Start&Stock: il rally di inizio 2026 non si ferma, nuove tensioni sul dossier Groenlandia

Start&Stock: il rally di inizio 2026 non si ferma, nuove tensioni sul dossier Groenlandia

Atteso un avvio di seduta positivo in Europa, con i listini che restano sostenuti dal rally di inizio 2026, mentre Wall Street mostra un tono più cauto in attesa delle prossime indicazioni macro e Fed. In Asia prevalgono prese di beneficio dopo i forti rialzi. Il petrolio continua a scendere sotto il peso del surplus e delle mosse Usa sul Venezuela, mentre oro e argento correggono dai massimi recenti con il focus che si sposta sui dati sull’occupazione americana.

STATI UNITI ED EUROPA

L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire in territorio positivo, con il future che segna un rialzo dello 0,2%. Più deboli, invece, i futures sull’S&P 500 (-0,1%) e quelli sul Nasdaq 100 (-0,2%).

Il forte rally di inizio 2026 non mostra segnali di esaurimento e i mercati continuano a ignorare gli sviluppi geopolitici, spingendo nuovi massimi storici su entrambe le sponde dell’Atlantico. L’S&P 500 ha chiuso in rialzo dello 0,6%, superando il record toccato alla vigilia di Natale, mentre lo STOXX 600 europeo ha guadagnato lo 0,6%, aggiornando a sua volta i massimi. In Europa il movimento è stato accompagnato anche da un robusto recupero del mercato obbligazionario, favorito da dati sull’inflazione più deboli delle attese e da Pmi finali inferiori alle stime preliminari, elementi che hanno rafforzato l’idea che la prossima mossa della Bce possa restare un taglio dei tassi piuttosto che un rialzo.

Sul dossier venezuelano non si sono registrati sviluppi rilevanti nelle ultime ventiquattro ore, anche se diverse testate hanno riferito di una stretta del regime sul dissenso interno nel tentativo di consolidare il potere dopo la rimozione di Nicolás Maduro. Con l’attuale leadership ancora in carica, resta incerto il ruolo operativo degli Stati Uniti nel governo del Paese nel breve e medio periodo, nonostante Trump abbia ribadito domenica che “se non si comporteranno bene, ci sarà un secondo attacco”. Alcune major energetiche statunitensi dopo i forti rialzi di lunedì hanno corretto, con Chevron in calo del 4,5%, SLB dello 0,4% e Halliburton del 3,4%, nonostante la seduta positiva dell’azionario Usa.

Accanto al Venezuela, sono emerse nuove tensioni sul fronte Groenlandia. I leader di Danimarca, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Polonia e Spagna hanno diffuso una dichiarazione congiunta a difesa della sovranità dell’isola, sottolineando che solo Danimarca e Groenlandia possono decidere sulle questioni che le riguardano e ribadendo che la sicurezza artica deve essere garantita nel rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite, inclusi integrità territoriale e inviolabilità dei confini. Da Washington, la Casa Bianca ha fatto sapere che Trump e i suoi consiglieri stanno valutando “una gamma di opzioni” per acquisire la Groenlandia e che l’uso della forza militare “resta sempre un’opzione”.

Il quadro resta articolato anche sul fronte Fed. Gli investitori stanno valutando le dichiarazioni contrastanti emerse negli ultimi giorni: il presidente della Fed di Richmond, Tom Barkin, ha invitato a un approccio prudente rispetto a ulteriori tagli dei tassi, mentre il collega Stephen Miran ha ribadito la necessità di un allentamento più aggressivo. Dopo aver ridotto i tassi di 75 punti base nel corso dello scorso anno, i policymaker appaiono divisi sulle prossime mosse. I futures sui Fed funds incorporano una probabilità limitata di un taglio già alla riunione di fine mese, circa il 50% di una riduzione a marzo, e scontano due interventi da 25 punti base entro fine anno.

ASIA

Dopo il rally molto intenso delle prime sedute dell’anno, le borse asiatiche hanno corretto, con il Nikkei in calo dell’1% e l’Hang Seng dell’1,2%. Più contenute le flessioni di Kospi e Shanghai Composite, mentre l’S&P/ASX 200 australiano ha mostrato una lieve tenuta grazie ai dati sull’inflazione. In Australia, il Cpi di novembre è salito del 3,4% annuo, in rallentamento dal 3,8% di ottobre e sotto le attese, mentre l’inflazione core, misurata dal trimmed mean, è scesa al 3,2%.

Segnali deboli anche dal settore dei servizi giapponese, cresciuto a dicembre al ritmo più lento da maggio. L’indice Pmi elaborato da S&P Global è sceso a 51,6 da 53,2, risentendo di una domanda complessiva più debole che ha compensato la ripresa delle nuove attività legate all’export.

