Una Fed in attesa, con un quadro macro più solido del previsto
La riunione di gennaio si profila come un passaggio di continuità per la politica monetaria statunitense, con tassi destinati a rimanere invariati. Dalla seconda frase in poi, gli analisti di State Street Markets evidenziano come manchino elementi sufficientemente forti per convincere un Comitato già diviso a modificare l’attuale impostazione. L’analisi della copertura mediatica in chiave falco-colomba mostra un quadro sostanzialmente stabile rispetto a dicembre, con un leggero spostamento complessivo verso toni più accomodanti, bilanciato però da una minore inclinazione dovish da parte dei membri del FOMC nominati dall’amministrazione Trump. Questo equilibrio riflette un contesto macroeconomico misto, che continua ad ampliare le differenze interpretative all’interno della Fed.
Da un lato, i dati sull’inflazione mostrano segnali di miglioramento, ma dall’altro le minacce tariffarie e la progressiva normalizzazione delle serie macro riducono la fiducia con cui questi progressi possono essere letti. Anche sul fronte del lavoro il quadro resta ambiguo. Il rallentamento delle assunzioni osservato nella seconda metà del 2025 sembra essersi stabilizzato, ma il livello di equilibrio dell’occupazione rimane oggetto di dibattito. Ciò che appare più rilevante è che qualsiasi segnale di debolezza del mercato del lavoro non si è tradotto in un rallentamento dell’attività economica complessiva. Il PIL del terzo trimestre 2025, cresciuto del 4,4%, e il Nowcast del quarto trimestre, stimato al 5,4%, sono nettamente superiori alla previsione della Fed per l’intero 2025, pari all’1,7%. Questo scarto suggerisce che l’istituto centrale potrebbe essere stato eccessivamente prudente nelle valutazioni di fine 2025, contribuendo indirettamente allo slancio dell’economia statunitense all’inizio del nuovo anno.
Comunicazione, tasso neutrale e tensioni istituzionali
Questi progressi moderati ma diffusi dovrebbero riflettersi anche nel comunicato di politica monetaria, che secondo State Street potrebbe apparire più costruttivo rispetto a dicembre. L’attività economica ha sorpreso al rialzo e potrebbe giustificare un cambiamento nella valutazione della crescita, da “moderata” a “forte”, mentre il riferimento al graduale aumento della disoccupazione potrebbe essere attenuato per riflettere il recente calo e la stabilizzazione intorno agli obiettivi impliciti per il 2025–2026. L’inflazione, invece, continuerà a essere descritta come ancora elevata, mantenendo vivo il vincolo principale alla normalizzazione della politica monetaria.
Nel complesso, emerge l’immagine di una Fed ferma, ma non immobile, impegnata a interrogarsi sul livello del tasso neutrale. Le dichiarazioni recenti dei membri del FOMC continuano a definire la politica monetaria come moderatamente restrittiva, ma la combinazione di inflazione persistente e crescita robusta, rafforzata dai guadagni di produttività, mette sotto pressione questa valutazione. Da questa prospettiva, il mercato sembra destinato a continuare a prezzare un tasso neutrale intorno al 3%, con una chiusura dell’anno probabilmente al di sopra di tale livello. In questo contesto, Miran dovrebbe restare l’unica voce dissenziente, spingendo per ulteriori tagli, mentre i membri a rotazione tenderanno ad allinearsi alla linea attuale, dato che un dissenso restrittivo implicherebbe la richiesta di rialzi dei tassi.
Sul piano istituzionale, la conferenza stampa di Powell si preannuncia delicata. È probabile che il presidente venga incalzato su questioni politiche, alla luce dell’indagine del Dipartimento di Giustizia e della sua recente comparizione davanti alla Corte Suprema nel caso Lisa Cook. Powell dovrebbe evitare di entrare nel merito, rimandando alla dichiarazione ufficiale dell’11 gennaio come sintesi della posizione della Fed. Non è escluso che gli venga chiesto se intenda restare nel Board dopo maggio, una domanda alla quale difficilmente risponderà. Nel complesso, la prima riunione del 2026 sembra destinata a confermare uno status quo di stallo della politica monetaria, in cui l’assenza di decisioni operative convive con un intenso dibattito su crescita, neutralità e credibilità istituzionale.

di Francesco Sicuro













































