STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire in territorio ampiamente negativo con il future che segna un ribasso del 2,2%. Molto deboli anche i futures sull’S&P 500 (-1,6%) e quelli sul Nasdaq 100 (-1,7%).
Il fine settimana è stato dominato dalle notizie in rapido cambiamento sulla crisi iraniana, con effetti immediati soprattutto sul mercato dell’energia. Il risultato più evidente è stata una forte turbolenza nel petrolio, con il Brent salito oltre i 118 dollari al barile, in aumento di quasi il 28% sui massimi giornalieri e ai livelli più alti dall’estate del 2022. Nel corso della mattinata i prezzi hanno poi ridotto parte dei guadagni avvicinandosi ai 110 dollari, dopo che il Financial Times ha riferito che i ministri delle Finanze del G7 discuteranno un possibile rilascio coordinato di petrolio dalle riserve strategiche, con il coordinamento dell’Agenzia internazionale per l’energia, in una riunione d’emergenza prevista per lunedì mattina.
La notizia ha attenuato temporaneamente la pressione sui prezzi, anche se la durata e l’intensità del conflitto restano il principale fattore che guiderà le quotazioni. Dalla fine della scorsa settimana Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq hanno ridotto la produzione, mentre il traffico nello Stretto di Hormuz continua a essere evitato dalle petroliere, con un rapido riempimento delle strutture di stoccaggio.
A pesare sulle aspettative è anche il messaggio pubblicato da Donald Trump, secondo cui i prezzi del petrolio rappresentano “un prezzo molto piccolo da pagare nel breve periodo” se la distruzione della minaccia nucleare iraniana dovesse essere completata. Il commento ha rafforzato la percezione che nessuna delle parti stia mostrando segnali di de-escalation. Nel fine settimana l’Iran ha inoltre annunciato il nuovo leader supremo: Mojtaba Khamenei, figlio dell’Ayatollah, considerato vicino alle fazioni più dure del regime, in particolare ai Pasdaran. Trump aveva già definito la sua nomina “inaccettabile”, sostenendo che la leadership iraniana dovrebbe ottenere l’approvazione statunitense o non durerebbe a lungo, elementi che non suggeriscono una soluzione rapida della crisi. Un altro elemento di escalation riguarda il fatto che nel weekend sono state colpite infrastrutture petrolifere da entrambe le parti, mentre nella fase precedente gli impianti energetici erano stati in gran parte evitati.
Le tensioni geopolitiche continuano a riflettersi sul mercato valutario. Il dollaro si è rafforzato spinto dalla domanda di beni rifugio, favorita dall’impennata delle quotazioni del petrolio, anche se parte dei guadagni iniziali è stata ridimensionata dopo le indiscrezioni sul possibile intervento coordinato del G7 sulle riserve petrolifere.
Al di fuori della crisi mediorientale, la settimana prevede dati macroeconomici statunitensi di grande rilievo, anche se l’attenzione degli operatori resta concentrata sulla geopolitica. In calendario figurano due indicatori chiave sull’inflazione negli Stati Uniti, con l’indice CPI mercoledì e il PCE core venerdì, una combinazione rara nello stesso periodo. Questi dati arrivano mentre i funzionari della Fed sono entrati nel periodo di blackout in vista della riunione del FOMC del 18 marzo, e assumono un peso particolare dopo i dati sul lavoro sorprendentemente deboli pubblicati venerdì.
Nel mese di febbraio i nonfarm payrolls sono diminuiti di 92 mila unità, mentre gli occupati del settore privato sono calati di 86 mila, invertendo la forte crescita registrata a gennaio. Le perdite occupazionali hanno interessato diversi comparti, con cali significativi nelle costruzioni e nella sanità, settori che avevano sostenuto l’espansione del mese precedente. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%, vicino alla soglia del 4,5%, mentre il tasso di partecipazione alla forza lavoro è sceso al 62,0%, il livello più basso dalla fine del 2021.
