Il Brent rompe la soglia psicologica
Il prezzo del Brent è sceso sotto i 60 dollari al barile, toccando in avvio di seduta area 59,7 dollari, il livello intraday più basso da maggio. Un dato che ha un forte valore simbolico: il benchmark internazionale non chiudeva sotto questa soglia dai mesi più duri della pandemia.

Anche il WTI statunitense resta debole, con le quotazioni scese sotto i 57 dollari, sui minimi da inizio 2021.

Il movimento al ribasso arriva dopo cinque mesi consecutivi di calo, la striscia negativa più lunga degli ultimi undici anni, segnalando un deterioramento strutturale del sentiment sul mercato energetico.
La variabile geopolitica torna centrale
A innescare l’ultimo scivolone sono state le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha parlato di un accordo per porre fine alla guerra in Ucraina “più vicino che mai”. Pur con le cautele espresse da diversi governi europei, ancora scettici sulla risoluzione delle questioni territoriali, i mercati hanno iniziato a prezzare l’impatto di una possibile normalizzazione dei flussi di petrolio russo.
Secondo gli analisti, un’intesa avrebbe effetti immediati soprattutto sul piano logistico. Le sanzioni hanno costretto il greggio russo a percorsi molto più lunghi verso Asia e Medio Oriente, immobilizzando grandi volumi lungo le rotte marittime. Un ritorno a schemi commerciali più tradizionali potrebbe liberare rapidamente decine, se non centinaia di milioni di barili, aumentando di fatto l’offerta disponibile sul mercato globale.
Un mercato già appesantito dall’abbondanza
Il possibile effetto “pace” arriva in un momento delicato. Il petrolio sconta già un eccesso strutturale di produzione, con l’offerta globale cresciuta di circa 3 milioni di barili al giorno nel 2025. A spingere sono stati non solo i Paesi Opec, ma anche produttori non Opec come Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina.
Nonostante alcuni recenti tagli e le interruzioni legate alle sanzioni su Russia e Venezuela, il quadro di medio termine resta sbilanciato. Le stime indicano per il 2026 un surplus medio vicino ai 3,7 milioni di barili al giorno, un livello persino superiore a quello registrato durante la crisi pandemica.
Mercati cauti ma pronti a reagire
Gli operatori più prudenti avvertono che i mercati potrebbero essersi mossi in anticipo. In passato, diverse aperture diplomatiche si sono rivelate premature, senza tradursi in reali cambiamenti sul piano energetico. Tuttavia, in una fase di scambi ridotti, tipica del periodo tra fine anno e festività, anche segnali politici incompleti possono amplificare la volatilità.
Il risultato è un petrolio sempre più sensibile non solo alle dinamiche geopolitiche, ma anche alle aspettative di lungo periodo su domanda, produzione e transizione energetica. Con un surplus che incombe e una domanda globale meno brillante del previsto, il mercato del greggio sembra aver imboccato una fase in cui la pressione ribassista potrebbe durare più a lungo del previsto.

di Gino Ercole Zincone













































