STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio negativo con il future che segna un ribasso dello 0,6%. Sulla stessa scia i futures sull’S&P 500 (-0,7%) e quelli sul Nasdaq 100 (-0,6%), segnalando un sentiment di forte avversione al rischio.
In Europa, lo STOXX 600 ha chiuso la seduta di ieri in calo (-0,6%). Negli Stati Uniti lo S&P 500 ha ceduto lo 0,1%, registrando la seconda seduta consecutiva in ribasso dopo aver recuperato parte delle perdite nel finale.
La volatilità continua a dominare lo scenario globale mentre il petrolio torna a superare la soglia dei 100 dollari al barile, spinto da nuovi attacchi alle rotte marittime nel Golfo Persico. Due petroliere e una nave container sono state colpite nel Golfo, mentre l’Oman ha deciso di evacuare le imbarcazioni dal terminal di esportazione di Mina Al Fahal, infrastruttura da cui partono circa 1 milione di barili al giorno.
Gli investitori stanno progressivamente incorporando lo scenario di un conflitto più lungo e con effetti economici più profondi. L’assenza di segnali concreti di de-escalation mantiene il petrolio su livelli elevati e rafforza i timori di uno shock stagflazionistico globale. Con il passare dei giorni diventa sempre più difficile sostenere che i disagi alle spedizioni e alle infrastrutture energetiche possano rivelarsi solo temporanei.
Il ritorno del Brent sopra i 100 dollari avvicina inoltre il mercato a livelli che in passato hanno innescato fasi più ampie di avversione al rischio. Finora i mercati non hanno ancora prezzato uno scenario simile a quello del 2022, quando il petrolio rimase per circa cinque mesi sopra quella soglia. Un’altra differenza rispetto a quell’episodio riguarda la politica monetaria: allora l’inflazione era già molto oltre gli obiettivi delle banche centrali prima del rialzo del petrolio. L’attuale contesto resta quindi meno esposto a una risposta immediatamente restrittiva, anche se il prolungarsi di prezzi energetici elevati aumenterebbe le probabilità di uno shock duraturo.
Le notizie geopolitiche continuano a rafforzare l’idea di un conflitto destinato a prolungarsi. L’agenzia iraniana Fars ha citato un portavoce militare secondo cui Teheran starebbe passando da attacchi di risposta a operazioni continue, mentre secondo Bloomberg l’Iran avrebbe comunicato a intermediari regionali che un cessate il fuoco richiederebbe una garanzia formale degli Stati Uniti che né Washington né Israele attaccheranno nuovamente il Paese. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero colpire ulteriori obiettivi se necessario. Dichiarazioni di questo tipo rafforzano la percezione che entrambe le parti si stiano preparando a un conflitto più lungo, senza segnali evidenti di una riduzione delle ostilità.
Per gli investitori resta cruciale capire se lo Stretto di Hormuz potrà riaprire al traffico commerciale, ma al momento il passaggio resta sostanzialmente bloccato. Il ministro degli Esteri tedesco ha dichiarato che lo stretto “non è navigabile in questo momento”, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha indicato che l’eventuale scorta militare alle navi richiederebbe diverse settimane di coordinamento. Un elemento di sollievo temporaneo è arrivato dall’annuncio dell’Agenzia internazionale dell’energia, che ha approvato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, con gli Stati Uniti pronti a contribuire con 172 milioni di barili provenienti dalla Strategic Petroleum Reserve nell’arco di 120 giorni.
Sono arrivate speculazioni su un possibile rialzo dei tassi della Bce entro l’anno. Il governatore della banca centrale slovacca Peter Kazimir ha affermato che “una reazione della Bce potrebbe essere più vicina di quanto molti pensino”, mentre il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha dichiarato che Francoforte agirà con decisione se lo shock energetico dovesse tradursi in un aumento persistente dell’inflazione. In risposta a queste indicazioni il mercato ha iniziato a prezzare un rialzo dei tassi già nella riunione di luglio.
