Start&Stock: arresto di Maduro in Venezuela, nessun effetto shock previsto sui mercati

Start&Stock: arresto di Maduro in Venezuela, nessun effetto shock previsto sui mercati

I mercati aprono la prima settimana piena del nuovo anno con i future di Europa e Wall Street in rialzo, mentre l’attenzione resta concentrata sugli sviluppi in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. In Asia prevale un clima costruttivo, con forti rialzi azionari trainati dal settore tecnologico, a fronte di rendimenti giapponesi in tensione dopo le indicazioni restrittive della Bank of Japan. Il petrolio resta sotto pressione nonostante il rischio geopolitico, mentre oro e argento accelerano verso nuovi massimi.

STATI UNITI ED EUROPA

L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire in territorio positivo, con il future che segna un rialzo dello 0,7%. Deboli, invece, i futures sull’S&P 500 (+0,2%) e quelli sul Nasdaq 100 (+0,5%).

Con il ritorno alla prima settimana piena del 2026, il tema dominante resta quanto accaduto nel fine settimana in Venezuela, dove il presidente Nicolás Maduro è stato catturato da forze statunitensi e trasferito a New York. Gli eventi si sono susseguiti rapidamente a partire da sabato mattina, quando sono giunte notizie di esplosioni nella capitale Caracas, seguite poco dopo da un messaggio del presidente Donald Trump, che ha annunciato che Maduro era stato “catturato e portato fuori dal Paese”. Nel corso di una conferenza stampa tenuta sempre sabato, Trump ha aggiunto che gli Stati Uniti “gestiranno il Venezuela” fino a una fase di transizione politica.

Resta poco chiaro anche il quadro politico-istituzionale interno. La Corte Suprema venezuelana ha conferito alla vicepresidente Delcy Rodríguez i poteri presidenziali ad interim, mentre Trump ha riferito che il segretario di Stato Marco Rubio ha avuto contatti con la nuova leadership. Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti dispongono di una sorta di “quarantena petrolifera”, uno strumento che consentirebbe a Washington di esercitare una forte leva sugli sviluppi futuri. Trump non ha escluso una presenza militare statunitense sul terreno, affermando di non esserne “spaventato”. Nelle ore notturne, Rodríguez ha diffuso una dichiarazione in cui ha invitato il governo statunitense a collaborare su un’agenda di cooperazione, orientata allo sviluppo condiviso e al rispetto del diritto internazionale.

L’esperienza storica suggerisce che gli shock geopolitici tendono raramente a produrre effetti duraturi, poiché gli investitori si concentrano soprattutto su crescita e inflazione. Anche questa dinamica sembra confermarsi oggi con futures azionari statunitensi ed europei in rialzo. Un copione simile si è osservato negli ultimi anni in Medio Oriente, dove le escalation tra Israele e Iran nell’aprile e ottobre 2024 e nel giugno 2025 hanno avuto effetti contenuti al di fuori delle materie prime e dei mercati regionali. Gli episodi che hanno lasciato un segno profondo sui mercati sono stati quelli in grado di incidere sui fondamentali macroeconomici, come le crisi petrolifere degli anni Settanta, la Guerra del Golfo del 1990 e l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, tutte accomunate da shock energetici persistenti e da un impatto negativo sulla crescita globale.

Prima degli eventi venezuelani, i mercati avevano iniziato l’anno con un tono costruttivo. Venerdì l’S&P 500 aveva chiuso in rialzo dello 0,2%, segnando il primo avvio positivo dal 2022, mentre lo Stoxx 600 europeo aveva guadagnato lo 0,7%, aggiornando i massimi storici. Il quadro era stato parzialmente offuscato dalla debolezza delle Magnificent Seven (-0,9%), con Tesla (-2,6%) penalizzata da consegne trimestrali inferiori alle attese. Storicamente, però, la prima seduta dell’anno si è spesso rivelata un indicatore poco affidabile: tra il 2023 e il 2025 l’S&P aveva aperto in calo per poi chiudere l’anno con guadagni a doppia cifra, mentre nel 2022, dopo un avvio positivo, l’indice aveva registrato il peggior risultato dal 2008.

ASIA

L’avvio di settimana è stato caratterizzato da un forte rialzo dei mercati azionari. Il Kospi ha segnato un progresso del 3,2% toccando un nuovo massimo storico, seguito dal Nikkei (+3,1%), dal CSI 300 (+1,5%), dallo Shanghai Composite (+1,1%) e dall’Hang Seng (+0,1%). Il comparto tecnologico ha guidato i rialzi, con Samsung Electronics in evidenza a +6%.

