Outlook azionario 2026: utili, IA e dollaro al centro del prossimo anno

Outlook azionario 2026: utili, IA e dollaro al centro del prossimo anno

Dopo due anni di rendimenti sorprendenti, i mercati azionari arrivano al 2026 con valutazioni tirate e un livello di concentrazione record, soprattutto negli Stati Uniti. Eppure la spinta degli utili, il taglio atteso dei tassi e gli investimenti nelle nuove tecnologie continuano a sostenere lo scenario di base, mentre nei mercati emergenti la partita si gioca tra Cina, India e l’onda lunga dell’hardware per l’AI, con il Brasile che torna ad attrarre capitali.

Azionario globale: slancio e utili tengono in piedi il quadro

Il 2026 si apre con un mercato che non sembra pronto a spegnere l’entusiasmo, anche se le criticità sono ormai sotto gli occhi di tutti. Secondo Alex Tedder, Portfolio Manager e CIO Equities di Schroders, le prospettive per l’azionario globale restano compatibili con un cauto ottimismo, nonostante la concentrazione dei listini, le valutazioni elevate e i timori ricorrenti di bolla legati all’intelligenza artificiale. Il punto è che, per ora, il momentum macro e la traiettoria degli utili hanno continuato a prevalere sul rumore geopolitico, offrendo una base concreta alla performance.

Il contesto degli ultimi due anni lo conferma. Nel 2024 l’azionario globale ha segnato un +18% in dollari, mentre nel 2025 è arrivato un ulteriore balzo, +20,5% in dollari, in un clima segnato da instabilità politica che non ha impedito agli investitori di restare ancorati ai fondamentali. In questo quadro, Tedder sottolinea come l’economia statunitense abbia mantenuto un profilo solido e come le politiche tariffarie dell’amministrazione Trump abbiano accelerato gli investimenti domestici senza generare, almeno finora, l’impennata inflazionistica temuta da molti. Il risultato è una crescita degli utili che resta il vero carburante del mercato, con l’EPS dell’S&P 500 atteso in aumento del 13% nel 2025.

Anche fuori dagli Stati Uniti il clima è rimasto positivo, con Europa e Asia che hanno registrato alcuni dei migliori rendimenti degli ultimi anni. In questi casi la spinta arriva soprattutto dalla rivalutazione, alimentata dall’idea che il 2026 possa portare una ripresa economica. Le stime di consenso restano aggressive, con aspettative di crescita degli utili tra il 12% e il 15% tra Europa, Asia e Stati Uniti. Nella lettura di Schroders, questo mix di crescita economica, utili e investimenti strutturali nelle nuove tecnologie continua a offrire un supporto di fondo ai mercati globali, anche se “per un po’” resta una definizione che il mercato dovrà misurare trimestre dopo trimestre.

Valutazioni alte e mercati concentrati: perché il rischio non è solo un numero

Il tema delle valutazioni è inevitabile, perché quasi tutti i mercati appaiono costosi rispetto alla storia recente, con multipli superiori alle medie quinquennali. Il rischio di mean reversion esiste e gli scettici lo ricordano ogni giorno, ma Tedder ritiene che le valutazioni possano restare elevate ancora, sostenute da un fattore molto concreto: i tassi a breve, in molti Paesi, sono attesi in calo, con gli Stati Uniti in prima linea.

Accanto alla leva monetaria, Schroders richiama anche dinamiche strutturali che a suo avviso il mercato continua a sottovalutare. In Cina la transizione verso un ruolo da gigante tecnologico è già visibile in segmenti come veicoli elettrici, rinnovabili e robotica, mentre in Europa infrastrutture tecnologiche e transizione energetica restano, nella lettura di Tedder, aree con potenziale ancora non pienamente prezzato. È un quadro che lascia spazio non solo alla tenuta dei multipli, ma anche a un’ulteriore espansione delle valutazioni, finché lo scenario macro e i tassi lo permettono.

