Fine ciclo e flessibilità: perché le strategie “senza vincoli” tornano centrali
Dopo i solidi risultati del 2025 i mercati obbligazionari possono restare una fonte di valore durevole nel 2026, ma con un requisito chiave: flessibilità. Nell’outlook obbligazionario per il nuovo anno, Marco Giordano, Investment Director di Wellington Management, mette in fila gli elementi che sostengono la crescita come stimolo fiscale, investimenti in IA e deregolamentazione dei mercati finanziari e quelli che aumentano la complessità, come incertezza sul commercio e dubbi sull’indipendenza delle banche centrali, in un contesto di inflazione non pienamente decifrabile. In parallelo, molte banche centrali dei mercati sviluppati si avvicinano alla fine dei cicli di allentamento: una fase in cui, per Giordano, la dispersione tra Paesi e segmenti può aumentare e la volatilità può tornare a farsi sentire.
È qui che si inserisce la prima idea: l’obbligazionario senza vincoli, cioè strategie total return non ancorate a un benchmark. Per Giordano sono tra le più adatte ad attraversare le fasi finali del ciclo economico e del credito, perché la divergenza delle politiche monetarie può creare dislocazioni in un momento in cui le valutazioni appaiono elevate in molti settori. In questo contesto, “vincere” significa soprattutto selettività e disciplina, non inseguimento del mercato.
All’interno di questo perimetro, Giordano individua due direttrici: strategie globali sui titoli di Stato e multivaluta, che tendono a distinguersi quando l’incertezza macro sale, e strategie ampiamente prive di vincoli, con la possibilità di allocare tra diversi settori del credito. La logica è mantenere allocazioni dimensionate verso attivi liquidi, in primis i titoli di Stato, per rafforzare la resilienza senza sacrificare rendimento. In un mercato dove le valutazioni sono “compresse”, Giordano insiste su un punto: pazienza e precisione possono essere premiate, perché il valore emerge più facilmente da una ricerca disciplinata di opportunità che da posizionamenti rigidi. L’impiego in portafoglio, nella cornice proposta da Giordano, è chiaro: diversificazione, liquidità, derisking e rendimento totale.
Dove cercare carry e alpha: IG europeo, high yield in euro, emergenti e cartolarizzato
Nel secondo blocco di idee, Giordano sposta l’attenzione su quattro aree in cui rendimento e diversificazione possono convivere, ma solo a condizione di accettare che il 2026 potrebbe essere l’anno in cui la dispersione torna a contare.
Per il credito investment grade europeo, Giordano parte da un’osservazione pratica: anche con spread compressi, rendimenti dei governativi ancora elevati fanno sì che l’IG resti interessante in termini di carry e reddito. In questo universo, Giordano vede l’IG europeo distinguersi per ciclo ancora robusto, domanda forte e fondamentali interessanti tra gli emittenti di qualità più elevata. La dispersione tra regioni, settori ed emittenti è contenuta, ma proprio per questo, sottolinea Giordano, le fasi di volatilità potrebbero creare occasioni per generare alpha tramite selezione titoli e allocazione settoriale. Inoltre, le obbligazioni IG europee offrono un elemento tecnico spesso sottovalutato: un cuscinetto di duration che può bilanciare il rischio di credito se i fondamentali dovessero deteriorarsi rapidamente. La conclusione operativa di Giordano è che l’IG europeo può offrire nel 2026 un profilo di performance relativamente stabile, con potenziale di alpha crescente quando la dispersione tornerà ad ampliarsi. L’uso in portafoglio, secondo Giordano, è focalizzato su reddito, riduzione del rischio e liquidità.