Arrivano indicazioni contrastanti dagli indici PMI di Cina e Giappone. In Cina, l’attività dei servizi ha rallentato al passo più debole degli ultimi sei mesi a dicembre, con una crescita più contenuta delle nuove commesse e una domanda estera in flessione. Il RatingDog China General Services PMI, elaborato da S&P Global, è sceso a 52,0 da 52,1 di novembre, segnando la lettura più bassa da giugno. In Giappone, il segnale è più incoraggiante: l’indice PMI manifatturiero, sempre calcolato da S&P, è salito a 50 a dicembre dal 48,7 precedente, interrompendo una sequenza di cinque mesi di contrazione e riportandosi sulla soglia che separa espansione e recessione.

Sul fronte della Bank of Japan, il governatore Kazuo Ueda ha ribadito nelle ultime ore che l’istituto centrale continuerà ad aumentare i tassi di interesse qualora l’andamento dell’economia e dei prezzi risulti coerente con le previsioni ufficiali. Le sue dichiarazioni hanno contribuito a spingere al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato nipponici a 2 e 10 anni, saliti in prossimità dei massimi degli ultimi trent’anni, confermando un clima di crescente attenzione sul percorso di normalizzazione monetaria.

SPREAD ED EMISSIONI

Il Btp decennale italiano apre la prima seduta della settimana con un rendimento del 3,57%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 68 punti base.

Sono in programma diverse aste di titoli di Stato in Europa. La Francia offrirà BTF per un ammontare complessivo compreso tra 6,2 e 7,4 miliardi di euro, suddivisi tra scadenze al 15 aprile 2026, 1° luglio 2026 e 30 dicembre 2026. La Germania, dal canto suo, collocherà 4 miliardi di euro di BUBILL, equamente ripartiti tra le scadenze del 15 aprile 2026 e del 14 ottobre 2026.

PETROLIO

Il petrolio avvia la prima seduta della settimana in lieve calo, mentre gli operatori valutano le ricadute della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi sull’offerta globale di greggio e sulle prospettive del settore energetico del Paese sudamericano. Il Brent si muove in area 60 dollari al barile, dopo una fase iniziale caratterizzata da oscillazioni tra rialzi e ribassi, mentre il West Texas Intermediate (WTI) scambia attorno ai 57 dollari. Nonostante il forte scossone politico registrato nel fine settimana in Venezuela, il Paese Opec pesa ormai solo marginalmente sull’equilibrio del mercato mondiale, che deve già fare i conti con un surplus di offerta in rapido aumento.

Secondo Neil Shearing, capo economista di Capital Economics, eventuali interruzioni di breve periodo della produzione venezuelana risultano facilmente compensabili da un incremento dell’output in altre aree. In una nota, Shearing osserva che la crescita dell’offerta globale attesa nei prossimi dodici mesi è destinata a spingere i prezzi del petrolio verso quota 50 dollari al barile, in un contesto segnato da una domanda che mostra segnali di indebolimento.

Il Venezuela, un tempo tra i grandi protagonisti dell’industria petrolifera, ha visto la propria produzione crollare nel corso degli ultimi vent’anni e oggi contribuisce a meno dell’1% delle forniture globali, con la maggior parte delle esportazioni dirette verso la Cina. Il mercato si confronta intanto con un eccesso di offerta significativo, alimentato dal ritorno sul mercato di nuovi barili da parte dell’Opec+ e di altri produttori, in una fase in cui la crescita della domanda appare più fragile.

Ieri l’Opec+ ha confermato i piani di sospensione degli aumenti produttivi nel primo trimestre, senza affrontare il dossier venezuelano nel corso della riunione in videoconferenza, durata circa dieci minuti. Secondo alcune fonti, il gruppo guidato da Arabia Saudita e Russia ritiene ancora prematuro valutare una risposta alla situazione in evoluzione a Caracas.

Nonostante gli attacchi statunitensi di sabato, le principali infrastrutture petrolifere venezuelane, tra cui il porto di Jose, la raffineria di Amuay e le aree estrattive della cintura dell’Orinoco, non risultano danneggiate. Resta però l’impatto della pressione crescente esercitata dagli Stati Uniti sul regime di Maduro, che comprende anche il sequestro di petroliere e che ha già costretto il Paese ad avviare la chiusura di alcuni pozzi petroliferi, aggiungendo un ulteriore elemento di incertezza a un mercato già dominato dal tema del surplus.

