen aveva toccato livelli particolarmente deboli anche per effetto delle aspettative su nuove misure di stimolo, alimentando il timore che le autorità si trovino davanti a un bivio: sostenere la valuta accettando tassi più alti, oppure proteggere il mercato dei titoli di Stato evitando un eccessivo irrigidimento delle condizioni finanziarie. In questo contesto, anche un semplice segnale di coordinamento con gli Stati Uniti può amplificare l’efficacia della “moral suasion”, perché cambia la lettura del mercato sul grado di determinazione delle autorità.
Effetti immediati su azioni e volatilità
Il rafforzamento dello yen ha avuto un impatto diretto sull’azionario giapponese: la Borsa ha sofferto perché una valuta più forte tende a comprimere gli utili in yen delle società esportatrici. Il Nikkei 225 ha ceduto circa l’1,8%.

Nel frattempo, la volatilità implicita sul cambio dollaro/yen è salita ai massimi da mesi, segnalando che i trader si aspettano ulteriori scatti, soprattutto se dovessero arrivare nuovi indizi di intervento. Tokyo, del resto, ha già mostrato di essere disposta ad agire: nel 2024 il Giappone era intervenuto più volte per sostenere la valuta, per importi complessivi vicini ai 100 miliardi di dollari.

di Gino Ercole Zincone













