Uno schema simile si è visto anche negli Stati Uniti, dove gli investitori hanno ridotto le aspettative di tagli dei tassi nel 2026. Alla chiusura della seduta la probabilità di un taglio dei tassi entro giugno era scesa al 35%, mentre per dicembre il mercato prezzava solo 30 punti base di riduzione, il livello più basso dell’anno. Durante la notte le attese sono scese ulteriormente a 28 punti base.
Il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer ha annunciato l’avvio di indagini Section 301 su oltre una dozzina di grandi economie, tra cui Cina, Unione europea, India e Giappone, per verificare presunti eccessi di capacità produttiva. Le indagini rappresentano il passaggio necessario per consentire al presidente di imporre nuovi dazi contro Paesi accusati di pratiche commerciali sleali, misura che potrebbe sostituire le tariffe temporanee di 150 giorni introdotte tramite la Section 122 dopo che la Corte Suprema ha annullato i dazi IEEPA lo scorso mese.
ASIA
Le preoccupazioni per un possibile shock economico globale si sono riflesse anche sui listini asiatici. Il Nikkei ha perso l’1,3%, l’Hang Seng l’1,3%, il CSI 300 l’1%, il Kospi lo 0,9% e lo Shanghai Composite lo 0,6%.
Secondo un sondaggio Reuters tra gli economisti, la Bank of Japan dovrebbe mantenere invariato il tasso di riferimento allo 0,75% nella riunione della prossima settimana, con la prospettiva di un rialzo fino all’1,00% entro la fine di giugno. Le aspettative degli analisti restano sostanzialmente invariate rispetto al periodo precedente allo scoppio della guerra in Medio Oriente, segnalando che il conflitto con l’Iran non ha ancora modificato in modo significativo lo scenario di politica monetaria previsto per Tokyo.
Il livello attuale dei tassi rappresenta già il più alto degli ultimi decenni per il Giappone, dopo anni di politica ultra-espansiva. La banca centrale guidata da Kazuo Ueda continua a indicare la possibilità di ulteriori rialzi graduali se crescita e inflazione dovessero evolvere in linea con le previsioni economiche.
Gli economisti ritengono che l’istituto centrale manterrà comunque un approccio prudente. L’aumento dei prezzi dell’energia legato alle tensioni geopolitiche potrebbe alimentare pressioni inflazionistiche, soprattutto in un Paese fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio dal Medio Oriente, ma molti analisti considerano questi effetti temporanei e non tali da cambiare immediatamente la traiettoria della politica monetaria.
SPREAD ED EMISSIONI
Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,64%, dopo aver chiuso ieri con il rialzo più marcato da marzo dello scorso anno, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 69 punti base. Ieri i commenti restrittivi della Bce hanno provocato una forte vendita sui titoli di Stato. Il rendimento del Bund decennale è salito al 2,93%, il livello più alto dalla fine del 2023.
Il Tesoro si prepara ad affrontare il mercato in una fase caratterizzata da elevata volatilità sui titoli di Stato, proponendo in asta fino a 6 miliardi di euro attraverso la riapertura di tre Btp con scadenze a 3, 7 e 15 anni, quest’ultimo con vita residua di circa 12 anni. La scelta di mantenere un ammontare contenuto riflette la prudenza adottata dal MEF in un contesto ancora incerto sui mercati obbligazionari.
Secondo un’analisi di UniCredit, la decisione è stata influenzata sia dalle tensioni sul mercato secondario sia dal buon esito del collocamento del Btp Valore della scorsa settimana, che ha consentito al Tesoro di ridurre la pressione sull’asta odierna. L’istituto osserva che il segmento a tre anni della curva resta quello più sensibile agli sviluppi geopolitici e ai cambiamenti nelle aspettative sui tassi, mentre il Btp a sette anni presenta un equilibrio più favorevole tra rendimento e rischio in questa fase di mercato.
L’andamento recente della curva dei rendimenti riflette un ulteriore appiattimento anche per i titoli di Stato italiani, in linea con quanto osservato su altre curve sovrane europee. Questo movimento ha ridotto l’attrattiva delle scadenze più lunghe rispetto ai titoli con durata più contenuta, che offrono oggi un profilo rischio-rendimento percepito come più bilanciato dagli investitori.