ORO E ARGENTO

Oro e argento registrano un deciso rialzo, mentre gli investitori valutano l’accentuarsi dei rischi geopolitici dopo la cattura del leader venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. Il metallo giallo ha guadagnato fino al 2,1%, superando quota 4.420 dollari l’oncia, mentre l’argento ha messo a segno un balzo vicino al 5%. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington intende “gestire” il Venezuela dopo l’estromissione di Maduro nel fine settimana, lasciando incerto il futuro assetto di governo del Paese sudamericano. Trump ha inoltre affermato che gli Stati Uniti richiedono “accesso totale” al Venezuela, incluse le sue riserve petrolifere, un messaggio che ha contribuito ad alimentare le tensioni sui mercati.

L’episodio ha rafforzato il contesto di incertezza geopolitica, secondo Christopher Wong, analista di Oversea-Chinese Banking. Wong osserva però che i rischi immediati restano contenuti, poiché gli sviluppi in Venezuela sembrano orientati verso una risoluzione relativamente rapida, più che verso un conflitto militare prolungato.

L’oro arriva da un’annata record, la migliore dal 1979, dopo aver toccato una serie di massimi storici nel corso dello scorso anno, sostenuto dagli acquisti delle banche centrali e dagli afflussi nei fondi indicizzati garantiti da metallo fisico. A favorire il comparto hanno contribuito anche tre tagli consecutivi dei tassi da parte della Federal Reserve, un contesto particolarmente favorevole per gli asset privi di rendimento come i metalli preziosi.

Tra le principali banche d’investimento, il consenso resta orientato verso ulteriori rialzi dell’oro nel corso dell’anno, soprattutto in uno scenario in cui la Fed potrebbe procedere con nuove riduzioni dei tassi e con Trump impegnato a ridefinire la leadership della banca centrale statunitense. Goldman Sachs ha indicato il mese scorso uno scenario base che prevede un’ascesa fino a 4.900 dollari l’oncia, con rischi sbilanciati verso l’alto.

A fornire ulteriore supporto al metallo prezioso si aggiungono i rischi di lungo periodo per l’economia statunitense legati all’aumento del debito federale. Un panel di economisti intervenuto domenica ha messo in guardia su queste dinamiche, con Janet Yellen, ex presidente della Fed ed ex segretario al Tesoro, che ha sottolineato come si stiano rafforzando le condizioni per una “dominanza fiscale”, una situazione in cui l’entità del debito spinge la banca centrale a mantenere i tassi bassi per ridurre i costi di finanziamento.

L’argento ha mostrato una performance ancora più brillante rispetto all’oro già lo scorso anno, superando livelli che fino a poco tempo fa apparivano irraggiungibili per la maggior parte degli osservatori. Oltre ai fattori che hanno sostenuto l’oro, il metallo bianco beneficia anche delle preoccupazioni persistenti legate alla possibilità che l’amministrazione statunitense possa introdurre dazi sulle importazioni di argento raffinato.

DATI MACRO IN ARRIVO

Il calendario macro della giornata prevede nel Regno Unito i dati sui crediti al consumo di novembre, diffusi dalla Bank of England, con attese pari a 1,2 miliardi di sterline.

Nell’area euro è in arrivo l’indice Sentix di gennaio, stimato a -5,0, mentre negli Stati Uniti sarà pubblicato il PMI manifatturiero ISM di dicembre, atteso a 48,2, livello che continua a indicare una fase di contrazione del settore.

Il focus della settimana è rivolto ai dati sull’occupazione negli Stati Uniti, attesi venerdì, che rappresentano un passaggio chiave per valutare la tenuta del mercato del lavoro e le prossime mosse della Fed. Le crescenti preoccupazioni per un raffreddamento dell’occupazione hanno spinto la banca centrale statunitense a ridurre i tassi in ciascuna delle ultime tre riunioni del 2025, nel tentativo di mantenere un equilibrio tra l’obiettivo della piena occupazione e quello della stabilità dei prezzi. La traiettoria dell’allentamento monetario nel 2026 resta però incerta, con i policymaker divisi e un’inflazione che continua a muoversi sopra il target del 2%. Con il tasso di riferimento attualmente nella fascia 3,5%-3,75%, i futures sui Fed funds indicano scarse probabilità di un taglio già alla riunione di fine mese, mentre attribuiscono quasi il 50% di chance a una riduzione di 25 punti base a marzo. Le attese sul mercato del lavoro segnalano per dicembre una creazione di circa 55.000 nuovi posti, in rallentamento rispetto ai 64.000 di novembre, mese in cui il tasso di disoccupazione aveva raggiunto il 4,6%, massimo da oltre quattro anni. Per il prossimo aggiornamento dell’inflazione al consumo occorrerà attendere il 13 gennaio.

