Stretto di Hormuz, inflazione e tassi: perché l’Europa rischia il worst case scenario

Stretto di Hormuz, inflazione e tassi: perché l’Europa rischia il worst case scenario

La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz sta trasformando uno shock geopolitico in un rischio macroeconomico globale. Energia più cara, crescita in rallentamento e inflazione persistente stanno mettendo sotto pressione soprattutto l’Europa, mentre le banche centrali si trovano davanti a scelte sempre più difficili in un contesto che ricorda da vicino uno scenario stagflattivo.

Energia e rischio razionamento

Sono passati ormai circa due mesi dalla chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, diventato il principale canale di trasmissione del conflitto iraniano all’economia globale. Lo snodo strategico attraverso cui transitano numerose commodity energetiche continua a operare soltanto in maniera limitata, alimentando tensioni sui mercati e crescenti timori sulle prospettive economiche internazionali.

Come spiega Ombretta Signori, Head of Macroeconomic Research and Strategy di Ofi Invest AM, nelle prime settimane di crisi la narrativa prevalente sui mercati riteneva che, salvo una chiusura prolungata dello stretto, i solidi fondamentali dell’economia globale sarebbero stati sufficienti a evitare un deterioramento significativo dello scenario macroeconomico. Una visione condivisa inizialmente anche da Ofi Invest AM.

Con il passare del tempo, però, il quadro ha iniziato a cambiare. Signori sottolinea infatti che più a lungo Hormuz resta inaccessibile, maggiore diventa la probabilità che l’impatto sui prezzi dell’energia si prolunghi, producendo effetti diretti sia sulla crescita sia sull’inflazione. Finora il sistema globale è riuscito a reggere grazie all’utilizzo delle scorte strategiche e alla riorganizzazione dei flussi commerciali di alcune commodity chiave, ma con l’avvicinarsi dell’estate il rischio di carenze energetiche aumenta sensibilmente.

Secondo Signori, nel caso in cui tali carenze dovessero materializzarsi, sarebbe estremamente difficile evitare forme di razionamento delle risorse, scenario che storicamente comporta una contrazione della domanda e un rallentamento dell’attività economica. Ogni settimana di chiusura aggiuntiva dello stretto, evidenzia Signori, allontana lo scenario più benigno e avvicina progressivamente quello peggiore.

Europa più fragile degli Stati Uniti

Tra le principali economie avanzate, l’Europa appare oggi l’area più vulnerabile agli effetti dello shock energetico. Secondo Signori, il rallentamento della crescita nell’Eurozona era già evidente nel primo trimestre dell’anno, con un’espansione pari appena allo 0,1% trimestrale e allo 0,4% annualizzato.

L’unica grande economia europea che continua a mostrare una domanda interna ancora robusta è la Spagna. Al contrario, il resto dell’Area Euro appare molto più esposto alle tensioni energetiche e al deterioramento del quadro industriale e manifatturiero.

Signori osserva che, se le eventuali carenze di energia dovessero emergere durante l’estate, gli effetti economici potrebbero iniziare a manifestarsi già in primavera. Per questo motivo appare ormai estremamente improbabile che l’Eurozona riesca a chiudere il 2026 con una crescita pari o superiore all’1%.

La situazione statunitense appare invece più resiliente. L’economia americana ha mantenuto una crescita del 2% annualizzato nel primo trimestre, sostenuta soprattutto dalla tenuta dei consumi e dagli investimenti tecnologici. Ofi Invest AM evidenzia inoltre come il contributo diretto dell’intelligenza artificiale alla crescita sia stato relativamente limitato, pari a circa lo 0,8%, poiché gli ingenti investimenti nel comparto sono stati in parte compensati dall’aumento delle importazioni tecnologiche.

Un ulteriore elemento di sostegno per l’economia americana arriva dai rimborsi fiscali. Secondo Signori, nel secondo trimestre i rimborsi delle tasse, superiori del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025, dovrebbero in media compensare la perdita di potere d’acquisto generata dall’aumento dei prezzi del carburante, consentendo ai consumi di restare relativamente solidi.

Ciò non significa però che gli Stati Uniti siano immuni. L’analisi di Signori sottolinea infatti che, qualora i prezzi energetici dovessero rimanere elevati per tutto il secondo trimestre, anche la spesa dei consumatori americani finirebbe inevitabilmente sotto pressione.

Inflazione e banche centrali sotto pressione

Sul fronte dell’inflazione, aprile ha segnato un nuovo incremento sia in Europa sia negli Stati Uniti. Nell’Eurozona il dato ha raggiunto il 3%, mentre negli Usa si è attestato al 3,3%.

Per ora, secondo Signori, le pressioni inflazionistiche restano concentrate prevalentemente nel comparto energetico e non si osservano ancora effetti secondari particolarmente significativi sull’economia reale. Anzi, Signori evidenzia come l’inflazione core abbia registrato una lieve diminuzione dello 0,1%, mentre quella legata ai servizi sia scesa al 3% per la prima volta dal 2022 nel Vecchio Continente.

Il problema principale riguarda però il posizionamento delle banche centrali. La Banca Centrale Europea si trova infatti davanti a uno scenario estremamente complesso: gli shock dal lato dell’offerta rischiano di riportare al rialzo l’inflazione proprio nel momento in cui il processo di disinflazione sembrava avviarsi verso gli obiettivi prefissati.

Negli Stati Uniti, il cambio alla guida della Federal Reserve non ha modificato in modo sostanziale le aspettative di politica monetaria. L’arrivo di Kevin Warsh al posto di Jerome Powell non sembra aver prodotto segnali di svolta immediata sui tassi. Allo stesso tempo, Powell ha annunciato la volontà di restare all’interno del board come Governatore, nel tentativo di preservare l’indipendenza della Fed in una fase particolarmente delicata. Secondo Signori, si tratta di una scelta che non si osservava dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

La Bce verso una svolta sui tassi

Il nodo più delicato riguarda ora proprio Francoforte. Se fino a poche settimane fa il mercato si interrogava sulla possibilità che la Bce potesse alzare i tassi, oggi, osserva Signori, la domanda sembra essersi capovolta: cosa potrebbe impedirle di farlo?

Secondo Ofi Invest AM, al momento i dati non mostrano ancora effetti di secondo ordine sufficientemente forti da imporre una stretta immediata. Ma se lo Stretto di Hormuz dovesse restare chiuso ancora a lungo, la Bce potrebbe concretamente avviare un primo rialzo dei tassi già nel mese di giugno.

L’ultimo meeting dell’istituto centrale europeo ha già lasciato intravedere diversi segnali in questa direzione, pur senza annunci ufficiali. Christine Lagarde, ricorda Signori, ha ammesso che l’ipotesi di un aumento dei tassi è stata discussa all’interno del Consiglio direttivo e che lo scenario macroeconomico di base si sta progressivamente allontanando dalle previsioni formulate a marzo, quando si ipotizzava ancora uno shock energetico di breve durata.

Per Ofi Invest AM il rischio è che il prolungarsi delle tensioni energetiche trasformi definitivamente l’attuale scenario in una fase di stagflazione, caratterizzata da crescita debole, inflazione persistente e politiche monetarie costrette a restare restrittive più a lungo del previsto.

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