SPREAD ED EMISSIONI

Il Btp decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,50%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 66 punti base. Nella giornata precedente i rendimenti hanno mostrato un calo, in linea con l’andamento dei governativi core dell’area euro, dopo la diffusione di dati che hanno segnalato un raffreddamento dell’inflazione più marcato del previsto in Germania e Francia nel mese di dicembre, a fronte di un quadro macroeconomico che continua a indicare una tenuta complessiva dell’economia.

Il contesto rafforza la convinzione che la Bce resti in una posizione di sostanziale comfort e possa mantenere un atteggiamento di attesa nel corso dell’anno, allontanando l’ipotesi di un rialzo dei tassi. I mercati hanno azzerato la probabilità di una stretta monetaria entro dicembre, dal precedente 10%, e hanno ridotto anche le attese di un inasprimento entro marzo 2027, ora valutato al 24% dal 30%.

Resta centrale anche il tema del mercato primario, in una fase stagionalmente caratterizzata da un’offerta abbondante di nuova carta. Secondo Citigroup, le emissioni lorde nell’area euro potrebbero raggiungere 200 miliardi di euro a gennaio, il livello mensile più elevato mai registrato, con un fabbisogno netto di cassa stimato a 124 miliardi, poco sotto il record di gennaio 2025.

In serata il Tesoro italiano comunicherà l’ammontare dei Bot annuali in asta venerdì, mentre gli operatori si attendono a breve anche l’annuncio di un’operazione sindacata, probabilmente dual tranche, con un nuovo Btp a 7 anni e un titolo nella fascia 20-30 anni, secondo indicazioni di Unicredit.

Oggi la Germania collocherà 6 miliardi di euro di Bund in scadenza febbraio 2036, mentre la Grecia offrirà titoli a 13 settimane.

PETROLIO

Le quotazioni del petrolio hanno esteso la fase di debolezza dopo che Washington ha annunciato nuove mosse per rafforzare il controllo sull’industria energetica venezuelana. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che Caracas trasferirà agli Stati Uniti milioni di barili di greggio, un passaggio che il mercato ha letto come un ulteriore fattore di pressione sui prezzi. Il Brent si avvicina alla soglia dei 60 dollari al barile dopo aver chiuso la seduta precedente in calo dell’1,7%, mentre il West Texas Intermediate (WTI) scambia in area 56 dollari. In un messaggio diffuso sui social, Trump ha scritto che le autorità ad interim venezuelane consegneranno fino a 50 milioni di barili di “petrolio di alta qualità soggetto a sanzioni” agli Stati Uniti, spiegando che le vendite genereranno proventi a beneficio di entrambe le parti.

Secondo quanto riportato da ABC, l’amministrazione statunitense avrebbe inoltre chiesto alla leader ad interim venezuelana Delcy Rodríguez che il Paese stringa un rapporto esclusivo con gli Stati Uniti per quanto riguarda le forniture di greggio, privilegiando Washington nella vendita del petrolio. La richiesta includerebbe anche una riduzione dei legami con Cina, Russia, Iran e Cuba, un orientamento che segnerebbe un profondo riallineamento politico ed economico per Caracas.

Il petrolio ha iniziato il nuovo anno in calo, dopo aver archiviato la peggior flessione annuale dal 2020. Oltre alle preoccupazioni strutturali legate a un surplus globale di offerta alimentato dagli aumenti produttivi, il mercato continua a valutare le conseguenze della destituzione di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi e le implicazioni per le esportazioni di greggio e per l’intero comparto energetico venezuelano. Per Warren Patterson di ING, il quadro di fondo resta orientato al ribasso e lascia spazio a ulteriori discese dei prezzi. Secondo l’analista, le misure statunitensi riducono il rischio che il Venezuela sia costretto a tagliare la produzione per vincoli di stoccaggio, attenuando i timori di interruzioni dell’offerta.

Un tempo protagonista assoluto del mercato petrolifero, il Venezuela ha visto la produzione crollare negli ultimi vent’anni e oggi contribuisce per circa l’1% delle forniture globali. Prima della cattura di Maduro, gli Stati Uniti avevano imposto un blocco navale parziale alle petroliere dirette verso il Paese, una strategia che aveva saturato le capacità di stoccaggio locali e portato alla chiusura di alcuni pozzi.

Tra le major statunitensi, Chevron resta l’unica a operare in Venezuela grazie a una specifica autorizzazione di Washington e continua a caricare greggio destinato interamente alle raffinerie Usa, tra cui Valero Energy e Marathon Petroleum. Nel frattempo Trafigura e altri operatori del trading energetico sono pronti ad avviare colloqui con l’amministrazione statunitense per valutare un ritorno agli acquisti di petrolio venezuelano, in vista di un incontro tra Trump e i dirigenti del settore energetico previsto alla Casa Bianca entro la prossima settimana. Il presidente ha affermato che le compagnie americane investiranno miliardi di dollari per rilanciare un’industria definita gravemente deteriorata.