ASIA
L’impennata del petrolio si riflette sull’intero sistema finanziario, con molte asset class che seguono quasi in tempo reale le variazioni delle quotazioni energetiche. In Asia la seduta è stata caratterizzata da tensioni diffuse, con il Nikkei giapponese in calo del 6,45% e il Kospi sudcoreano del 6,62%, particolarmente esposti alle importazioni di energia dal Medio Oriente. Più contenute le perdite per Hang Seng (-2,45%) e CSI cinese (-1,45%),
Il calo arriva mentre l’espansione del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è entrata nella seconda settimana senza segnali di soluzione. I principali produttori di petrolio hanno ridotto l’estrazione. Il Giappone dipende dal Medio Oriente per il 95% delle forniture di petrolio, di cui circa il 70% passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo il Paese particolarmente vulnerabile a shock petroliferi. Il governo sta ora valutando la possibilità di utilizzare una parte delle riserve strategiche nazionali di petrolio mentre la crisi con l’Iran continua.
Indicazioni più favorevoli arrivano dai dati macro. I salari reali in Giappone sono tornati a crescere a gennaio per la prima volta in 13 mesi, sostenuti da un rallentamento dell’inflazione. Gli stipendi base hanno registrato il ritmo di aumento più forte degli ultimi 33 anni, un segnale che rafforza la posizione della Bank of Japan a favore di un graduale rialzo dei tassi di interesse e della normalizzazione della politica monetaria.
Dalla Cina arrivano segnali contrastanti sul fronte dei prezzi. L’inflazione al consumo ha raggiunto il livello più alto degli ultimi tre anni, sostenuta in larga parte dall’effetto stagionale delle festività del Capodanno lunare, mentre permane una fase di deflazione nei prezzi alla produzione legata alla debolezza della domanda interna. L’indice dei prezzi al consumo (Cpi) è salito dell’1,3% su base annua, segnando il quinto mese consecutivo di crescita e accelerando rispetto allo 0,2% registrato a gennaio. Il dato si colloca anche al di sopra delle attese del mercato, che indicavano un incremento dello 0,8% secondo il sondaggio Reuters.
SPREAD ED EMISSIONI
Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,63%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 76 punti base, livelli che riflettono un contesto ancora condizionato dalle tensioni geopolitiche e dalle aspettative sulla politica monetaria.
Per il Tesoro si apre una settimana intensa sul fronte delle emissioni. Mercoledì è in calendario l’asta del BOT a 12 mesi, con un’offerta complessiva pari a 8 miliardi di euro. Il giorno successivo è previsto il tradizionale appuntamento con il collocamento di titoli a medio e lungo termine, che dovrebbe basarsi con ogni probabilità sulla riapertura dei BTP a tre e sette anni, affiancati da un titolo con scadenza più lunga oppure da un’emissione off-the-run. I dettagli dell’operazione sul tratto medio-lungo della curva saranno resi noti questa sera a mercati chiusi, quando il Tesoro comunicherà la composizione definitiva dell’offerta destinata al mercato.
Oggi la Germania offre in asta due tranche di Bubill: 2 miliardi di euro con scadenza 19 agosto 2026 e 2 miliardi di euro con scadenza 17 febbraio 2027. Anche l’Irlanda si prepara al mercato primario, con il Tesoro che comunicherà i dettagli dell’asta obbligazionaria prevista per il 12 marzo.
PETROLIO
Il petrolio registra un forte balzo dei prezzi, spinto dalle tensioni geopolitiche nel Golfo e dai timori di nuove interruzioni nelle forniture energetiche. Le quotazioni sono salite di oltre il 25%, ai livelli più alti da metà 2022, in un contesto segnato dalla riduzione dell’offerta da parte di alcuni grandi produttori e dall’escalation del conflitto nella regione.
I future sul Brent hanno guadagnato il +27%, raggiungendo 117 dollari al barile questa mattina, segnando il maggiore aumento giornaliero mai registrato. Ancora più marcato il movimento sul West Texas Intermediate, i cui contratti sono saliti del +28,3%, fino a 116 dollari al barile.
Durante la notte entrambe le principali benchmark hanno toccato picchi ancora più elevati: il Wti ha raggiunto un massimo di 119,48 dollari al barile, mentre il Brent è salito fino a 119,50 dollari, livelli che riflettono la crescente preoccupazione per la sicurezza delle rotte energetiche e per la continuità delle spedizioni nella regione del Golfo.
L’assenza di segnali di allentamento delle ostilità mantiene alta la tensione tra gli operatori. Goldman Sachs ha indicato che, se le interruzioni delle forniture dovessero prolungarsi, il petrolio potrebbe superare i 100 dollari al barile. Parallelamente i future sul diesel puntano a un rialzo settimanale superiore al 40%, mentre le banche centrali hanno espresso preoccupazione per una possibile riaccelerazione dell’inflazione alimentata dal rincaro dell’energia.
