STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire in territorio negativo con il future che segna un ribasso dello 0,5%. Positivi, invece, i futures sull’S&P 500 (+0,3%) e quelli sul Nasdaq 100 (+0,2%).
Dopo un inizio di 2026 estremamente turbolento, sui mercati si intravede una fase di calma relativa, anche se il termine va preso con cautela. L’anno ha già concentrato una sequenza di eventi eccezionali: dalla crisi in Venezuela e Groenlandia, al crollo iniziale dei titoli di Stato giapponesi, fino al rally e alla successiva correzione di oro e argento. Si sono aggiunte le vicende legate ai dazi IEEPA poi annullati, le forti vendite sui titoli software e sulle società più esposte all’intelligenza artificiale, i timori sul credito privato, le innovazioni tecnologiche annunciate da Claude e Anthropic e l’ondata di commenti virali di Matt Shumer e Citrini Research che hanno alimentato timori di disruption tecnologica e perdita di milioni di posti di lavoro, arrivando a cancellare oltre 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione globale. A tutto questo si è aggiunto il caso della borsa sudcoreana, con il Kospi salito oltre il +50% nelle prime settimane dell’anno, poi precipitato in bear market prima di rimbalzare. Ora l’attenzione è dominata dal conflitto con l’Iran. In quasi 31 anni di attività nei mercati, un ritmo così rapido nel cambiamento delle narrazioni è raro da osservare. Colpisce anche il fatto che molte asset class restano ancora in territorio positivo da inizio anno.
In attesa del prossimo shock geopolitico o finanziario, i mercati continuano a muoversi soprattutto in funzione delle notizie sul conflitto iraniano e sulle forniture di petrolio. Il tono generale si è spostato verso un cauto ottimismo, anche se non emergono segnali concreti di una conclusione imminente della guerra. Il miglioramento del sentiment ha provocato una brusca correzione del petrolio, pur restando circa il 20% sopra i livelli precedenti agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran.
La discesa del greggio era iniziata dopo alcune dichiarazioni di Donald Trump nella tarda serata di lunedì e si è estesa nella giornata successiva, sostenuta anche dall’annuncio di Saudi Aramco, che ha comunicato l’intenzione di aumentare rapidamente i flussi di greggio verso il Mar Rosso attraverso il proprio oleodotto, portando la capacità a 7 milioni di barili al giorno nel giro di pochi giorni. Questo permetterebbe al gruppo di ripristinare circa il 70% delle spedizioni abituali di petrolio. La deviazione delle rotte era attesa dagli operatori, ma l’indicazione sulla capacità effettiva della pipeline è stata interpretata come un segnale positivo. Nel finale di seduta americana il petrolio è tornato a salire brevemente dopo le notizie su possibili mine nello Stretto di Hormuz, per poi scendere di nuovo durante la notte dopo che il Wall Street Journal ha riferito che l’Agenzia internazionale dell’energia starebbe valutando il più grande rilascio di riserve petrolifere della storia per contrastare l’aumento dei prezzi. I Paesi membri dell’IEA dovrebbero decidere sulla proposta già oggi, mentre i leader del G7 discuteranno una risposta coordinata alla crisi, secondo quanto indicato dal premier canadese Mark Carney.
Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha pubblicato un messaggio sostenendo che gli Stati Uniti avevano scortato con successo una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz. Il messaggio è stato poi cancellato e la Casa Bianca ha chiarito che nessuna operazione del genere era avvenuta. Poco dopo il presidente Trump ha dichiarato che l’Iran subirebbe conseguenze “a un livello mai visto prima” se dovesse posare mine nello stretto, dopo che la CNN aveva riportato indicazioni secondo cui Teheran stava iniziando a farlo.
La riduzione delle tensioni sul petrolio ha innescato un forte rimbalzo degli asset rischiosi. Lo Stoxx 600 ha guadagnato l’1,9%, registrando la miglior seduta da aprile dello scorso anno. Negli Stati Uniti l’S&P 500 ha chiuso in calo dello 0,2%, dopo aver cancellato i guadagni nel finale di seduta. Poco prima avevano segnato un aumento vicino allo 0,5%, ma un articolo del Financial Times ha riportato che JP Morgan avrebbe irrigidito le condizioni di credito verso i fondi di private credit e svalutato alcuni prestiti in portafoglio, contribuendo a raffreddare l’ottimismo. L’indice di volatilità VIX ha terminato a 25, inferiore ai 35 punti toccati all’apertura di lunedì, quando la tensione sui mercati era al massimo. Nonostante le oscillazioni recenti, l’S&P 500 dista meno del 3% dal record del 27 gennaio.
