Ennesima escalation all’orizzonte: mercati sotto pressione tra tensioni geopolitiche e banche centrali più “hawkish”

Ennesima escalation all’orizzonte: mercati sotto pressione tra tensioni geopolitiche e banche centrali più “hawkish”

Le tensioni geopolitiche tornano a dominare la scena finanziaria globale, riaccendendo il rischio energetico e spingendo i mercati in territorio più fragile. L’impennata delle materie prime, unita a banche centrali sempre più caute e orientate alla restrizione, ridefinisce le aspettative su crescita, inflazione e politica monetaria nei prossimi mesi.

Shock energetico e tensioni globali

L’intensificarsi del conflitto tra USA-Israele e Iran ha determinato un marcato deterioramento del sentiment sui mercati, riportando al centro dell’attenzione il rischio geopolitico e i suoi effetti sull’energia. Come si legge nel commento a cura del Team Advisory & Gestione di Intermonte, gli attacchi a infrastrutture strategiche hanno aumentato i timori di interruzioni nei flussi globali, in particolare nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico.

Nel dettaglio, gli eventi della settimana hanno visto un’escalation significativa: Tel Aviv ha colpito il giacimento di South Pars, il più grande al mondo situato in Iran, mentre Teheran ha risposto con un attacco al complesso di Ras Laffan in Qatar, uno degli hub principali per l’export globale di GNL. Le dichiarazioni inizialmente distensive provenienti da Washington hanno lasciato spazio, nel fine settimana, a un irrigidimento della posizione statunitense, culminato in un ultimatum di 48 ore per la riapertura dello Stretto di Hormuz e nella minaccia di ulteriori azioni militari.

La reazione iraniana, con l’ipotesi di una chiusura totale dello stretto, ha amplificato le tensioni e alimentato una nuova fase di incertezza. Secondo Intermonte, questo scenario ha immediatamente impattato i mercati delle materie prime: il gas TTF ha superato i 70 €/MWh, il Brent ha raggiunto i 115 dollari al barile e il WTI ha oltrepassato i 100 dollari, segnando un ritorno deciso dello shock energetico.

Parallelamente, si è osservata una flessione generalizzata dei listini azionari globali e una dinamica meno lineare anche per i beni rifugio, con l’oro sceso sotto i 4.200 dollari l’oncia. Un segnale che riflette non solo la tensione geopolitica, ma anche il riposizionamento degli investitori in un contesto più complesso.

Banche centrali tra prudenza e svolta restrittiva

Sul fronte della politica monetaria, la reazione delle banche centrali si muove lungo una linea sottile tra cautela e irrigidimento. Come sottolinea il Intermonte, sia la Federal Reserve sia la Banca Centrale Europea mantengono un approccio data-dependent, ma con un orientamento sempre più vicino a uno scenario di “higher for longer”.

Negli Stati Uniti, la Fed ha lasciato invariati i tassi nel range 3,5%-3,75%, confermando la solidità dell’economia domestica. Il mercato del lavoro resta resiliente, con un tasso di disoccupazione al 4,4%, mentre l’inflazione continua a rimanere elevata, anche a causa degli effetti dei dazi e del contesto energetico. Le aspettative di inflazione di breve periodo risultano in aumento, mentre quelle di lungo termine indicano ancora un graduale rientro verso il target del 2%.

Il dot plot della Fed conferma una traiettoria sostanzialmente invariata rispetto a dicembre, con Fed Funds al 3,4% a fine anno e al 3,1% nel 2027, ma con una distribuzione interna più orientata verso scenari restrittivi. Powell ha inoltre ribadito la volontà di garantire continuità istituzionale, anche nel caso di ritardi nella nomina del successore, mentre i mercati iniziano a prezzare la possibilità di un rialzo dei tassi entro fine anno.

In Europa, la BCE ha mantenuto i tassi al 2% con decisione unanime. Tuttavia, come evidenzia Intermonte, le nuove proiezioni macroeconomiche mostrano un peggioramento del quadro complessivo: l’inflazione attesa per il 2026 è stata rivista al rialzo al 2,6%, mentre la crescita è stata tagliata allo 0,9%. La banca centrale ha inoltre delineato scenari più critici, con inflazione fino al 4,4% e impatti persistenti su crescita e prezzi fino al 2027.

Le parole di Lagarde mettono in evidenza i principali rischi: prezzi delle materie prime, colli di bottiglia nelle supply chain e aspettative inflazionistiche delle imprese. In questo contesto, i mercati iniziano a incorporare un possibile ciclo restrittivo anche nell’Eurozona, con la prospettiva di fino a quattro rialzi da 25 punti base nel corso dell’anno.

Anche altre banche centrali, come BoJ e BoE, hanno scelto di mantenere i tassi invariati, segnalando un quadro globale caratterizzato da elevata incertezza e shock di offerta difficili da gestire.

Obbligazionario sotto pressione e fragilità europea

L’impatto di questo contesto si riflette in modo evidente sui mercati obbligazionari. I rendimenti sono saliti in maniera significativa: il Treasury decennale si avvicina al 4,5%, mentre il Bund ha superato il 3%.

In Europa, sottolinea Intermonte, la situazione è particolarmente delicata per i paesi più esposti allo shock energetico, tra cui l’Italia. Il BTP decennale ha superato il 4%, con uno spread rispetto al Bund vicino ai 100 punti base, segnalando un aumento della percezione del rischio.

Il contesto macroeconomico italiano resta fragile, anche per la forte dipendenza dalle importazioni energetiche. In risposta, il Governo ha introdotto un intervento temporaneo sui carburanti, con un taglio delle accise di 25 centesimi al litro per benzina e diesel e di 12 centesimi per il GPL, per un costo stimato superiore ai 500 milioni di euro.

Sul fronte macro, l’attenzione dei mercati si concentra ora sui prossimi dati e interventi delle banche centrali. In Europa, particolare rilievo sarà dato all’indice IFO tedesco e alla lettura finale del PIL spagnolo, mentre le dichiarazioni dei policymaker saranno cruciali per comprendere come verrà gestito il nuovo equilibrio tra inflazione, crescita e shock energetico.

In questo scenario, conclude Intermonte, la combinazione tra geopolitica, energia e politica monetaria continua a rappresentare il principale driver della volatilità, con effetti destinati a riflettersi sui premi per il rischio e sulle dinamiche dei mercati globali nelle prossime settimane.

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