Secondo il Joint Maritime Information Center, organismo internazionale che fornisce consulenza navale, il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz ha subito una “quasi totale interruzione”. Il collasso delle spedizioni deriva da minacce alla sicurezza, vincoli assicurativi, incertezze operative e interruzioni effettive delle rotte, ha spiegato il gruppo.
I mercati petroliferi sono stati scossi dall’escalation militare, che ha coinvolto circa una dozzina di Paesi da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato la loro offensiva il 28 febbraio. Con l’intensificarsi del conflitto, il passaggio delle petroliere attraverso il corridoio energetico chiave è praticamente cessato, riducendo le forniture di greggio verso i mercati internazionali e spingendo alcuni produttori a iniziare a tagliare la produzione. Nel corso degli scontri sono stati colpiti raffinerie e petroliere.
La prospettiva di un conflitto prolungato mantiene i mercati in uno stato di forte tensione. Secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, lo scorso anno circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati al giorno transitavano attraverso lo Stretto di Hormuz. Le informazioni sul traffico marittimo raccolte negli ultimi giorni indicano che il flusso di navi attraverso questa arteria energetica è crollato.
Gli analisti di Goldman Sachs hanno avvertito che un’interruzione prolungata nello Stretto di Hormuz, corridoio che collega il Golfo Persico ai mercati globali e attraverso cui passa circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio, potrebbe spingere i prezzi molto più in alto. Lo scenario centrale della banca resta comunque quello di una graduale ripresa dei flussi e di prezzi medi intorno ai 76 dollari al barile nel secondo trimestre.
Il segretario agli Interni Doug Burgum ha dichiarato che l’amministrazione americana sta valutando una vasta gamma di opzioni per contrastare il rialzo dei prezzi di petrolio e benzina. “Tutte le possibilità sono sul tavolo”, ha affermato Burgum, spiegando che le misure allo studio includono interventi con effetti immediati e altre iniziative più complesse di lungo periodo.
Tra le opzioni considerate figura anche un eventuale rilascio di petrolio dalle riserve strategiche statunitensi, potenzialmente coordinato con altri Paesi per massimizzare l’impatto sui prezzi. I funzionari dell’amministrazione non hanno però ancora deciso di attingere alla Strategic Petroleum Reserve, il grande deposito di greggio custodito in caverne sotterranee.
Con il conflitto che continua ad allargarsi e a limitare le forniture dal Medio Oriente, l’Arabia Saudita ha aumentato il prezzo del suo principale grado di petrolio destinato ai clienti asiatici per le consegne di aprile, con il rialzo più forte dall’agosto 2022. Riad sta anche dirottando milioni di barili verso i porti sul Mar Rosso per evitare il passaggio nello Stretto di Hormuz.
ORO E ARGENTO
Il prezzo dell’oro scende, frenato dal rafforzamento del dollaro e dai timori inflazionistici legati al conflitto in Medio Oriente. Il movimento si inserisce nel contesto dell’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha alimentato il rialzo dei prezzi del petrolio e portato gli operatori a ridurre le aspettative di un allentamento monetario da parte della Fed. I contratti derivati sui tassi indicano ora circa 34 punti base di tagli entro fine anno. Un dollaro più forte e tassi più elevati rappresentano in genere un fattore negativo per le quotazioni dell’oro.
Nonostante la recente volatilità e la perdita di slancio degli ultimi giorni, il metallo prezioso resta in forte rialzo dall’inizio dell’anno, con un progresso vicino al 20%. Le tensioni geopolitiche e commerciali legate alla strategia internazionale del presidente Donald Trump, insieme ai timori sull’indipendenza della Fed, continuano a sostenere la domanda di asset rifugio.
Le vendite diffuse registrate sui listini azionari globali durante la settimana scorsa hanno spinto alcuni investitori a utilizzare l’oro come fonte di liquidità, esponendo il metallo alle oscillazioni dei mercati. A pesare sul sentiment si aggiungono le indicazioni secondo cui alcune banche centrali potrebbero ridurre le proprie riserve, mettendo in discussione uno dei pilastri che ha sostenuto il rally pluriennale dell’oro.