Il confronto con l’asta di metà febbraio evidenzia il significativo aumento dei rendimenti registrato nelle ultime settimane. Il Btp a tre anni, collocato allora con un rendimento del 2,36%, ieri ha chiuso sul mercato secondario al 2,73%. Anche la scadenza a sette anni mostra un rialzo analogo: dal 3,02% registrato nell’asta precedente il rendimento è salito fino al 3,31% nella seduta di ieri, segnalando un contesto di tassi più elevati e maggiore cautela da parte degli operatori.
PETROLIO
Le tensioni geopolitiche tornano a spingere con forza il mercato energetico, con il Brent risalito sopra i 100 dollari al barile mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a provocare nuove turbolenze nelle rotte marittime del Medio Oriente e la Cina ha deciso di irrigidire le restrizioni sulle esportazioni di carburanti per gestire gli effetti della crisi. Il benchmark globale del petrolio è arrivato a balzare fino al 10% toccando 101,59 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate si è spinto vicino ai 96 dollari. L’Oman ha ordinato l’evacuazione di tutte le navi dal terminale di esportazione situato all’esterno dello Stretto di Hormuz, mentre due petroliere sono state attaccate nelle acque irachene, segnali che evidenziano la portata regionale delle tensioni e che hanno neutralizzato l’effetto del rilascio record di riserve deciso dall’Agenzia internazionale dell’energia per raffreddare i prezzi.
Anche il sistema di raffinazione asiatico sta mostrando segnali di forte stress. Le raffinerie cinesi hanno iniziato a cancellare carichi di carburanti raffinati già concordati, tra cui benzina e diesel. Ai principali operatori del Paese era stato chiesto la scorsa settimana di sospendere la firma di nuovi contratti di esportazione, e l’ordine di annullare le spedizioni rappresenta un ulteriore irrigidimento della linea adottata da Pechino per preservare le scorte interne.
Il quadro resta dominato dal blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, corridoio energetico attraverso cui passa normalmente circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. La chiusura della rotta ha spinto i principali produttori del Golfo Persico a ridurre la produzione, mentre i prezzi del gas naturale e dei prodotti raffinati come il diesel hanno seguito il rialzo del greggio. All’inizio della settimana Brent e WTI si erano spinti verso i 120 dollari al barile, prima di una correzione successiva. Le quotazioni sono state travolte da oscillazioni estremamente violente, segno di un mercato dominato da notizie geopolitiche in continuo cambiamento.
Gli analisti iniziano a ipotizzare scenari ancora più estremi. Goldman Sachs ha avvertito che il prezzo del petrolio potrebbe superare il picco del 2008, se i flussi attraverso Hormuz dovessero restare fortemente limitati fino a marzo. In quell’anno il Brent aveva raggiunto 147,50 dollari al barile, sostenuto da una domanda in forte crescita e da un’offerta stagnante. Secondo Neil Beveridge di Bernstein, l’unico fattore capace di riportare stabilità alle quotazioni sarebbe la riapertura dello stretto. In un’intervista a Bloomberg Television ha spiegato che i volumi provenienti dalle riserve strategiche non sono comparabili ai circa 20 milioni di barili al giorno di flussi che normalmente transitano attraverso Hormuz.
La situazione logistica nel Golfo Persico continua a deteriorarsi. L’Oman ha deciso di evacuare tutte le navi dal terminale di Mina Al Fahal, una delle poche infrastrutture rimaste operative per l’esportazione di greggio mediorientale verso i mercati globali. In Iraq le autorità hanno sospeso le operazioni nei terminal petroliferi dopo che alcune imbarcazioni sono state colpite, come riferito dal direttore della General Company for Ports Iraq ai media statali.
Baghdad è stata tra i primi produttori della regione a ridurre la produzione di petrolio dopo la quasi chiusura dello Stretto di Hormuz, seguita da Kuwait e Arabia Saudita. I tagli all’offerta hanno spinto l’Agenzia internazionale dell’energia a intervenire con un rilascio coordinato di 400 milioni di barili, una misura senza precedenti che supera nettamente il volume immesso sul mercato dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Gli Stati Uniti hanno annunciato che contribuiranno all’operazione con 172 milioni di barili provenienti dalle proprie riserve strategiche, nell’ambito dello sforzo coordinato tra diversi Paesi per contenere il rialzo dei prezzi. Il consumo globale di petrolio supera i 100 milioni di barili al giorno, mentre i produttori del Golfo hanno già ridotto l’offerta di circa il 6%. La contrazione delle forniture potrebbe aumentare ulteriormente se il conflitto dovesse intensificarsi.