Dai dati settimanali dell’American Petroleum Institute emerge un quadro contrastato: le scorte di greggio negli Stati Uniti sono diminuite di 2,8 milioni di barili, a fronte di aumenti superiori ai 4 milioni di barili sia per la benzina sia per i distillati. Le cifre ufficiali sono attese nel corso della giornata.

Stati Uniti e alleati dell’Ucraina si sono avvicinati a un’intesa sul piano di sicurezza richiesto da Kiev durante una riunione a Parigi della cosiddetta coalizione dei volenterosi. Un eventuale accordo di pace potrebbe aprire la strada a minori restrizioni sulle esportazioni di greggio russo, aggiungendo ulteriore offerta a un mercato già abbondantemente rifornito, anche se Mosca ha continuato a far affluire petrolio verso Paesi come India e Cina dall’inizio del conflitto.

ORO E ARGENTO

Le quotazioni dell’oro hanno imboccato una fase di correzione, con gli operatori che hanno iniziato a guardare oltre l’acuirsi delle tensioni geopolitiche per concentrarsi sui dati macroeconomici statunitensi attesi nel corso della settimana. Il metallo giallo si è attestato in area 4.470 dollari l’oncia, dopo un rialzo superiore al 4% nelle tre sedute precedenti. Sullo sfondo restano sviluppi geopolitici di primo piano: il presidente Donald Trump ha dichiarato che il Venezuela trasferirà agli Stati Uniti fino a 50 milioni di barili di petrolio, mentre la Casa Bianca non ha escluso il ricorso alla forza militare per ottenere il controllo della Groenlandia. In Asia, la Cina ha imposto controlli sulle esportazioni verso il Giappone per beni potenzialmente utilizzabili a fini militari, contribuendo a mantenere elevata la percezione di rischio globale.

Pur in un contesto internazionale definito fragile, l’attenzione dei mercati si sta spostando su una settimana densa di appuntamenti macro negli Stati Uniti, a partire dal rapporto sull’occupazione di dicembre, in calendario venerdì. Un primo segnale è arrivato già martedì, con un indicatore sull’attività manifatturiera risultato più debole delle attese, elemento che ha rafforzato le scommesse su nuovi tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. A rafforzare questa lettura è intervenuto anche Stephen Miran, membro del board della Fed, che ha affermato che la banca centrale potrebbe essere chiamata a ridurre i tassi di oltre un punto percentuale nel 2026, sottolineando come l’attuale orientamento della politica monetaria stia frenando l’economia. I tre tagli consecutivi dei tassi effettuati lo scorso anno hanno rappresentato un forte sostegno per i metalli preziosi, asset che non offrono rendimento.

L’oro arriva da un’annata eccezionale, la migliore dal 1979, dopo aver aggiornato ripetutamente i massimi storici grazie agli acquisti delle banche centrali e agli afflussi nei fondi indicizzati garantiti da metallo fisico. Ancora più spettacolare è stata la corsa dell’argento, che ha messo a segno un rialzo vicino al 150%, sostenuto anche da una carenza di offerta e dal rischio di dazi statunitensi sulle importazioni. Nella seduta di oggi l’argento ha registrato una flessione fino al 2,2%, pur restando in rialzo di circa 12% da inizio anno, con la domanda degli investitori retail, soprattutto in Cina, che continua a sostenere il mercato.

Sul breve periodo emergono anche fattori di cautela. Un possibile ribilanciamento degli indici sulle materie prime potrebbe esercitare pressioni sui metalli preziosi, costringendo i fondi passivi a vendere per adeguarsi alle nuove ponderazioni. Secondo le stime di Citigroup, il riassetto dei due principali indici sulle commodity potrebbe generare deflussi per circa 6,8 miliardi di dollari dai futures sull’oro e un ammontare simile da quelli sull’argento.

DATI MACRO IN ARRIVO

I riflettori sono puntati sui dati Istat, che oltre alla stima dell’inflazione di dicembre diffonderà i numeri su deficit/Pil del terzo trimestre 2025, da confrontare con il 2,3% registrato nello stesso periodo del 2024. Grazie a entrate fiscali superiori alle attese e a minori oneri per interessi sul debito, il governo prevede per il 2025 un deficit pari al 3% del Pil, nel rispetto del tetto massimo fissato dall’Unione Europea per la prima volta dal 2019. Questo percorso di consolidamento fiscale potrebbe consentire all’Italia di uscire già nel corso dell’anno dalla procedura Ue per deficit eccessivo.