Sul credito high yield in euro, Giordano riconosce il limite di partenza: spread vicino ai minimi storici. Il punto, però, è che i rendimenti complessivi restano interessanti e che alcuni fattori possono prolungare il ciclo del credito. Giordano cita il calo dei tassi e gli investimenti legati all’IA come elementi destinati a sostenere il ciclo, anche se alcune aree dell’economia statunitense mostrano segnali di indebolimento. L’Europa, in questa lettura di Giordano, potrebbe beneficiare di condizioni di finanziamento più favorevoli e di risparmi delle famiglie solidi. Da qui l’aspettativa: fondamentali societari nel complesso stabili e tassi di default in discesa verso le medie di lungo periodo nei prossimi 12 mesi. Ma la parte più importante arriva dopo: Giordano invita a prepararsi a maggiore dispersione in presenza di rischi di coda, citando possibili allocazioni inefficienti di capitale nel private credit, nell’indebitamento legato ai data center e nella geopolitica. A questo si sommano trend strutturali come il cambiamento di regime in Europa, che per Giordano potrebbe incidere sempre di più sui differenziali relativi. Per questo il 2026, nel quadro di Giordano, è un anno in cui farà la differenza un’analisi fondamentale rigorosa: l’obiettivo è essere esposti ai vincitori relativi, non ai perdenti, in un contesto che cambia rapidamente. In portafoglio, l’high yield in euro viene letto da Giordano come leva per total return e reddito.
Il quarto pilastro è il debito dei mercati emergenti. Qui Giordano propone una tesi più strutturale: il DME può essere sia motore di rendimento sia strumento di diversificazione, soprattutto per investitori europei. È un’asset class storicamente più ciclica e volatile rispetto ai mercati sviluppati, ma Giordano vede ragioni per restare positivi, anche perché una parte crescente dei rischi oggi origina dai mercati sviluppati, in un contesto di politiche statunitensi potenzialmente dirompenti. Secondo Giordano, i rendimenti elevati attuali del DME rappresentano una proxy ragionevole dei rendimenti attesi per l’anno successivo, con un possibile supporto da previsioni di default contenute e margini di miglioramento dei fondamentali su crescita, finanza pubblica e indicatori esterni. Il contesto macro, per Giordano, resta costruttivo: inflazione contenuta, spazio per ulteriori tagli dei tassi e sostegno fiscale alla crescita globale. Anche qui la selezione è centrale: Giordano invita a monitorare fine ciclo, politica dei dazi USA e rischi geopolitici; insieme alla divergenza politica e fiscale tra Paesi, questi fattori possono aumentare la dispersione e rendere decisiva la selezione bottom-up. Le valutazioni aggregate sono più impegnative, ma Giordano segnala ancora sacche interessanti, soprattutto nell’high yield e tra sovrani emergenti più piccoli. In assenza di shock inattesi, la tesi di Giordano è che il DME possa contribuire positivamente a un portafoglio ben diversificato, grazie a carry, possibile compressione dei tassi e persistente debolezza del dollaro. Il ruolo in portafoglio, secondo Giordano, combina reddito, rendimento e diversificazione.
Infine, il credito cartolarizzato, che Giordano considera una fonte preziosa di diversificazione e reddito nelle strategie multisettoriali. Nel 2026, per Giordano, i settori cartolarizzati possono offrire rendimenti interessanti rispetto alle corporate IG, grazie a protezioni strutturali e a una duration degli spread più contenuta, utile per attenuare la volatilità dei tassi. C’è anche un vantaggio di costruzione di portafoglio: esposizione a driver distinti (consumi, residenziale, immobiliare commerciale) che può ridurre la correlazione con il credito corporate tradizionale e rafforzare la resilienza in un contesto incerto, sottolinea Giordano. I fondamentali, nella lettura di Giordano, si stanno normalizzando, ma la performance varia molto per sottosettore e tipologia di debitore: per questo la selezione titoli è cruciale. Tra i segmenti più interessanti, Giordano indica RMBS non-agency, ABS su crediti al consumo di qualità più elevata e CMBS selezionati; inoltre vede potenziale selettivo nelle CLO, sostenute da fondamentali solidi nel mercato dei prestiti bancari. L’impiego in portafoglio, nella cornice di Giordano, mira a reddito, total return e diversificazione.

di Francesco Sicuro













