Tra gli operatori cresce lo scetticismo sull’efficacia delle misure adottate. Darrell Fletcher di Bannockburn Capital Markets, ha osservato che il rilascio deciso dall’IEA rischia di non avere l’impatto sperato. Secondo l’analista, il mercato sembra aver ignorato l’intervento e i prezzi sono tornati a salire. Fletcher ha aggiunto che l’iniziativa potrebbe aver inviato un segnale sbagliato agli operatori, alimentando interrogativi su quali informazioni possano avere le autorità rispetto alla reale entità delle interruzioni nelle forniture.
Le quotazioni del greggio hanno continuato a salire anche mercoledì mentre cresceva la tensione diplomatica. L’Iran ha comunicato attraverso intermediari regionali che qualsiasi cessate il fuoco richiederebbe una garanzia formale degli Stati Uniti sul fatto che né Washington né Israele attaccheranno nuovamente il Paese in futuro. Una condizione che appare difficilmente accettabile per l’amministrazione americana e che riduce le prospettive di una conclusione rapida della guerra.
Durante un discorso tenuto in Kentucky, il presidente Donald Trump ha ribadito la convinzione che il conflitto si concluderà presto, pur indicando che gli Stati Uniti resteranno impegnati finché non saranno raggiunti tutti gli obiettivi militari. Rivolgendosi alla platea ha sottolineato che Washington non intende ritirarsi prematuramente dalle operazioni.
ORO
Il prezzo dell’oro registra la seconda seduta consecutiva di ribasso dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione negli Stati Uniti, che hanno ridotto le aspettative di un taglio dei tassi di interesse, mentre il conflitto in Medio Oriente continua a sostenere il rialzo delle quotazioni del petrolio. Il metallo prezioso è arrivato a perdere fino all’1%, dopo un calo dello 0,3% nella seduta precedente. Nonostante l’inflazione core statunitense abbia mostrato segnali moderati all’inizio dell’anno, in un periodo precedente allo scoppio della guerra, le prospettive future sui prezzi restano sotto pressione e stanno riducendo la probabilità che la Fed possa intervenire presto con una riduzione del costo del denaro. Allo stesso tempo il Dollar Index è salito fino allo 0,3%, mentre l’Unione europea ha avvertito che l’inflazione potrebbe superare il 3% nel corso dell’anno.
Secondo Hebe Chen di Vantage Markets, il movimento dell’oro appare più come una pausa che come un’inversione strutturale. L’esperta osserva che il rafforzamento delle aspettative inflazionistiche ha sostenuto il dollaro e rimandato le ipotesi di un allentamento monetario della Fed, riducendo temporaneamente l’attrattiva del metallo prezioso in un contesto in cui gli investitori tendono a privilegiare un solo bene rifugio alla volta.
Il contesto geopolitico resta determinante per l’andamento delle materie prime. A quasi due settimane dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, gli scontri continuano a compromettere produzione e raffinazione di petrolio in diverse aree del Medio Oriente. Le quotazioni del Brent sono tornate sopra i 100 dollari al barile, mentre cresce il timore che il conflitto possa protrarsi nel tempo. Questo movimento si è verificato nonostante il più grande rilascio di riserve strategiche mai effettuato dai Paesi industrializzati, deciso per contenere l’impennata dei prezzi energetici. Nell’ambito dell’operazione coordinata, gli Stati Uniti hanno annunciato che metteranno sul mercato 172 milioni di barili provenienti dalle riserve petrolifere di emergenza.
