Una dinamica che richiama il ciclo del 2016
Come evidenziato da Gabriele Debach, market analyst di eToro, l’evoluzione del dollaro nel corso del 2025 mostra un andamento che rievoca quello osservato nel 2016 durante il primo mandato Trump. L’impulso rialzista nelle settimane precedenti al voto del 2024, seguito da un apprezzamento immediato nel post-elezioni, ricorda da vicino lo schema di nove anni fa. Anche allora l’entusiasmo per stimoli fiscali e accelerazione della crescita aveva alimentato una fase di forza del dollaro, poi riassorbita da un’inversione marcata nelle settimane successive.

Se questo ciclo dovesse replicare la stessa traiettoria, il DXY potrebbe scendere verso quota 95-97, zona che richiamerebbe i minimi del 2018. Sarebbe un movimento coerente con le condizioni attuali: maggiore incertezza macro, volatilità elevata e un ritorno dei flussi verso asset alternativi.

Geopolitica e politiche economiche guidano la svolta
Il deprezzamento del dollaro riflette tre fattori dominanti. La geopolitica ha avuto un ruolo decisivo. Il congelamento delle riserve russe nel 2022 aveva già minato la fiducia nel ruolo globale dell’USD; i dazi del 2025, più estesi rispetto al 2017 e rivolti a un numero maggiore di partner commerciali, hanno amplificato il rischio politico. Non sorprende che la quota di riserve mondiali detenute in dollari sia scesa al 56,3%, mentre la componente in oro ha raggiunto livelli record.
Un secondo elemento riguarda il rapporto tra politica fiscale e politica monetaria. Con un debito federale superiore a 38 mila miliardi di dollari, cresce la pressione verso condizioni più accomodanti. L’ipotesi di una Federal Reserve meno indipendente o soggetta a tensioni politiche pesa sulla valuta, soprattutto in una fase di rallentamento del mercato del lavoro e convergenza delle aspettative sui tassi tra USA ed Eurozona.
Un terzo cambiamento, più profondo, riguarda la rottura della correlazione storica tra DXY e S&P 500. Per decenni il dollaro si rafforzava nei periodi di turbolenza azionaria. Ora le due curve si muovono spesso nella stessa direzione. Il biglietto verde ha smesso di comportarsi come bene rifugio, segnalando una riduzione del premio di stabilità.
L’ascesa dell’oro: un fenomeno speculare al declino del dollaro
Il 2025 è stato un anno straordinario per l’oro, con oltre 49 massimi storici e quotazioni superiori ai 4.200 dollari l’oncia. In parte è un effetto diretto della ricerca di protezione in un contesto incerto, ma riflette anche la percezione di un dollaro più debole sul lungo periodo. L’indice DXY, in calo dell’8,5% dall’inizio dell’anno, ha contribuito ad accelerare il riposizionamento degli investitori verso asset reali.

La narrazione della dedollarizzazione non è nuova, ma oggi trova maggiore spazio nei fatti: accordi commerciali regolati in valute locali, crescita della quota di yuan nelle riserve globali e rinnovato interesse delle banche centrali per l’oro come strumento di diversificazione.
Il mercato obbligazionario manda segnali più sfumati
Nonostante la forza dell’oro e il calo del dollaro, alcuni indicatori ridimensionano la tesi del “debasement trade”. Il DXY, pur debole, oscilla in un intervallo relativamente stabile da aprile. I rendimenti dei Treasury non mostrano una dinamica esplosiva e i breakeven sull’inflazione dei TIPS restano compressi.
Il mercato dei bond, tradizionalmente più sensibile alle variabili macro di medio periodo, non sta confermando integralmente l’idea di un indebolimento strutturale del dollaro. È un segnale importante: la narrativa è forte, ma non ancora convalidata dagli investitori istituzionali.
Cosa ci dicono i movimenti del 2025
Il quadro attuale suggerisce un contesto più simile a quello del 2017-2018 che a un cambiamento di regime definitivo. Il dollaro resta sotto pressione per dinamiche politiche, fiscali e geopolitiche, mentre l’oro beneficia della combinazione tra domanda di protezione e incremento degli acquisti delle banche centrali. La traiettoria del biglietto verde potrebbe quindi rimanere inclinata verso il basso, ma sarà la risposta dei mercati obbligazionari a determinare se il 2025 rappresenterà un vero punto di svolta.

di Gino Ercole Zincone













































