Petrolio in calo, svanisce il premio geopolitico e torna lo spettro dell’eccesso di offerta

Petrolio in calo, svanisce il premio geopolitico e torna lo spettro dell’eccesso di offerta

L’attenzione del mercato del greggio cambia direzione in poche ore: quando la tensione geopolitica si raffredda, i prezzi tornano a muoversi sulle dinamiche “classiche” di domanda e scorte. È quello che è successo con il ritracciamento di Brent e Wti, mentre gli operatori hanno ridimensionato le scommesse su un’escalation in Medio Oriente e sono tornati a guardare a segnali di abbondanza dell’offerta.

Rischio Iran in ritirata, il mercato scarica il premio

Il petrolio ha accelerato al ribasso dopo che la narrativa di un possibile intervento statunitense contro l’Iran ha perso forza. Il Brent è sceso di oltre il 4%, riportandosi area 63,9 dollari al barile, cancellando gran parte dei guadagni accumulati nei giorni precedenti, mentre il Wti è tornato in are 59,5 dollari al barile.

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La spinta rialzista di inizio settimana era stata alimentata da un mix di fattori, proteste interne in Iran, nuove pressioni commerciali legate ai flussi di greggio e timori su un’azione militare, che avevano favorito il superamento della media mobile a 200 giorni e un picco intorno a 66,8 dollari per il Brent e a 62,36 dollari per il Wti.

L’Iran resta un tassello sensibile per il mercato: produce circa il 3% del petrolio mondiale ed esporta circa 2 milioni di barili al giorno, in larga parte verso la Cina, oltre ad essere il terzo paese con le maggiori riserve al mondo.

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Inoltre, controlla lo Stretto di Hormuz, passaggio chiave per una quota rilevante del petrolio trasportato via mare. Proprio per questo, ogni segnale di distensione tende a comprimere rapidamente il “premio” legato al rischio geopolitico e a rimettere al centro le variabili di bilancio tra offerta e domanda.

Scorte Usa e Venezuela, l’offerta torna protagonista

A rafforzare la correzione ha contribuito il ritorno dei temi di sovrabbondanza. Il dato sulle scorte statunitensi ha mostrato un aumento di 3,4 milioni di barili nella settimana chiusa il 9 gennaio, circa il doppio delle attese: un segnale che, in un mercato già nervoso, pesa subito sulle quotazioni. In parallelo, gli operatori si sono rimessi a prezzare la prospettiva di un riavvio dei flussi dal Venezuela, con l’aspettativa che le esportazioni possano riprendere dopo la fase di blocco navale statunitense evocata nelle ultime settimane.

Il messaggio che passa sui desk è chiaro: quando la tensione si attenua, la “storia” torna quella di un mercato che teme l’eccesso di offerta nel breve termine. In questa cornice, i rally guidati dalle crisi tendono a essere rapidi ma fragili, pronti a essere riassorbiti appena emergono evidenze di disponibilità di barili.

“Sell the fact”, rally già prezzato

Diversi analisti hanno osservato che la fiammata di inizio settimana incorporava già buona parte del rischio geopolitico. Il punto, per chi gestisce posizioni direzionali sul greggio, è che anche uno scenario di intervento potrebbe non tradursi automaticamente in prezzi più alti se le esportazioni iraniane non venissero effettivamente colpite. In quel caso, il mercato potrebbe reagire con la dinamica più temuta dai rialzisti: “compra sulle indiscrezioni, vendi sulla notizia”, ovvero un classico sell the fact.

Il risultato è un quadro in cui il petrolio torna a muoversi tra scosse improvvise legate ai flashpoint geopolitici e una forza di gravità che richiama i prezzi verso il tema dominante di questa fase: il rischio di oversupply.

Gino Ercole Zincone  di Gino Ercole Zincone
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