L’oro deve confrontarsi anche con l’effetto dei tassi di interesse più elevati, che rappresentano un fattore negativo per un asset che non offre rendimenti. Il metallo prezioso svolge inoltre una funzione di fonte di liquidità nei portafogli degli investitori, che possono vendere parte delle posizioni per sostenere altre attività in fasi di volatilità. Dall’inizio del conflitto il volume di oro detenuto dagli ETF ha registrato una diminuzione, anche se ieri sono tornati flussi in entrata dopo che la settimana precedente le partecipazioni erano scese ai livelli più bassi degli ultimi due anni.
Nonostante la recente correzione, il bilancio dell’anno resta ampiamente positivo. L’oro ha guadagnato quasi il 20% dall’inizio del 2026, sostenuto dalla sua funzione di bene rifugio durante fasi di instabilità geopolitica e commerciale. L’andamento degli scambi resta però irregolare e lo slancio rialzista si è attenuato dopo l’inizio della guerra del 28 febbraio. Secondo Chen, il cosiddetto “safe haven trade” non è terminato, ma sta attraversando una fase di consolidamento dopo il forte rally registrato nei mesi precedenti.
DATI MACRO IN ARRIVO
In Italia, l’Istat pubblica alle 10:00 i dati sul mercato del lavoro relativi al quarto trimestre, un indicatore seguito per valutare l’andamento dell’occupazione e delle dinamiche del mercato occupazionale nazionale.
In Portogallo, alle 12:00 è prevista la diffusione della bilancia commerciale di gennaio, che offrirà indicazioni sull’evoluzione degli scambi con l’estero e sul saldo tra esportazioni e importazioni.
Negli Stati Uniti l’attenzione si concentra su una serie di statistiche diffuse alle 13:30. Tra queste figurano le licenze edilizie di gennaio e l’avvio dei nuovi cantieri residenziali, dati chiave per valutare la dinamica del settore immobiliare e il livello degli investimenti nel comparto abitativo. Alla stessa ora è attesa anche la bilancia commerciale di gennaio, utile per misurare l’andamento degli scambi tra Stati Uniti e resto del mondo.
Sempre alle 13:30 verrà pubblicato il dato sulle nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, con un consenso degli analisti fissato a 215.000 domande, indicatore utilizzato dagli operatori per monitorare in tempo reale lo stato di salute del mercato del lavoro americano.
Tra gli interventi delle banche centrali sono attesi quelli del governatore della Bank of England Andrew Bailey, della Fed Michelle Bowman e del membro della Bce François Villeroy de Galhau.
ULTIME NEWS SUI TITOLI
Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
GENERALI. Il gruppo assicurativo ha chiuso il 2025 con un utile netto normalizzato al livello più alto mai registrato, sostenuto dal contributo positivo di tutte le principali divisioni operative. Il consiglio di amministrazione proporrà agli azionisti un nuovo programma di riacquisto di azioni proprie da 500 milioni di euro insieme a un aumento del dividendo. L’utile operativo ha raggiunto 8 miliardi di euro, in crescita del 9,7%, un risultato sostanzialmente allineato al consenso degli analisti raccolto dalla società, che indicava una previsione di 7,97 miliardi di euro.
LEONARDO. Il gruppo della difesa prevede di chiudere il 2026 con ordini complessivi intorno ai 25 miliardi di euro, ricavi stimati a circa 21 miliardi ed Ebita pari a 2,03 miliardi. Guardando più avanti, le proiezioni al 2030 indicano ordini per 32 miliardi di euro rispetto ai 23,8 miliardi registrati nel 2025 e ricavi previsti a 30 miliardi rispetto ai 19,5 miliardi dello stesso anno. A fine piano l’Ebita è stimato a 3,59 miliardi di euro, in forte aumento rispetto a 1,75 miliardi del 2025.
ERG. La società ha concluso il 2025 con un Ebitda di 540 milioni di euro, in aumento dell’1% rispetto all’anno precedente ma nella parte bassa della guidance indicata dal gruppo. Il risultato è stato penalizzato da una ventosità eccezionalmente debole nel corso dell’anno, tra le più basse mai osservate. L’azienda ha inoltre approvato gli indirizzi strategici preliminari del nuovo piano industriale di lungo periodo che verrà presentato tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. La conference call con gli analisti è prevista alle 11.
FERRAGAMO. Nel 2025 la società ha registrato un Ebit rettificato pari a 24,3 milioni di euro, con una contrazione di circa il 30% rispetto all’esercizio precedente.
