Fed in pausa ma divisa
La Federal Reserve resta ferma sui tassi, come ampiamente previsto, ma il vero segnale arriva dalla frattura interna al FOMC. Secondo Eric Winograd di AllianceBernstein, la banca centrale americana è destinata a rimanere in pausa ancora a lungo, almeno finché non si ridurrà l’incertezza legata alla guerra in Iran o emergeranno cambiamenti rilevanti nei dati macroeconomici.
A colpire non è stata la decisione sui tassi, ma il numero e la natura dei dissensi. Come sottolinea Winograd, oltre al voto isolato di Miran a favore di un taglio – giudicato “assurdo e irrilevante” – tre presidenti regionali hanno contestato il linguaggio del comunicato. Logan, Hammack e Kashkari hanno interpretato il riferimento a “ulteriori aggiustamenti” come un segnale implicito di apertura all’allentamento, chiedendo invece una formulazione più neutrale.
Per Winograd, questo episodio è tutt’altro che marginale. Rappresenta un messaggio chiaro: una parte rilevante del Comitato non è pronta a sostenere tagli dei tassi nel breve periodo, a meno di un deterioramento significativo del mercato del lavoro.
Un messaggio per la futura Fed
Il significato politico di questi dissensi va oltre il presente. Come evidenzia AllianceBernstein, il segnale è diretto anche al futuro presidente della Fed, Kevin Warsh. Il messaggio implicito è che il Comitato non cambierà rapidamente orientamento dopo il suo insediamento.
Winograd interpreta questa dinamica come un richiamo alla prudenza: anche con un cambio di leadership, la Fed resterà vincolata a un contesto in cui l’inflazione e l’incertezza geopolitica limitano la possibilità di allentare la politica monetaria.
In questo senso, il quadro appare chiaro: la Fed non è solo in pausa, ma è anche istituzionalmente cauta, con un consenso interno fragile e una forte resistenza a mosse premature.
Eurozona tra crescita debole e inflazione in rialzo
Se negli Stati Uniti il tema centrale è la divisione interna alla Fed, in Europa è la trasformazione del contesto macroeconomico a guidare le scelte di politica monetaria.
John Taylor di AllianceBernstein evidenzia come l’escalation del conflitto in Iran abbia modificato profondamente lo scenario dell’Eurozona. Prima della crisi, la crescita era sotto il trend e l’inflazione leggermente inferiore al target, aprendo la strada a un possibile allentamento. Oggi la situazione è cambiata: l’aumento dei prezzi energetici ha spinto l’inflazione verso l’alto, mentre la crescita rallenta sotto il peso di costi più elevati e minore potere d’acquisto.
Secondo Taylor, questo crea una dinamica tipica da shock di offerta, con effetti simultanei su inflazione e crescita, particolarmente evidenti nei settori più energivori.
Bce prudente ma con rischi al rialzo
Nonostante le analogie con il 2022, il punto di partenza è più favorevole. Come ricorda Taylor citando Christine Lagarde, l’Eurozona si trova oggi in un contesto “tre volte due”: inflazione intorno al 2%, tassi a livelli neutrali e aspettative ancora ancorate.
Questo elemento, secondo AllianceBernstein, dovrebbe contribuire a contenere gli effetti di secondo impatto, limitando la persistenza dello shock energetico. Tuttavia, il rischio non è scomparso.
Taylor sottolinea che la Bce dovrebbe mantenere i tassi invariati nel breve periodo, ma con un aumento delle probabilità di ulteriori rialzi, legati soprattutto all’andamento dell’inflazione. Un eventuale ciclo restrittivo, però, sarebbe limitato nel tempo.
La traiettoria di fondo resta quella di un ritorno graduale verso la neutralità, con la politica monetaria destinata ad adattarsi a un contesto in cui la crescita rallenta e l’inflazione tende progressivamente a normalizzarsi.
Un equilibrio sempre più fragile
Nel complesso, l’analisi di AllianceBernstein evidenzia un punto chiave: le banche centrali si trovano in una fase di equilibrio estremamente delicato.
Negli Stati Uniti, la Fed è bloccata tra inflazione e divisioni interne. In Europa, la Bce deve gestire uno shock energetico che complica il quadro macroeconomico.
In entrambi i casi, emerge una linea comune: prudenza, flessibilità e forte dipendenza dai dati.
Il risultato è un contesto in cui le decisioni di politica monetaria saranno sempre più influenzate da fattori esterni, dalla geopolitica ai prezzi dell’energia, rendendo il percorso dei tassi meno prevedibile e più sensibile agli sviluppi globali.

di Francesco Sicuro













