In Francia è in uscita la fiducia dei consumatori, in Germania il tasso di disoccupazione, in Portogallo il dato sul mercato del lavoro di novembre e per l’Eurozona la stima dell’inflazione di dicembre. Il dato headline dovrebbe scendere al 2,0%, dal 2,1% di novembre, grazie agli effetti base dell’energia, mentre la core è vista stabile al 2,4%. Un rallentamento più marcato potrebbe però riflettersi sulle aspettative e abbassare la soglia per future misure di sostegno.

Nel pomeriggio l’attenzione si sposterà sugli Stati Uniti, in vista dei dati sui payroll in agenda venerdì, considerati centrali per le prospettive di politica monetaria. Le prime indicazioni sul mercato del lavoro arriveranno oggi dalle statistiche Adp sull’occupazione privata e dal report Jolts sulle offerte di lavoro, osservati con attenzione dagli operatori per valutare la tenuta dell’occupazione americana. In agenda anche la revisione degli ordini di beni durevoli, il Pmi non manifatturiero Ism e le scorte settimanali di prodotti petroliferi.

Da monitorare anche gli interventi dei banchieri centrali, tra cui quello dello Fed Bowman e il membro Bce Pereira, osservati per eventuali indicazioni sul futuro orientamento della politica monetaria.

STATI UNITI, NORMALIZZAZIONE DEL MERCATO DEL LAVORO

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L’evoluzione del mercato del lavoro negli Stati Uniti è tra i temi più dibattuti, ma spesso anche più fraintesi. Gli indicatori recenti mostrano un rallentamento delle dinamiche occupazionali, ma all’interno di un contesto ancora espansivo. Come spiegano gli esperti di Payden & Rygel, si tratta di una normalizzazione fisiologica dopo i ritmi eccezionali dello scorso biennio, non di una frenata improvvisa.

ULTIME NEWS SUI TITOLI

Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:

SNAM, ITALGAS. Snam ha avviato il collocamento di un green bond con scadenza 2031, convertibile in azioni ordinarie esistenti di Italgas, per un importo nominale complessivo di 500 milioni di euro. L’operazione è accompagnata dal contestuale riacquisto delle obbligazioni convertibili in azioni Italgas attualmente in circolazione e in scadenza nel 2028.

TIM. Il gruppo ha definito con Fastweb+Vodafone un accordo preliminare per avviare una cooperazione industriale finalizzata allo sviluppo delle reti di accesso mobile. L’intesa prevede l’adozione di un modello di radio access network sharing, volto a migliorare l’efficienza degli investimenti infrastrutturali e a rafforzare la qualità della copertura sul territorio.

STELLANTIS. La casa automobilistica ha prodotto circa 350.000 veicoli negli stabilimenti italiani nel corso del 2025, secondo quanto riportato da Il Giornale citando dati Fim Cisl che verranno diffusi ufficialmente in giornata. Il dato evidenzia un forte calo rispetto alle 475.090 unità realizzate nel 2024, confermando un ridimensionamento della produzione domestica.

ENI. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato piani per raffinare e vendere fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano rimasto bloccato nel Paese a causa dell’embargo statunitense. La dichiarazione si inserisce nel contesto dei recenti sviluppi politici in Venezuela e potrebbe avere riflessi indiretti anche per gli operatori energetici presenti nell’area.

PIRELLI. Il governo italiano sta valutando una serie di misure per trasformare il gruppo cinese Sinochem in un azionista di natura passiva di Pirelli. Tra le ipotesi allo studio figura anche la sterilizzazione dei diritti di voto, secondo quanto riferito da fonti vicine al dossier, in un’ottica di tutela degli asset strategici nazionali.

AVIO. Jefferies ha avviato la copertura sul titolo con raccomandazione buy e un target price fissato a 39,50 euro.

A livello internazionale sono da monitorare:

NVIDIA. Il gruppo ha dichiarato che la guidance sui ricavi fornita in ottobre è ulteriormente migliorata grazie a una domanda che resta molto solida, respingendo i timori di un possibile rallentamento della spesa in intelligenza artificiale e rafforzando la fiducia sulla traiettoria di crescita del business.

BAIDU. L’unità specializzata in chip per l’intelligenza artificiale ha incaricato alcune banche di lavorare a una possibile quotazione a Hong Kong. Secondo fonti vicine al dossier, l’operazione potrebbe raccogliere fino a 2 miliardi di dollari.

CHEVRON. Una piccola flotta di navi prenotate dalla compagnia è diretta verso il Venezuela, mentre il gruppo emerge come unico esportatore di petrolio del Paese dopo la rimozione del presidente Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi.

BYD, TESLA. BYD ha superato Tesla nelle vendite nei due principali mercati europei dei veicoli elettrici nel corso dell’ultimo anno. Il sorpasso conferma l’avanzata globale del produttore cinese e il rafforzamento della sua presenza in Europa.

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