Performance di gennaio e volatilità sotto la superficie
I mercati finanziari hanno archiviato gennaio con una performance solida, sostenuti da una sequenza di dati macro migliori delle attese che ha continuato a favorire gli asset rischiosi, con l’S&P 500 capace di spingersi oltre quota 7.000 per la prima volta. Dietro i guadagni di facciata, però, si è confermata una volatilità elevata, già vista nel 2025, alimentata da un deciso aumento del rischio geopolitico, in particolare su Venezuela, Iran e Groenlandia. Tutto questo si è inserito in un quadro di pressione crescente sul dollaro, che ha registrato il più ampio calo su quattro sedute dal caos del Liberation Day dello scorso anno, indebolendosi contro tutte le altre valute del G10 nel corso di gennaio.
Venezuela: shock geopolitico e impatto limitato sui mercati
Il mese è stato dominato dai temi geopolitici, con un avvio particolarmente turbolento. Il primo evento chiave risale al 3 gennaio, quando il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato catturato da forze statunitensi e trasferito a New York. L’episodio ha sollevato interrogativi immediati sulle possibili ricadute di mercato, considerando che, secondo l’EIA, il Venezuela detiene le maggiori riserve provate di petrolio al mondo, pari al 17% del totale globale. Gli investitori hanno dovuto valutare se un’eventuale interruzione dell’offerta nel breve termine potesse essere compensata da una maggiore produzione nel lungo periodo. Al di fuori degli asset venezuelani e di alcune società petrolifere statunitensi, la reazione dei mercati globali è rimasta contenuta.
Iran e petrolio: escalation, ritracciamenti e nuovi massimi
Diverso l’impatto degli sviluppi legati all’Iran, che hanno prodotto una reazione molto più marcata sul prezzo del greggio, con il Brent tornato sopra i 70 dollari al barile a fine mese. Le tensioni sono aumentate con le crescenti speculazioni su un possibile attacco Usa, dopo che Trump il 13 gennaio ha annunciato la cancellazione di tutti gli incontri con funzionari iraniani, invitando apertamente i manifestanti a prendere il controllo delle istituzioni. Il giorno successivo, Reuters ha riferito che parte del personale era stato invitato a lasciare la base militare statunitense di Al Udeid in Qatar, già colpita da un attacco missilistico iraniano lo scorso giugno, rafforzando il timore di un’escalation imminente. In seguito, Trump ha ridimensionato le tensioni, affermando che le uccisioni in Iran si stavano fermando e che non erano previsti piani per esecuzioni. Questo ha portato a un breve ritracciamento del petrolio, seguito però da una nuova accelerazione dopo il post del 28 gennaio in cui il presidente ha ribadito che una “massiccia armata è diretta verso l’Iran”.
Groenlandia e dazi: minacce, risk-off e rapido recupero
Un altro fronte di instabilità ha riguardato la Groenlandia, con tensioni crescenti nel corso del mese. Il 14 gennaio Trump ha dichiarato che “gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale”, mentre il 17 gennaio ha minacciato dazi del 10% su diversi Paesi europei a partire dal 1° febbraio, destinati a salire al 25% in giugno, in assenza di un accordo per l’“acquisto completo e totale della Groenlandia”. Le dichiarazioni hanno innescato una fase di risk-off, con l’S&P 500 in calo del 2,1% nella seduta successiva. Non sono mancate ipotesi di ritorsioni europee, con il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil che ha parlato di provocazioni continue da parte di Trump e della necessità per l’Europa di fissare un limite. Il 21 gennaio, però, il presidente Usa ha annunciato di aver definito il quadro di un futuro accordo sulla Groenlandia e sull’intera regione artica, aggiungendo che i dazi del 1° febbraio non sarebbero scattati. Questo ha favorito un rapido recupero dei mercati, con l’S&P 500 tornato su nuovi massimi storici il 27 gennaio e una chiusura di mese in rialzo dell’1,4% in termini di total return.
Federal Reserve, dollaro e oro: indipendenza sotto i riflettori
Nel corso di gennaio è rimasta centrale anche la Federal Reserve, soprattutto dopo l’avvio da parte del Dipartimento di Giustizia di un’indagine penale che ha riacceso il dibattito sull’indipendenza della banca centrale. Il tema ha contribuito a rafforzare la corsa dei metalli preziosi, con l’oro in costante salita fino a chiudere il mese a +13,3%, la migliore performance mensile da oltre venticinque anni. Il rally dell’oro si è sviluppato in parallelo a un nuovo indebolimento del dollaro, con il Dollar Index in calo dell’1,4% nel mese. Il movimento si è accelerato dopo che Trump, interpellato sul tema, ha commentato che il calo della valuta era “una cosa positiva”, salvo poi stabilizzarsi dopo che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha ribadito in televisione la linea del dollaro forte. Il 30 gennaio è arrivata infine la conferma che Kevin Warsh è stato nominato da Trump come prossimo presidente della Fed.
Nonostante l’elevata volatilità, gli asset rischiosi hanno chiuso gennaio con un bilancio complessivamente positivo, sostenuti anche da indicatori macro solidi. In Europa, l’inflazione si è rivelata più debole delle attese, rafforzando le scommesse su un possibile taglio dei tassi Bce, mentre la crescita dell’area euro nel quarto trimestre ha sorpreso al rialzo con un +0,3%. Di conseguenza, la maggior parte dei principali indici azionari globali ha registrato progressi nel mese.

di Francesco Sicuro













