In Europa, i riflettori saranno puntati sulle stime flash dell’inflazione di dicembre, con Germania e Francia in calendario martedì e il dato dell’area euro mercoledì. Le attese non indicano implicazioni immediate per la politica della Bce, con i mercati che prevedono tassi fermi per il resto dell’anno. L’inflazione headline dovrebbe scendere al 2,0%, dal 2,1% di novembre, grazie agli effetti base dell’energia, mentre la core è vista stabile al 2,4%. Un rallentamento più marcato potrebbe però riflettersi sulle aspettative e abbassare la soglia per future misure di sostegno.

STATI UNITI, INFLAZIONE IN RIENTRO

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La convinzione che l’inflazione di fondo possa stabilizzarsi intorno al 3% è tra le narrazioni più persistenti del 2025-2026, ma l’evidenza empirica suggerisce un percorso diverso. Come spiegano gli esperti di Payden & Rygel, la moderazione dei prezzi dei servizi abitativi e non, insieme a una crescita salariale allineata alla produttività, indica che la convergenza verso il 2% rimane un obiettivo plausibile.

Questa dinamica rafforza la possibilità per la Fed di adottare un orientamento meno restrittivo nel corso del 2026. Il rischio principale si sta spostando dall’inflazione verso il mercato del lavoro: un punto fondamentale che offre alla Fed spazio di manovra. Payden & Rygel stima che il tasso di riferimento possa avvicinarsi progressivamente al 3%, un livello più coerente con un regime monetario neutrale.

ULTIME NEWS SUI TITOLI

Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:

FERRARI. Exor e Piero Ferrari, rispettivamente primo e secondo azionista del gruppo, hanno raggiunto un accordo per il rinnovo del patto parasociale che disciplina il controllo della società. L’intesa, scaduta domenica, è stata prorogata fino al 4 gennaio 2029 e prevede un rinnovo automatico per ulteriori tre anni, salvo disdetta da parte dei contraenti.

STELLANTIS. Il gruppo ha registrato una flessione delle immatricolazioni in Italia pari al 5,54% nel mese di dicembre e di poco inferiore all’8% sull’intero 2025, secondo elaborazioni Reuters basate sui dati del ministero dei Trasporti. Nel complesso, il mercato automobilistico italiano ha mostrato una crescita del 2,22% a dicembre, mentre su base annua le immatricolazioni sono diminuite del 2,12%.

ENI. La società segue con attenzione gli sviluppi in Venezuela, ma al momento non rileva alcun impatto sulle proprie attività nel Paese, come riferito sabato da un portavoce. Eni produce esclusivamente gas in Venezuela, destinato interamente al consumo domestico. Al 30 giugno, i crediti vantati dal gruppo nei confronti della compagnia statale Pdvsa ammontavano a 2,3 miliardi di dollari, secondo quanto riportato da la Repubblica.

BANCA MPS. Nella relazione all’assemblea chiamata a deliberare le modifiche statutarie, il consiglio di amministrazione ha evidenziato che si sono realizzati i presupposti per garantire una solida remunerazione agli azionisti, con un payout potenzialmente fino al 100% degli utili e un Rote pari al 14%. La proposta prevede il dimezzamento della quota di utili da destinare a riserva legale e l’eliminazione della riserva statutaria, con l’obiettivo di consentire la distribuzione di una quota più elevata dell’utile di esercizio sotto forma di dividendo.

BANCO BPM. Morgan Stanley ha ridotto la raccomandazione sul titolo a “underweight” da “equal weight”, alzando al contempo il target price a 14 euro dai precedenti 13,3 euro.

ELES. Ha preso avvio l’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria sulle azioni ordinarie promossa da Xenon, che resterà aperta fino al 6 febbraio.

A livello internazionale sono da monitorare:

TESLA. La società ha perso il primato di primo venditore mondiale di auto elettriche, superata dal gruppo cinese BYD, vanificando il vantaggio costruito negli ultimi dieci anni sotto la guida di Elon Musk, periodo in cui Tesla aveva contribuito in modo decisivo alla diffusione dei veicoli plug-in.

AIRBUS. Il gruppo ha consegnato 793 aeromobili nel corso del 2025, superando l’obiettivo annuale rivisto, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza del dossier.

SAKS GLOBAL ENTERPRISES. La società sta valutando l’ottenimento di un finanziamento fino a 1 miliardo di dollari per garantire la continuità operativa, nell’ambito di una possibile procedura di Chapter 11 che potrebbe essere avviata nelle prossime settimane.

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