Politica monetaria e inflazione: il ritorno all’ortodossia e i suoi costi
La Turchia rappresenta un esempio emblematico della tensione che spesso caratterizza le economie emergenti: il conflitto tra ciò che è economicamente ortodosso e ciò che è politicamente sostenibile. Negli ultimi anni il Paese ha attraversato una lunga fase di politiche monetarie non convenzionali, iniziata nel 2018, che aveva contribuito a spingere l’inflazione oltre l’80%.
Dopo le elezioni presidenziali e parlamentari del maggio 2023, tuttavia, la Banca Centrale della Repubblica di Turchia ha avviato un deciso ritorno all’ortodossia monetaria. I tassi di riferimento sono stati progressivamente alzati fino al 50% nel marzo 2024, nel tentativo di riportare sotto controllo le pressioni inflazionistiche. Successivamente, con l’inflazione in graduale rallentamento, l’istituto centrale ha adottato un orientamento più accomodante, riducendo i tassi al 37% nel gennaio di quest’anno.
Come sottolinea Polina Kurdyavko, Portfolio Manager e Head of Emerging Market Debt di RBC BlueBay, il mercato si aspetta che l’inflazione possa scendere tra il 20% e il 25% entro la fine dell’anno, segnalando che la stretta monetaria ha iniziato a produrre risultati concreti.
Questa fase ha avuto effetti rilevanti anche sul sistema finanziario. Dalla metà del 2024 il settore bancario turco ha registrato un ritorno significativo della redditività, con margini di interesse netti in forte recupero e alcune banche che puntano a livelli intorno al 4,5%. Il miglioramento della redditività è stato favorito proprio dal contesto di tassi elevati e dal graduale calo dell’inflazione.
Tuttavia, questo equilibrio resta fragile. Ogni riduzione di 100 punti base dell’inflazione comporta circa 15 punti base di pressione negativa sui margini di interesse, creando un delicato bilanciamento tra stabilità dei prezzi e redditività del sistema bancario.
Macroprudenziale, debito e pressioni sociali: il lato fragile della stabilizzazione
Nonostante i progressi nel controllo dell’inflazione, il mantenimento di tassi estremamente elevati comporta costi economici e sociali significativi. Il numero dei crediti deteriorati sta aumentando e circa 4 milioni di cittadini risultano in default su prestiti personali o debiti da carta di credito, mentre gli oneri finanziari crescono più rapidamente dei salari.
Questo contesto limita la disponibilità politica a mantenere una politica monetaria fortemente restrittiva. Per questo motivo, le autorità turche stanno affiancando agli strumenti tradizionali misure macroprudenziali selettive, nel tentativo di mantenere l’equilibrio tra stabilità finanziaria e sostenibilità sociale.
Tra queste misure figura l’obbligo per le banche di mantenere depositi in lira turca pari ad almeno il 60% della raccolta complessiva, una decisione che rischia di comprimere i margini degli istituti di credito. Le banche si trovano infatti a competere per i depositi domestici in un contesto in cui molti risparmiatori preferiscono depositi in oro o valuta estera, considerati più sicuri.
Secondo Kurdyavko, questa dinamica evidenzia come il ritorno all’ortodossia monetaria stia funzionando ma richieda un delicato equilibrio tra stabilità finanziaria, sostenibilità politica e aspettative degli investitori. La tolleranza pubblica verso tassi molto elevati resta infatti limitata, e questo riduce lo spazio di manovra delle autorità monetarie.
Geopolitica ed energia: la nuova priorità strategica della Turchia
Nel calcolo strategico della leadership turca, tuttavia, la politica economica non è più l’unica priorità. Il Paese sta cercando di valorizzare il proprio ruolo geopolitico come hub energetico tra Europa e Mediterraneo orientale, puntando su nuovi progetti infrastrutturali e sulla propria posizione strategica.
Tra le iniziative più ambiziose figura la prospettiva di gasdotti in grado di collegare il gas qatariota ai mercati europei, inclusa la Germania, oltre alla possibilità di nuove scoperte di idrocarburi nelle regioni curde. Questa strategia energetica si inserisce in un più ampio tentativo di rafforzare la posizione internazionale della Turchia.
Come evidenzia Kurdyavko, questo orientamento geopolitico sta influenzando anche la politica interna. La recente apertura verso i gruppi curdi – con la possibilità di consentire il rientro dei membri del PKK senza procedimenti giudiziari – rappresenta un tentativo pragmatico di rafforzare la stabilità interna per sostenere la strategia regionale.
Secondo alcuni consulenti governativi, la cooperazione con i curdi è considerata fondamentale per la strategia energetica e geopolitica della Turchia, che punta a diventare un corridoio energetico affidabile tra Medio Oriente ed Europa.
Le implicazioni sono profonde: la fine di un conflitto durato oltre 40 anni potrebbe trasformare il PKK da movimento armato a attore politico, contribuendo a stabilizzare non solo la Turchia ma anche aree limitrofe come Siria e Iraq.
Crescita, inflazione e scommessa geopolitica: il futuro dell’economia turca
Questa evoluzione suggerisce che le performance economiche non rappresentano più l’unico criterio guida per la politica del Paese. Nella pianificazione strategica, i risultati geopolitici e politici sembrano assumere un peso crescente rispetto al raggiungimento immediato di specifici obiettivi macroeconomici.
Anche la politica fiscale riflette questo cambiamento di priorità. Nonostante alcuni segnali di consolidamento e un deficit migliore delle attese, la disciplina di bilancio resta selettiva: il governo sembra disposto a mantenere una politica fiscale espansiva nelle aree considerate strategiche, riducendo la spesa in altri settori.
Secondo Kurdyavko, la strategia attuale della Turchia può essere interpretata come una scommessa calcolata: accettare un rallentamento nel processo di disinflazione per favorire crescita economica e risultati geopolitici nel breve periodo.
Il rischio principale non è tanto l’allontanamento graduale da una politica monetaria restrittiva, quanto piuttosto la relativa tranquillità con cui questa strategia viene perseguita. Le aspettative di inflazione restano infatti ancorate tra il 20% e il 25%, suggerendo che la sola ortodossia monetaria potrebbe non essere sufficiente senza riforme strutturali più profonde.
In questo senso, l’esperienza turca rappresenta un importante monito per altri mercati emergenti. La politica monetaria può stabilizzare la valuta e rafforzare il sistema finanziario, ma non può sostituire riforme economiche più ampie né affrontare le debolezze strutturali della competitività.
La scommessa di Ankara sui dividendi geopolitici potrebbe rivelarsi lungimirante, ma comporta anche il rischio di una prolungata sottoperformance economica se il contesto internazionale non dovesse evolvere come previsto. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se questa strategia riuscirà a generare prosperità sostenibile o se i costi dell’esperimento supereranno i benefici.

di Francesco Sicuro













































