Mercati stabili ma fragili: guerra, inflazione e rischio recessione globale

Mercati stabili ma fragili: guerra, inflazione e rischio recessione globale

I mercati restano sorprendentemente stabili nonostante lo stallo in Medio Oriente, ma sotto la superficie emergono tensioni crescenti. Tra catene di approvvigionamento in crisi, inflazione in rialzo e divergenze tra Stati Uniti ed economia globale, il contesto si fa sempre più complesso. Le banche centrali si trovano di fronte a scelte difficili, mentre gli investitori iniziano a confrontarsi con il rischio concreto di una recessione fuori dagli USA.

Stabilità apparente

I mercati hanno continuato a scambiare in modo relativamente stabile nel corso dell’ultima settimana, con le azioni statunitensi che rimangono ai massimi storici, nonostante il perdurare dello stallo in Medio Oriente. La chiusura dello Stretto di Hormuz continua ad aggravare le tensioni nelle catene di approvvigionamento globali, con effetti che iniziano a manifestarsi concretamente al di fuori degli Stati Uniti, mentre compagnie aeree riducono i programmi di volo e carenze di approvvigionamento portano a riduzioni della produzione in alcuni Paesi.

Come sottolinea Mark Dowding, Fixed Income CIO di RBC BlueBay Asset Management, emerge una disconnessione evidente tra percezione dei mercati e realtà osservata dai policymaker. Gli incontri a Washington hanno evidenziato come, nonostante la solidità dell’economia statunitense, questo scenario non sia replicabile altrove.

La forza dell’S&P 500 non rappresenta quindi una base solida per gli asset rischiosi globali. Il recente rally di azioni e credito europei, così come di diversi mercati asiatici, viene messo in discussione proprio per la maggiore esposizione ai rischi al ribasso legati allo shock energetico e commerciale.

Divergenza globale

Negli Stati Uniti, l’impatto del conflitto appare contenuto. L’economia beneficia di una domanda interna ancora sostenuta, favorita da tagli fiscali, deregolamentazione e investimenti legati all’intelligenza artificiale. Anche se l’aumento dei prezzi delle materie prime genera uno shock inflazionistico, gli USA risultano più protetti rispetto alle carenze fisiche che colpiscono altre aree.

Dowding evidenzia come l’impatto sulla crescita americana resti moderato, mentre in Europa e in gran parte dell’Asia la pressione aumenta settimana dopo settimana. Il blocco del traffico marittimo nel Golfo incide direttamente sulle economie più dipendenti dalle importazioni energetiche e dalle catene globali.

Sul piano geopolitico, l’idea che un’escalation sia improbabile potrebbe rivelarsi errata. Alcuni ambienti a Washington ritengono che gli Stati Uniti possano ancora intensificare l’azione militare per accelerare una conclusione del conflitto. Questo scenario si intreccia con dinamiche politiche interne, tra elezioni di mid-term, possibile ritorno dei Democratici alla Camera e un utilizzo crescente degli ordini esecutivi da parte dell’amministrazione.

Anche la politica monetaria resta al centro. Le audizioni di Kevin Warsh indicano una possibile Fed più orientata a un bilancio contenuto ma con tassi relativamente accomodanti. I mercati si aspettano stabilità dei tassi per gran parte del 2026, con Treasury destinati a muoversi intorno ai livelli attuali.

Shock su Europa e Asia

Al di fuori degli Stati Uniti, il quadro si complica rapidamente. L’inflazione dell’Eurozona è vista sopra il 3%, mentre la crescita potrebbe scendere sotto lo 0,5%, anche in caso di riapertura dello Stretto di Hormuz. Ogni settimana di blocco aggiuntivo comporterebbe ulteriore pressione su crescita e inflazione.

Dowding richiama un parallelismo con l’inizio della pandemia: i segnali di crisi sono visibili prima nei dati e nei flussi reali, e solo dopo si riflettono pienamente nei mercati. Le ultime petroliere partite prima del conflitto hanno raggiunto l’Asia, ma da ora in avanti le carenze di approvvigionamento sono destinate ad aumentare, rendendo inevitabile una distruzione della domanda per riequilibrare il sistema.

Le prospettive di recessione crescono quindi in Europa e in diversi Paesi asiatici. I primi segnali sono già evidenti nei dati: aumento dei prezzi alla produzione in Germania e forte crescita dei prezzi alimentari nel Regno Unito.

Questo contesto costringe le banche centrali a scelte difficili. Nonostante il rallentamento economico, la BCE potrebbe essere costretta ad alzare i tassi a giugno e settembre, seguita dalla Bank of England. Anche il Giappone si muove verso un inasprimento, con un possibile rialzo a giugno.

Riposizionamento dei mercati

In questo scenario, le strategie di investimento si stanno adattando. Cresce l’interesse per obbligazioni indicizzate all’inflazione e per valute dei mercati emergenti legate al petrolio, mentre si riduce l’esposizione verso Paesi importatori di energia. Dowding segnala anche un orientamento favorevole allo yen e una posizione più prudente sulla sterlina, alla luce delle incertezze politiche nel Regno Unito e del rischio di tensioni sul mercato dei Gilt.

Il contesto resta dominato dal flusso di notizie sul conflitto. Le azioni statunitensi mostrano una sorprendente resilienza, ma gli effetti sono molto più tangibili in Europa e Asia, dove l’impatto si riflette direttamente sulla vita quotidiana e sull’economia reale.

Emergono segnali di una rottura delle correlazioni tra asset rischiosi, con portafogli in fase di riposizionamento. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento mostrano vulnerabilità strutturali, come dimostrano esempi concreti legati alla produzione industriale e alla disponibilità di materiali.

Nuovi equilibri globali

Guardando avanti, una delle conseguenze più evidenti del conflitto è la necessità per i Paesi di rafforzare l’autosufficienza in ambiti chiave come difesa, energia e produzione alimentare. Dopo una serie di shock globali, dalla pandemia alla guerra in Ucraina fino alla crisi attuale, emerge con forza il tema della dipendenza dalle catene globali.

Dowding sottolinea come la distanza tra narrativa di mercato e percezione dei policymaker sia oggi particolarmente ampia, un segnale che storicamente richiede cautela. Le strategie restano quindi improntate alla prudenza, in attesa di maggiore chiarezza sull’evoluzione del conflitto e sulle condizioni macroeconomiche globali.

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