Leadership globale
Se si guarda alla scorsa settimana sui mercati, le chiavi di lettura si dividono in tre filoni distinti, con quello politico in primo piano. Gabriel Debach, market analyst di eToro per l’Italia, sottolinea come l’attenzione si sia concentrata sulla decisione della Corte Suprema statunitense che, con un voto 6 a 3, ha dichiarato illegittimo il ricorso ai poteri di emergenza previsti dall’IEEPA per imporre tariffe “reciproche” radicali. Un passaggio che incide sulla politica commerciale e riaccende il dibattito sui dazi. Viene meno lo strumento emergenziale, non la strategia tariffaria nel suo complesso.
Il secondo filone è macroeconomico. Il PIL americano è cresciuto dell’1,4% nel quarto trimestre, sotto le attese, mentre il PCE core si attesta al 3%, ancora oltre il target della Federal Reserve. Crescita più lenta e inflazione persistente delineano un quadro che non segnala recessione, ma nemmeno una fase di accelerazione.
Il terzo elemento è il mercato stesso. Secondo Debach, il messaggio arrivato venerdì è stato chiaro: assenza di paura e nuovi massimi. In Europa il CAC 40 ha aggiornato i massimi storici, terzo record del 2026. Lo Stoxx 600 ha toccato il 14° massimo dell’anno, l’Euro Stoxx 50 il 10°, l’AEX il 6°. Una sequenza che conferma la solidità del blocco europeo.
Negli Stati Uniti non è stato l’S&P 500 tradizionale a catturare l’attenzione, ma la sua versione equal weight, l’RSP, che assegna lo stesso peso a tutti i titoli e ha segnato il 13° massimo del 2026. Si tratta di un indicatore di ampiezza: non stanno correndo solo le mega-cap e, fatta eccezione per Alphabet, nessuna delle altre Mag7 ha aggiornato nuovi massimi storici quest’anno.
Anche l’Asia contribuisce al quadro di forza diffusa. Il Kospi ha registrato il 24° massimo dell’anno, diventato 25° nella seduta successiva. Fuori dagli Stati Uniti il movimento è esteso: il Vanguard FTSE All World ex US ha raggiunto 15 massimi annuali, l’IEFA è salito a 14, l’EEM a 9. Il Bovespa brasiliano ha segnato il 12° massimo del 2026.
Il filo conduttore, come evidenzia Debach, è evidente: la forza non è concentrata su Wall Street ma distribuita tra Europa, mercati sviluppati ex USA ed emergenti. Non si tratta solo di nuovi massimi, ma della conferma che la leadership globale si sta ampliando.
Divergenza tra macro e prezzi
Rallentamento macroeconomico, inflazione sopra target e incertezza legale sui dazi convivono con una sequenza di record sui listini. Per comprendere questa divergenza occorre guardare ai flussi. Debach segnala la terza settimana consecutiva di afflussi nei fondi azionari, per 2,989 miliardi di dollari. Gli ETF equity hanno registrato 25 settimane consecutive di inflow, con una media a quattro settimane pari a circa 2,4 miliardi.
Non sono cifre che raccontano euforia o mania retail, ma un sostegno strutturale e disciplinato. Il mercato non corre perché sconta un nuovo ciclo espansivo globale, ma perché il denaro continua a entrare in modo meccanico. La componente passiva sta costruendo un pavimento tecnico. Non si osserva capitolazione né panic selling, ma neppure entusiasmo aggressivo. Il rally è alimentato più dai flussi che dalla convinzione.
In questo contesto si inserisce la sentenza della Corte Suprema. Sotto l’IEEPA sono stati raccolti circa 175 miliardi di dollari di entrate tariffarie, una cifra rilevante in valore assoluto ma pari a circa lo 0,6% di un’economia da 30 trilioni e ancora meno significativa rispetto a un debito federale di 38,6 trilioni. La Corte ha eliminato una parte consistente del regime tariffario emergenziale, rimuovendo una leva ampia e immediata.
