Un 2025 da record grazie al vuoto lasciato dalle banche
Il credito privato nei Paesi emergenti ha vissuto un anno eccezionale. Secondo i dati della Global Private Capital Association, i fondi specializzati hanno erogato 18 miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2025, superando il precedente picco del 2022 e registrando una crescita che contrasta con le tensioni che stanno investendo il comparto statunitense. A trainare questo slancio è stato soprattutto il ritiro del credito bancario in Africa, America Latina e altri mercati, con gli operatori non bancari pronti a colmare un vuoto lasciato da istituti più cauti dopo i default che hanno agitato il settore USA.
La dinamica è resa ancora più significativa dal fatto che gli emergenti rappresentano una quota minima del mercato globale del private credit da 1,7 trilioni, ma stanno attirando attenzione grazie a un profilo di rischio più strutturato rispetto a quello statunitense. Le banche centrali di Brasile, Turchia e altri Paesi hanno mantenuto tassi reali elevati per contenere l’inflazione, rendendo il credito bancario più costoso e aprendo spazio a operatori come Gramercy, RBC BlueBay e Patria, ormai attori di primo piano nel finanziamento corporate locale.
Meno leva, più covenant e rendimenti più alti
Una delle ragioni del crescente interesse degli investitori internazionali è la qualità strutturale dei prestiti nei mercati emergenti. L’analisi di 153 operazioni mostra livelli medi di leva a 3 volte l’ebitda, contro le 4-5 volte degli Stati Uniti, e interest coverage ratio molto più solidi. Solo il 20% dei finanziamenti è destinato a società possedute da private equity, riducendo il rischio tipico del buyout-leveraged lending occidentale.
I rendimenti, invece, sono decisamente più elevati: fino al 17%, contro una media del 10% del direct lending USA. Questa asimmetria compensa la maggiore complessità giuridica dei Paesi emergenti, motivo per cui molti fondi utilizzano garanzie in diritto estero, strutture di sicurezza e protezioni che ricordano il private credit delle origini, prima dell’era dei “covenant-lite”.
Il valore medio delle operazioni sta crescendo: il 2025 ha registrato meno deal rispetto agli anni precedenti, ma di dimensioni molto più ampie. L’operazione simbolo è il prestito da 3,4 miliardi di dollari a Shapoorji Pallonji in India, erogato da un consorzio guidato da Ares e Cerberus, con un rendimento vicino al 20% e garanzia su una quota del conglomerato Tata Sons. Un altro esempio è il finanziamento fino a 2,4 miliardi a favore della fintech saudita Tamara, coinvolgendo alcuni dei maggiori investitori globali.
Rendimenti superiori e poche alternative attirano nuovi capitali
Nonostante il boom, i fondi dedicati agli emergenti hanno raccolto una cifra modesta rispetto al mercato globale: 54 miliardi su oltre 1,2 trilioni raccolti per il private debt dal 2021. La difficoltà nello scalare operazioni nei Paesi emergenti frena ancora l’ingresso massiccio di assicurazioni, fondi pensione e sovrani, che continuano a preferire giurisdizioni con regole fallimentari più prevedibili.
Gli asset manager specializzati, però, stanno capitalizzando: il gestore Ninety One, che sta raccogliendo un nuovo fondo di credito privato, sottolinea come i deal su infrastrutture digitali africane o data center brasiliani siano finanziati con rapporti loan-to-value molto prudenti, spesso fra il 30% e il 40%. E soprattutto, osservano i gestori, nei mercati emergenti il covenant-lite non esiste: una caratteristica che oggi appare un vantaggio rispetto ai rischi emersi nelle economie avanzate.
Con banche più caute, investitori in cerca di rendimento e un contesto macro ancora incerto, il credito privato nei mercati emergenti si sta rivelando un rifugio remunerativo e una delle poche aree del private debt globale ancora in piena espansione.

di Gino Ercole Zincone















