TELECOM ITALIA. Il gruppo ha archiviato il 2025 con un utile netto di 297 milioni di euro, segnando il primo risultato annuale positivo dal 2020.
NEXI. Kepler Cheuvreux ha ridotto la raccomandazione sul titolo portandola a hold da buy e ha rivisto al ribasso il prezzo obiettivo a 3,1 euro rispetto ai precedenti 5 euro.
GEOX. L’azienda ha chiuso il 2025 con una perdita netta pari a 16,2 milioni di euro.
BPER, POP DI SONDRIO. Le due banche riuniscono le rispettive assemblee straordinarie dedicate all’operazione di fusione per incorporazione di Popolare di Sondrio in Bper Banca. L’assemblea di Bper è convocata alle 9,30, mentre quella della Popolare di Sondrio è prevista alle 12,30.
BANCA MEDIOLANUM. Il consiglio di amministrazione esamina il bilancio dopo la pubblicazione dei risultati annuali avvenuta il 3 febbraio.
WEBUILD. Il gruppo diffonde i risultati relativi al 2025 e successivamente terrà una conference call con analisti e investitori.
AVIO, ACEA, SAFILO, CREDEM. I consigli di amministrazione delle società si riuniscono per l’approvazione dei risultati relativi all’esercizio 2025.
A livello internazionale sono da monitorare:
NETFLIX. La piattaforma di streaming sarebbe pronta a pagare fino a 600 milioni di dollari per acquisire InterPositive, società di produzione cinematografica basata sull’intelligenza artificiale fondata da Ben Affleck. L’operazione, secondo fonti vicine al dossier, rappresenterebbe una delle più grandi acquisizioni mai realizzate dal gruppo nel settore.
ATLASSIAN. L’amministratore delegato Mike Cannon-Brookes ha annunciato un piano di riduzione dell’organico di circa 1.600 dipendenti, spiegando che la crescente adozione dell’intelligenza artificiale è uno dei fattori chiave alla base della decisione.
SPACEX, OPENAI. Dalla Silicon Valley a Wall Street fino alla City di Londra, esponenti del mondo finanziario stanno contattando gestori patrimoniali e network di investitori per cercare opportunità di accesso a partecipazioni nelle società SpaceX e OpenAI.
MORGAN STANLEY, CLIFFWATER. Le due società hanno deciso di limitare i rimborsi dai loro fondi di private credit multimiliardari dopo che gli investitori hanno richiesto riscatti per importi molto superiori ai limiti consentiti dai veicoli.
PAYPAY, SOFTBANK. La società di pagamenti digitali e una divisione del gruppo SoftBank hanno raccolto 879,8 milioni di dollari attraverso la quotazione negli Stati Uniti, la più grande offerta pubblica iniziale per una società giapponese su una borsa americana negli ultimi dieci anni.
CITIC SECURITIES, GUOTAI JUNAN. Le autorità di Hong Kong hanno effettuato perquisizioni negli uffici della controllata locale di Citic Securities e di Guotai Junan International Holdings, secondo fonti informate, in un’operazione che segna un’intensificazione delle verifiche sul settore finanziario della città.
ALLIANZ, SUN LIFE, HSBC. Allianz e Sun Life Financial starebbero valutando la possibilità di presentare un’offerta per la divisione assicurativa di HSBC a Singapore, dopo che la banca ha avviato una revisione strategica delle attività nel Paese.
NVIDIA, NEBIUS GROUP. Nvidia investirà 2 miliardi di dollari in Nebius Group nell’ambito di una partnership strategica finalizzata allo sviluppo e alla costruzione di data center dedicati all’intelligenza artificiale.
SALESFORCE. L’emissione obbligazionaria da 25 miliardi di dollari della società ha registrato una domanda moderata tra gli investitori, in un contesto segnato da preoccupazioni per il riacquisto di azioni finanziato con debito e per l’esposizione delle aziende software alle dinamiche dell’intelligenza artificiale.

di Francesco Sicuro















