L’attenzione degli investitori è ora rivolta alla pubblicazione dell’indice dei prezzi al consumo statunitense di febbraio, uno dei dati più rilevanti della settimana. Il recente shock energetico ha infatti ridotto le aspettative di un prossimo taglio dei tassi da parte della Fed. La banca centrale dovrebbe mantenere i tassi invariati nella riunione della prossima settimana, ma il dato odierno sarà determinante per orientare le previsioni sulle decisioni successive. Gli economisti osservano in particolare possibili pressioni sui beni core legate ai dazi, soprattutto nell’abbigliamento, e l’aumento recente dei prezzi all’ingrosso delle auto usate. Le previsioni indicano un CPI in crescita dello 0,27% su base mensile, sostenuto da un aumento dell’1,0% dei prezzi energetici, con un tasso annuo stabile al 2,4%. L’indice core è atteso in aumento dello 0,24% su mese, con un dato annuo fermo al 2,5%.
ASIA
Asia sottotono, nonostante la notizia del maggiore rilascio di greggio della storia da parte dell’International Energy Agency. Il Nikkei sale dell’1,4%, Hong Kong è sotto la parità, Shanghai guadagna lo 0,2%.
I dati diffusi nelle prime ore della giornata indicano che l’inflazione alla produzione in Giappone ha rallentato per il terzo mese consecutivo a febbraio, attestandosi al 2,0% su base annua, rispetto al 2,3% di gennaio e leggermente sotto le attese del 2,2%. Il rallentamento è stato favorito soprattutto dai sussidi governativi sui carburanti, che hanno temporaneamente attenuato l’impatto dell’aumento dei prezzi delle materie prime. Gli economisti segnalano che questo effetto potrebbe essere di breve durata se le tensioni sul petrolio dovessero tornare a intensificarsi.
La Bank of Japan dovrebbe mantenere invariati i tassi di interesse nella riunione della prossima settimana, con un possibile rialzo fino all’1,00% entro la fine di giugno, secondo un sondaggio condotto da Reuters tra gli economisti. Le indicazioni raccolte dall’indagine non mostrano cambiamenti nelle aspettative rispetto al periodo precedente allo scoppio della guerra in Medio Oriente.
Le tensioni geopolitiche stanno comunque iniziando a riflettersi sui titoli di Stato giapponesi a lunga scadenza, dove i rendimenti hanno registrato un aumento. I timori riguardano soprattutto il rischio che il conflitto possa alimentare nuove pressioni inflazionistiche attraverso il rincaro dei prezzi dell’energia, elemento che potrebbe influenzare il percorso di normalizzazione della politica monetaria dell’istituto centrale.
SPREAD ED EMISSIONI
Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,52%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 66 punti base. La seduta di ieri è stata caratterizzata da una discesa dei rendimenti, favorita dal miglioramento del sentiment degli investitori dopo le dichiarazioni di Trump, che ha indicato come la guerra contro l’Iran potrebbe concludersi in tempi brevi.
Arrivano segnali di attenzione da parte della Bce. La presidente Christine Lagarde ha ribadito che l’istituto di Francoforte è pronto a utilizzare tutti gli strumenti disponibili per mantenere sotto controllo l’inflazione, anche in presenza dell’attuale forte aumento dei prezzi dell’energia. Sulla stessa linea il presidente della Bundesbank Joachim Nagel, che in un’intervista a Reuters ha affermato che la Bce agirà in modo rapido e deciso qualora il rincaro dell’energia dovesse tradursi in un aumento duraturo dell’inflazione nell’area euro.