La concentrazione, intanto, continua a dominare il dibattito. I 10 maggiori titoli tech valgono circa il 40% della capitalizzazione dell’S&P 500, un massimo storico. Tedder invita però a non trattare la concentrazione come un male in sé: in ogni grande fase di innovazione ci sono stati periodi prolungati in cui pochi campioni hanno catalizzato capitale e performance. La differenza, oggi, è che l’ondata tecnologica non è un singolo ciclo, ma una somma di cicli, e quello più rapido è l’IA generativa.

Qui la questione diventa più delicata. L’andamento delle Magnifiche Sette è stato sostenuto da investimenti enormi nell’infrastruttura AI, ma proprio questi numeri alimentano i dubbi su ritorni attesi e “circolarità” della catena del valore. Con le aziende più grandi che rappresentano oltre il 70% della spesa totale in capex dell’S&P 500, Schroders mette sul tavolo una realtà semplice: il destino del mercato azionario Usa dipende dalla fiducia nella capacità dell’AI di generare ricavi e profitti coerenti con queste spese. Per ora la fiducia tiene, anche se si intravedono segnali di euforia, come la corsa di società legate all’AI prive di utili o perfino di ricavi, pur con una capitalizzazione complessiva definita “modesta” da Tedder.

Il punto centrale resta la monetizzazione. Schroders cita segnali incoraggianti, come Alphabet che ha indicato contributi significativi dell’AI alla crescita dei ricavi nel cloud, nella ricerca e perfino su YouTube. Tedder porta poi l’attenzione su ChatGPT, che starebbe già generando circa 20 miliardi di dollari di ricavi nel 2025, con un potenziale che nella loro analisi potrebbe salire a 200 miliardi entro il 2030. In questo quadro, l’attuale valutazione di 500 miliardi della società madre OpenAI diventa una variabile da leggere in prospettiva: ipotizzando un multiplo di 10 volte le vendite future, una capitalizzazione potenziale arriverebbe a 2.000 miliardi, un numero che cambia la percezione dell’entusiasmo per l’AI, soprattutto se confrontato con Nvidia a 5.000 miliardi. L’ottimismo, però, non elimina il rischio di correzione: più i mercati salgono con multipli già alti, più diventa acuto il rischio che un catalizzatore faccia saltare l’equilibrio.

Il catalizzatore che può far cambiare trama: obbligazioni, inflazione e politica

Schroders non racconta un mercato senza rischi, anzi mette l’accento su un elemento cruciale: una correzione importante richiede un catalizzatore. Per ora non si vede in modo evidente, ma Tedder ritiene che, quando arriverà, potrebbe nascere dal mercato obbligazionario. Il tema è legato alle politiche di Trump, che nel breve termine avrebbero funzionato, ma che potrebbero generare problemi sotto forma di inflazione e debito federale. Anche il Regno Unito viene citato come area vulnerabile, con un’economia che fatica a trovare crescita e che potrebbe essere schiacciata dalla spesa pubblica finanziata con tasse, fino a richiedere un salvataggio.

Il quadro è pieno di possibili micce, ciascuna capace di accelerare un riassetto delle valutazioni verso livelli più normali. In uno scenario simile, la maggior parte degli asset rischia performance deludenti, ma Tedder individua un’area più difensiva dentro l’equity: società poco apprezzate, generatrici di cassa e ben finanziate, che potrebbero reggere meglio. Schroders parla esplicitamente di una diversificazione utile tramite un’esposizione più alta a titoli selezionati in sanità, beni di consumo e utility, settori che tendono a offrire stabilità quando l’aria cambia.

L’indicazione di fondo resta quindi doppia: procedere con fiducia se il mercato prosegue, ma investire con cautela perché il prezzo del rischio aumenta man mano che il ciclo si allunga.