Il mercato ha reagito con un rimbalzo iniziale, con SPY e QQQ in rialzo dopo la decisione, per poi raffreddarsi rapidamente. Nessuna esplosione, nessun cambio di regime. Come ricorda Debach, lo scenario era già stato ampiamente prezzato: i mercati di previsione attribuivano circa l’80% di probabilità a una bocciatura. Il rischio binario era stato assorbito prima del verdetto.
Resta aperto il tema dei circa 170 miliardi di dollari di entrate tariffarie raccolte fino al 20 febbraio sotto l’IEEPA, su cui la sentenza non si è espressa. Il nodo dei rimborsi rimane sul tavolo, con potenziali impatti su Tesoro, margini aziendali, flussi di cassa e aspettative fiscali.
L’amministrazione ha reagito introducendo un dazio globale del 10%, salito al 15% il giorno successivo, sotto la Section 122 del Trade Act del 1974, valido per 150 giorni. Cambia la forma, non la sostanza del conflitto commerciale. La leva tariffaria non scompare, si trasforma.
Sul piano geopolitico, l’invalidazione dei dazi emergenziali rafforza la posizione negoziale di Xi, che si presenta al tavolo con maggiore potere contrattuale. Senza la minaccia di escalation immediata, Washington perde una carta tattica. Pechino può insistere su semiconduttori avanzati, restrizioni tecnologiche e accesso ai mercati. Anche l’Europa valuta di riconsiderare l’approvazione del proprio accordo.
Il rischio esistenziale è stato rimosso, quello negoziale resta. Per i mercati significa che l’incertezza non è scomparsa ma è stata diluita in una finestra temporale di 150 giorni, politicamente sensibile. Intanto le azioni asiatiche hanno registrato rialzi fino all’1%, trainate dai tecnologici, nella speranza che la sentenza favorisca economie come Cina e India, tra le più colpite dalla serie di dazi dell’amministrazione Trump.
Il mercato continua a prezzare crescita. L’azionario statunitense tratta a 22 volte gli utili forward, sopra la media degli ultimi cinque anni. Le dieci maggiori società rappresentano il 38% della capitalizzazione e il 32% degli utili dell’indice, con una concentrazione elevata ma sostenuta da utili solidi.
Nvidia alla prova
Mentre gli indici aggiornano i massimi, il posizionamento racconta una storia diversa. L’indicatore composito di sentiment e posizionamento globale di Goldman Sachs è sceso al 59° percentile. In questo contesto, come osserva Debach, la crescita sarà messa alla prova dai numeri di Nvidia.
La società, che pesa circa il 7% dell’S&P 500, pubblicherà i risultati del quarto trimestre dopo la chiusura di mercoledì. I grandi numeri su ricavi e profitti attireranno l’attenzione, ma gli investitori cercheranno soprattutto indicazioni sulle prospettive per il 2026 e il 2027. Investire significa guardare avanti più che al passato recente.
Wall Street prevede per Nvidia un fatturato tra 65 e 66 miliardi di dollari, in aumento del 68% su base annua, e un utile per azione in crescita del 71% a 1,52 dollari, con margini in miglioramento. L’azienda ha abituato il mercato a superare le stime e l’ultima vera delusione risale al 2022, prima dell’ondata legata all’IA generativa.
I segnali dalla catena di approvvigionamento, incluso il colosso TSMC, sono stati solidi, mentre i principali clienti hanno aumentato i piani di spesa per l’intelligenza artificiale. Più Alphabet, Meta, Amazon e Microsoft investono in infrastrutture AI, più Nvidia consolida il ruolo di fornitore di riferimento di chip ad alte prestazioni.
Un elemento interessante è che, nonostante l’intensità degli investimenti e le aspettative elevate, il titolo Nvidia è rimasto quasi invariato negli ultimi sei mesi. Sono passati 77 giorni dall’ultimo massimo storico, una sequenza che non si registrava dal periodo successivo all’effetto DeepSeek. In un mercato sostenuto dai flussi e da una leadership globale più ampia, i conti del colosso dei semiconduttori diventano così il vero banco di prova per la solidità del rally.

di Francesco Sicuro















































