Dollaro in calo, torna il timore “sell America” dopo le minacce di Trump su Groenlandia e dazi

Dollaro in calo, torna il timore “sell America” dopo le minacce di Trump su Groenlandia e dazi

La miccia geopolitica riaccende un nervo scoperto dei mercati: la grande esposizione globale agli asset statunitensi. Le nuove minacce di Donald Trump su dazi e Groenlandia hanno riportato in primo piano l’idea che, in presenza di shock politici, dollaro, azioni e Treasury possano indebolirsi insieme, spingendo gli investitori a coprirsi o a ridurre il rischio Usa.

Una scossa sul cambio, tra euro forte e ritorno della cautela

Il dollaro ha ceduto terreno dopo che Trump ha minacciato alleati europei con nuovi dazi nel quadro della sua campagna per ottenere il controllo della Groenlandia. In una seduta negativa per i listini su entrambe le sponde dell’Atlantico, euro e sterlina sono saliti dello 0,4% contro la valuta americana. A distinguersi è stato anche il franco svizzero, tipico bene rifugio, avanzato dello 0,6% sul biglietto verde.

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La reazione, secondo diversi gestori, va letta meno attraverso i fondamentali macro e più attraverso la percezione di rischio politico: l’ennesima escalation del conflitto commerciale viene interpretata come un fattore che può spingere investitori stranieri a vendere o coprire l’esposizione al dollaro, riattivando dinamiche già viste nel 2025, quando la valuta Usa aveva chiuso l’anno con un ribasso di circa il 9%.

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Il “premio Usa” sotto pressione: istituzioni e credibilità al centro

Per una parte del mercato, la sequenza di mosse aggressive su tariffe e istituzioni sta intaccando la fiducia nella stabilità del quadro americano, elemento che per anni ha sostenuto il “premio” sugli asset Usa. Altaf Kassam, di State Street Investment Management, ha parlato di un nuovo colpo alla credibilità delle istituzioni statunitensi, con la prospettiva di ulteriori indebolimenti del dollaro nel corso dell’anno.

Carmignac, attraverso Kevin Thozet, ha spiegato di aver ridotto l’esposizione al dollaro nelle ultime settimane: a suo giudizio, il continuo mettere in discussione lo stato di diritto negli Stati Uniti ha favorito l’apprezzamento dell’euro nonostante fondamentali americani solidi, segnale che alcuni investitori iniziano a considerare gli asset europei relativamente più “rifugio” rispetto a quelli Usa.

Allo stesso modo anche Pimco, nelle scorse settimane, ha annunciato di voler diversificare e ridurre l’esposizione sui mercati americani a causa dell’imprevedibilità dell’amministrazione Trump, come dichiarato da Dan Ivascyn.

Il fantasma del “sell America” e l’effetto coperture sugli asset Usa

Nelle sale operative torna un’espressione che nel 2025 aveva fatto scuola: “sell America”, la fase in cui dollaro, azioni e prezzi dei titoli di Stato Usa scendono insieme perché gli investitori esteri si spaventano e corrono a proteggersi. Secondo alcuni gestori, lo scenario potrebbe riaccendersi se la nuova ondata di incertezza tariffaria dovesse consolidarsi, alimentando la percezione che il comportamento dell’amministrazione sia “dannoso” per i privilegi di cui gli Stati Uniti godono sui mercati internazionali.

Sul fronte azionario, l’Europa ha sofferto: lo Stoxx Europe 600 ha chiuso in calo dell’1,2%, mentre i future su Wall Street indicavano un ribasso dello 0,9% per l’S&P 500 alla riapertura dopo la festività. Il movimento riflette un mercato che sta ricominciando a prezzare rischio politico e frizioni commerciali, proprio mentre diversi investitori cercavano segnali di normalizzazione.

I segnali dalle gestioni: vendite di Treasury e rimpatrio di capitali

Alcuni osservatori sostengono che la reazione al cambio possa essere il preludio a un fenomeno più ampio: riduzione dell’esposizione europea agli asset Usa. Francesco Sandrini, responsabile multi-asset di Amundi, ha riferito di colloqui con investitori istituzionali danesi che avrebbero iniziato a vendere Treasury, con una motivazione che diventa sempre più politica oltre che finanziaria. Christian Schulz, capo economista di Allianz Global Investors, ha aggiunto che l’euro potrebbe beneficiare se gli investitori europei rimpatriassero capitale dagli Stati Uniti, un movimento che potrebbe anche colpire i Treasury e, indirettamente, aumentare la pressione sull’amministrazione americana.

Il tema si inserisce in un quadro più ampio già emerso nei giorni scorsi, con Pimco che ha parlato apertamente di una diversificazione pluriennale lontano dagli asset Usa, anche per via dell’imprevedibilità della politica economica a Washington.

Mercato obbligazionario calmo, ma l’incertezza resta

Nonostante il nervosismo su valute e azioni, il mercato dei bond è rimasto relativamente stabile: il rendimento del Bund decennale è rimasto intorno al 2,85%, mentre i Gilt britannici di pari durata sono saliti leggermente al 4,47%.

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Per alcuni investitori, questa calma segnala l’aspettativa che Trump possa ammorbidire la retorica sulla Groenlandia o trovare una sponda negoziale negli incontri internazionali di Davos.

Il mercato non sta ancora prezzando uno shock sistemico, ma sta rimettendo in conto una variabile che nel 2025 era tornata a pesare: il rischio politico Usa come fattore capace di muovere insieme dollaro, equity e debito sovrano. E la prossima direzione dipenderà meno dalle dichiarazioni e più da ciò che verrà effettivamente implementato.

Gino Ercole Zincone  di Gino Ercole Zincone
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