La doppia flessione e il ritiro dal mercato del lavoro
A novembre 2025 gli occupati si attestano a 24 milioni e 188mila, un livello ancora elevato in termini storici. Ma, come osserva Gabriel Debach, market analyst di eToro, il dato headline da solo dice poco. Il segnale chiave è un altro: occupati in calo di 34mila unità e disoccupati in calo di 30mila nello stesso mese. Una combinazione che non indica rafforzamento, ma ritiro.
Il calo della disoccupazione non passa dall’aumento dell’occupazione, ma dall’uscita dal mercato del lavoro. In un solo mese gli inattivi aumentano di 72mila unità, diventando il vero perno della dinamica. È qui che, secondo Debach, si manifesta il tratto più ricorrente del 2025. La cosiddetta “doppia flessione” non è un’anomalia statistica, ma un pattern che si ripete: febbraio, aprile, luglio, agosto e ora novembre mostrano lo stesso schema. Meno lavoro, meno ricerca di lavoro, più rinuncia.
Un anno che tiene, ma a regime ridotto
Se si allarga lo sguardo ai primi undici mesi dell’anno, il bilancio resta formalmente positivo ma sempre più stanco. Gli occupati aumentano di 128mila unità, mentre gli inattivi crescono di 55mila. Il rapporto resta superiore a due a uno, segnale che il sistema continua a creare più posti di quanti ne perda. Ma, come sottolinea Debach, il ritmo è nettamente inferiore rispetto agli anni di vera espansione, come il 2021 o il 2023.
La macchina del lavoro gira ancora, ma a velocità ridotta. Non si intravede una crisi improvvisa, bensì un progressivo rallentamento che riduce la capacità del mercato di assorbire nuovi ingressi e reagire agli shock.
Il nodo femminile e un minimo storico fragile
Anche il dato di genere richiede cautela. Il divario tra disoccupazione maschile e femminile si restringe a 0,6 punti percentuali, con il tasso femminile al 6,1%, minimo storico. Ma è un minimo fragile. A novembre le disoccupate diminuiscono di 22mila, mentre le inattive aumentano di 49mila. Inoltre, l’88% del calo mensile degli occupati riguarda le donne.
Secondo Debach, il miglioramento del tasso non riflette un rafforzamento dell’occupazione femminile, ma un’uscita dal mercato del lavoro, un passaggio che migliora le statistiche senza rafforzare la base produttiva.
Stabilità contrattuale, ma meno elasticità
La tenuta del mercato, quando c’è, è tutta nella sua struttura. I contratti a tempo indeterminato crescono di 258mila unità su base annua, mentre quelli a termine crollano di 204mila. Meno precarietà, più stabilità. Ma anche meno dinamica e minore capacità di assorbire variazioni cicliche.
Depurando i dati dall’effetto demografico, il quadro cambia ancora. Nella fascia 35–49 anni, gli occupati calano del 2,2% in termini osservati, ma al netto della demografia la variazione è pari a zero. Le imprese non stanno tagliando posti, è la popolazione in età lavorativa che si restringe.
Sul totale 15–64 anni, l’occupazione cresce di appena +0,1%. Senza l’invecchiamento demografico sarebbe +0,6%. Come evidenzia Debach, il lavoro tiene, ma mancano le persone. Ed è questo, più di qualsiasi oscillazione mensile, il vincolo strutturale che segna il mercato del lavoro italiano nel 2025.

di Francesco Sicuro













































