La svolta dopo una corsa senza precedenti
Il rally dell’oro ha subito una violenta inversione di rotta, con il prezzo del metallo giallo precipitato fino all’8% in una sola seduta, scendendo sotto quota 5.000 dollari l’oncia dopo aver sfiorato i 5.600 dollari il giorno precedente. Il movimento segna il peggior calo giornaliero da oltre un decennio e arriva al termine di una fase di euforia che aveva spinto i metalli preziosi su livelli mai visti prima.

Nonostante il tracollo, il bilancio mensile resta eccezionale: gennaio si avvia a essere il miglior mese per l’oro degli ultimi quarant’anni, mentre l’argento ha messo a segno la miglior performance mensile della sua storia, con un rialzo intorno al 40%. Numeri che testimoniano l’intensità di una corsa definita da diversi operatori come estrema e difficilmente sostenibile nel breve periodo.
Effetto domino su argento e platino
La correzione non ha risparmiato gli altri metalli. L’argento (linea rossa) è crollato fino al 18%, mentre il platino (linea blu) ha perso circa il 16%, confermando la natura generalizzata delle prese di profitto. Secondo diversi analisti, i movimenti osservati tra giovedì e venerdì hanno portato il comparto a vivere uno dei periodi di maggiore volatilità della sua storia, con oscillazioni amplificate da posizionamenti molto affollati.

Il brusco dietrofront è stato interpretato come un classico segnale di fine rally di breve termine, dopo settimane in cui gli investitori avevano accumulato posizioni difensive in risposta a un contesto geopolitico sempre più instabile e a crescenti timori sull’inflazione globale.
La Fed cambia il quadro per i mercati
A innescare la correzione è stata soprattutto la notizia della nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, ufficializzata da Donald Trump. L’indicazione di un profilo percepito come più ortodosso e rigoroso sul fronte della stabilità dei prezzi ha rafforzato il dollaro, togliendo uno dei principali pilastri alla narrativa rialzista dell’oro.

Le aspettative di una banca centrale più attenta al controllo dell’inflazione hanno ridimensionato i timori di svalutazione del dollaro, che negli ultimi mesi avevano alimentato la domanda di beni rifugio. Il rafforzamento del biglietto verde ha reso l’oro meno attraente per gli investitori internazionali, accelerando le vendite.
Volatilità amplificata e interventi regolatori
A pesare sul sentiment ha contribuito anche l’azione delle autorità cinesi. La Shanghai Futures Exchange ha annunciato la sospensione di diversi conti di trading e ha invitato gli operatori a comportamenti più prudenti, nel tentativo di raffreddare una speculazione giudicata eccessiva. Segnali che hanno rafforzato l’idea di un mercato entrato in una fase di surriscaldamento tecnico.
Secondo alcuni gestori, l’ampiezza dei ribassi riflette una vera e propria capitolazione degli acquisti, dopo che i prezzi si erano spinti a livelli estremamente distanti dalle medie storiche di lungo periodo.
Il trend di fondo resta sotto osservazione
Nonostante la violenta correzione, diversi investitori istituzionali restano cautamente costruttivi sul medio periodo. La domanda di diversificazione da parte delle banche centrali, le tensioni geopolitiche persistenti e l’incertezza sulle politiche economiche globali continuano a rappresentare fattori strutturali di supporto per l’oro.
Nonostante i rally incredibili dell’ultimo anno, in ogni caso, né l’oro né l’argento sono vicini alle performance del 1979.

Nel breve termine, però, il messaggio che arriva dai mercati è chiaro: dopo una salita definita “troppo rapida e troppo intensa”, i metalli preziosi stanno entrando in una fase di aggiustamento, in cui la volatilità resterà elevata e la prudenza torna al centro delle strategie di investimento.

di Gino Ercole Zincone













