Tra i casi emersi figura la banca centrale della Polonia, il maggiore acquirente mondiale dichiarato di oro negli ultimi anni. Secondo fonti vicine al dossier, il governatore avrebbe presentato una proposta per generare fino a 48 miliardi di zloty, circa 13 miliardi di dollari, attraverso la vendita di una parte delle riserve auree, con l’obiettivo di finanziare l’aumento della spesa per la difesa.
DATI MACRO IN ARRIVO
In Germania sono attesi alle 8:00 due dati chiave sul settore manifatturiero. La produzione industriale di gennaio è prevista in aumento dell’1% su base mensile, mentre gli ordini all’industria dello stesso mese sono stimati in calo del 4,3% rispetto a dicembre, segnale di una domanda ancora incerta per il comparto produttivo tedesco.
Per l’Eurozona l’appuntamento principale è alle 10:30 con la pubblicazione dell’indice Sentix di marzo, indicatore che misura la fiducia degli investitori e offre indicazioni sul clima economico dell’area.
In agenda anche la riunione dell’Eurogruppo alla quale parteciperà il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. I ministri finanziari della zona euro discuteranno dell’aumento dei costi energetici e delle possibili conseguenze sull’inflazione nell’area, con implicazioni dirette anche per le future decisioni sui tassi di interesse.
ULTIME NEWS SUI TITOLI
Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
ENI. Plenitude, la controllata del gruppo attiva nelle energie rinnovabili e nella vendita di energia elettrica e gas, potrebbe avviarsi verso un percorso di maggiore indipendenza societaria con la possibile uscita dal perimetro di consolidamento della casa madre. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera nell’edizione domenicale, il gruppo avrebbe affidato a Mediobanca l’incarico di valutare le opzioni strategiche per l’operazione. Tra le ipotesi allo studio figurerebbe una modifica dell’assetto di governance che comporterebbe la perdita del controllo da parte di Eni oppure una riduzione della partecipazione al di sotto della soglia del 50%.
LEONARDO. Barclays ha migliorato il giudizio sul gruppo della difesa portandolo a overweight dal precedente equal-weight e ha rivisto al rialzo anche il prezzo obiettivo, indicato ora a 68 euro rispetto ai 53 euro precedenti.
MONCLER. Hsbc ha promosso il titolo del gruppo del lusso alzando la raccomandazione a buy da hold e incrementando il target price a 72 euro dai precedenti 60 euro.
NEXI. Morgan Stanley ha rivisto il proprio giudizio sulla società dei pagamenti migliorandolo a equal weight dal precedente underweight, accompagnando però la revisione con una riduzione del prezzo obiettivo a 3 euro dai precedenti 3,85 euro.
FERRETTI. Ferretti International Holding, veicolo controllato dal gruppo Weichai e azionista del produttore di yacht, ha precisato in una nota di esercitare i propri diritti attraverso i normali meccanismi di governance societaria. La società ha sottolineato che non impartisce direttive unilaterali né impone vincoli al management e che eventuali ricostruzioni in senso contrario non riflettono correttamente la struttura di governance di una società quotata.
ERG. Il gruppo energetico presenterà il nuovo piano strategico il prossimo 12 marzo.
BANCA SISTEMA. CF+ ha annunciato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto obbligatoria sulla quota del 29,3% del capitale di Banca Sistema che non è già in suo possesso. Il corrispettivo massimo previsto è pari a 1,89 euro per azione, composto da 1,432 euro in contanti e fino a 0,458 euro in azioni Kruso Kapital. CF+ ha chiarito che l’operazione non è finalizzata al delisting dell’istituto.
ITALIAN SEA GROUP. La società ha avviato l’iter per richiedere l’uscita volontaria dal segmento Star di Borsa Italiana.
JUVENTUS. La squadra bianconera ha superato il Pisa con il punteggio di 4 a 0 nella gara disputata sabato valida per la ventottesima giornata del campionato di Serie A.
OPS ITALIA. Borsa Italiana ha comunicato che a partire da oggi e fino a nuova disposizione non sarà consentito inserire ordini privi di limite di prezzo sul titolo.
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di Francesco Sicuro













