Mercati emergenti: Cina, India e Brasile, con il dollaro come variabile decisiva

Sul fronte emergente, Tom Wilson, Head of Emerging Market Equities di Schroders, parte da un dato netto: nel 2025 l’azionario EM ha sovraperformato i mercati globali, ma parlare di emergenti come blocco unico non ha senso, perché l’indice MSCI EM è dominato per l’80% da quattro Paesi: Cina, India, Taiwan e Corea. È qui che si forma il beta, ed è qui che si gioca la direzione del 2026.

La Cina resta un caso complesso, con problemi strutturali e ciclici: investimenti ancora troppo alti sul Pil, indebitamento elevato, eccesso di capacità e deflazione persistente, con un’economia che sembra intrappolata in una trappola di liquidità. Il crollo dell’immobiliare ha indebolito le finanze locali e la fiducia delle famiglie. Eppure, nella lettura di Wilson, la Cina continua a essere altamente innovativa e competitiva, con un miglioramento della qualità dei prodotti che favorisce sia la sostituzione delle importazioni sia l’aumento delle esportazioni. Le tensioni geopolitiche restano, ma Schroders segnala un elemento di leva: il dominio cinese nella lavorazione di terre rare e magneti, che funge da protezione contro misure tariffarie e non tariffarie eccessive dagli Stati Uniti. Le valutazioni sono salite, ma vengono definite ragionevoli, e la casa mantiene una visione positiva sulla Cina.

L’India ha vissuto un 2025 più modesto e ha sottoperformato dopo anni di sovraperformance. Le valutazioni sono migliorate, con finanziari ritenuti più interessanti e non finanziari ancora costosi. Wilson lascia però aperta la porta a un’inversione della performance relativa, citando fattori che possono sostenere il 2026: bassa inflazione, dollaro più debole che facilita l’allentamento monetario, un modesto allentamento fiscale e la possibilità che un alleggerimento dei dazi diventi un catalizzatore. C’è poi un’altra variabile: se il tema AI dovesse ribaltarsi, l’India potrebbe beneficiare di una riallocazione dei flussi.

Taiwan e Corea sono invece fortemente legate all’hardware AI, con un benchmark taiwanese all’85% tecnologico e quello coreano al 50%. La spesa per l’hardware AI ha sostenuto il 2025 e Schroders si aspetta che la domanda resti robusta nel 2026, anche se cresce l’incertezza sul capex del 2027. I nodi sono gli stessi che pesano anche sugli Stati Uniti: tempi di monetizzazione dell’AI, possibile diluizione dei rendimenti degli hyperscaler e limiti di potenza. Wilson ritiene che l’IT meriti un sovrappeso per la forza degli utili, anche se le valutazioni sono salite.

Infine, Schroders cerca opportunità oltre i “quattro grandi” e indica il Brasile come mercato da sovrappesare. Le ragioni sono pratiche: valutazioni azionarie attraenti, cambio reale conveniente e tassi reali molto elevati. Wilson inserisce anche un potenziale evento politico: se le elezioni di ottobre 2026 portassero un governo di centro-destra più disciplinato sul piano fiscale, potrebbe arrivare una compressione significativa dei tassi reali. Parte di questo scenario è già nel prezzo, ma il rapporto rischio/rendimento viene definito favorevole, con in più l’idea che bassa inflazione permetta allentamento monetario e che un dollaro debole e una Fed in easing offrano sostegno.

Qui entra la variabile di lungo periodo. Schroders dichiara di aspettarsi un deprezzamento strutturale del dollaro, citando valutazioni elevate, minore appetito per finanziare i deficit Usa e il potenziale di monetizzazione fiscale. Se il dollaro scende in modo persistente, l’azionario emergente tende a beneficiarne, soprattutto se si combina con valutazioni relative interessanti e un possibile miglioramento del ROE. I rischi restano sul tavolo, dal ribaltamento del tema AI alle tensioni geopolitiche e alla volatilità politica, ma Wilson mantiene la tesi che l’azionario emergente continui a offrire valore.

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