Rendimenti in forte rialzo mentre Tokyo prepara la stretta monetaria
I rendimenti dei titoli decennali giapponesi hanno toccato l’1,94%, il livello più alto dal 2007, in un movimento che segnala crescente nervosismo verso il maxi-piano di spesa del governo Takaichi da 135 miliardi di dollari e le aspettative di un imminente rialzo dei tassi da parte della BoJ nella riunione del 18-19 dicembre.

Anche il comparto a lunghissima scadenza si è infiammato: i 30 anni hanno toccato un massimo storico del 3,44%, per poi ritracciare leggermente dopo un’asta da 700 miliardi di yen che ha attirato la domanda più forte dal 2019.

Il progressivo irrigidimento della curva ha spinto il rendimento dei titoli a due anni al 1,017%, massimo da 17 anni, evidenziando quanto le aspettative di politica monetaria stiano ormai guidando l’intero mercato dei JGB. Gli operatori segnalano che parte della domanda recente è arrivata da fondi pensione giapponesi e investitori esteri, mentre i tradizionali acquirenti di lungo periodo – come le assicurazioni vita – restano più cauti.

Al centro delle preoccupazioni non c’è soltanto la dimensione dello stimolo fiscale, ma anche la scarsità di compratori “stabili” sul segmento super-long, in una fase che potrebbe inaugurare un ciclo di rialzi più rapido del previsto. Un passaggio che il governo osserva con crescente attenzione, consapevole del rischio di un impatto più ampio sull’economia reale.
L’ombra del carry trade e il rischio di contagio sui mercati globali
Il discorso del governatore Ueda, interpretato come un chiaro segnale di futura stretta, ha innescato riflessi globali: Bund tedeschi e Treasury USA hanno visto un immediato aumento dei rendimenti, mentre lo yen ha messo a segno un balzo fino allo 0,8% prima di correggere.

Il legame non è casuale. La lunga stagione dei tassi negativi ha reso il Giappone l’epicentro del carry trade, una strategia che ha alimentato per anni il rialzo di azioni, bond e asset alternativi a livello globale. Le stime sull’ammontare complessivo oscillano dalle centinaia alle migliaia di miliardi di dollari, a conferma della sua portata sistemica.
Se i rendimenti giapponesi continuano a salire, la logica economica spinge gli investitori domestici a rimpatriare capitali, vendendo posizioni estere. Con il Giappone che è il maggiore creditore del mondo e il primo detentore di Treasury USA, basterebbe un ridimensionamento marginale dei flussi per creare tensioni rilevanti sui mercati obbligazionari occidentali.
È un rischio ben noto agli operatori, che ricordano il crollo del 12% della Borsa di Tokyo nel 2024 proprio durante un violento unwinding del carry trade, un episodio che colpì anche l’S&P 500.
La situazione è resa più critica dal contesto attuale: i governi stanno aumentando le emissioni di debito, le banche centrali hanno ridotto gli acquisti post-pandemia e i tradizionali compratori a lungo termine mostrano appetiti selettivi. In questo quadro, perdere anche una parte della domanda giapponese sarebbe un colpo pesante.
Nonostante l’allarme, i timori di un’ondata di vendite non sono condivisi da tutti
Alcuni analisti invitano alla prudenza prima di dare per scontato un contagio globale. Il fondo pensione pubblico giapponese (GPIF) mantiene regole di allocazione molto rigide, con un quarto del portafoglio vincolato a bond esteri: un cambiamento improvviso della strategia è ritenuto poco probabile. Inoltre, la recente fase di debolezza dello yen ha reso più appetibile mantenere esposizione internazionale, soprattutto una volta considerato il costo della copertura valutaria. HSBC sottolinea che, a differenza del 2024, gli investitori speculativi hanno ora posizioni nette long sulla valuta giapponese, riducendo il rischio di liquidazioni forzate.
L’eventuale stretta della BoJ resta comunque un punto di svolta per i mercati globali, perché si innesta in un momento in cui l’equilibrio tra domanda e offerta di debito sovrano è già fragile. Per molti gestori, il rischio maggiore non è tanto il Giappone in sé, quanto la combinazione tra politica monetaria giapponese, rallentamento dell’economia globale e aumento dei rendimenti a lungo termine negli Stati Uniti.

di Gino Ercole Zincone













