Il Tesoro italiano torna oggi sul mercato con l’asta del Bot a 12 mesi per un importo complessivo di 8 miliardi di euro, con rendimenti attesi sostanzialmente stabili rispetto alle ultime emissioni. Il titolo annuale con scadenza 12 marzo 2027 trattava ieri intorno al 2,052%, livello poco distante dal 2,068% registrato nel collocamento di metà febbraio, indicando un contesto di tassi sostanzialmente invariato alla vigilia della nuova emissione. Oggi la Germania offrirà in asta 5 miliardi di euro di Bund con scadenza 15 febbraio 2036 e cedola del 2,90%.
PETROLIO
Le quotazioni del greggio hanno azzerato i guadagni iniziali e oscillano con forte volatilità dopo che il Wall Street Journal ha riferito che l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) sta valutando un rilascio record di riserve strategiche per contrastare l’impennata dei prezzi provocata dalla guerra con l’Iran. Secondo il quotidiano, l’intervento supererebbe i 182 milioni di barili immessi sul mercato nel 2022 dai Paesi membri dell’IEA dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il Brent è sceso a circa 88 dollari al barile dopo essere arrivato a guadagnare fino al 3,7%, mentre il West Texas Intermediate oscilla intorno agli 84 dollari, in un contesto di volatilità estrema che all’inizio della settimana aveva spinto le quotazioni oltre 100 dollari al barile.
Alla base delle tensioni resta la quasi totale interruzione del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transita normalmente circa un quinto delle forniture petrolifere globali. Il blocco di fatto delle spedizioni ha costretto diversi grandi produttori del Golfo a ridurre l’output, alimentando il rialzo dei prezzi di petrolio, gas naturale e prodotti raffinati come il diesel. Il traffico di petroliere lungo il corridoio energetico si è ridotto a livelli minimi e il mercato osserva con attenzione qualsiasi segnale di ritorno alla normalità negli scambi.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, i Paesi membri dell’IEA dovrebbero pronunciarsi sulla proposta di rilascio delle riserve di emergenza proprio oggi, con la decisione che verrebbe adottata in assenza di obiezioni formali. Un’opposizione da parte di uno dei membri potrebbe però rallentare il processo. Nei giorni precedenti i Paesi del G7 avevano già chiesto all’Agenzia di preparare scenari per l’utilizzo delle scorte strategiche di petrolio.
Per Charu Chanana di Saxo Markets, un intervento dell’IEA rappresenterebbe al tempo stesso uno strumento di stabilizzazione e un segnale di allarme. L’analista osserva che il rilascio di riserve può aumentare temporaneamente l’offerta e limitare reazioni di panico sui prezzi, ma indica anche che il rischio di interruzioni nelle forniture è considerato sufficientemente grave da richiedere misure straordinarie.
Il petrolio aveva già registrato un forte ribasso ieri, in un contesto dominato da dichiarazioni contrastanti provenienti dall’amministrazione Trump sulla guerra e sulla sicurezza delle rotte marittime nello Stretto di Hormuz. Il segretario all’Energia Chris Wright aveva pubblicato sui social un messaggio, poi cancellato, in cui affermava che la US Navy aveva scortato una petroliera attraverso lo stretto vicino all’Iran. La Casa Bianca ha successivamente chiarito che nessuna operazione di questo tipo era avvenuta.
Alle tensioni si sono aggiunti messaggi contraddittori pubblicati sui social dal presidente Donald Trump riguardo alla presenza di mine nello stretto. Il leader statunitense si trova ad affrontare crescenti pressioni politiche ed economiche per la gestione del conflitto e lunedì sera aveva dichiarato che la guerra sarebbe vicina alla conclusione. Nella giornata successiva funzionari statunitensi hanno indicato che le operazioni militari stanno intensificandosi e che al momento non esistono prospettive concrete di negoziati diplomatici.
Secondo Rebecca Babin di CIBC Private Wealth, il mercato si muove in una situazione assimilabile a una “nebbia di guerra”, con prezzi che reagiscono in tempo reale allo sviluppo degli eventi. L’analista evidenzia come i trader continuino a essere travolti da movimenti estremamente violenti delle quotazioni, con le notizie che innescano brusche oscillazioni intraday.
Il conflitto in Medio Oriente, entrato nella seconda settimana, coinvolge ormai oltre una dozzina di Paesi e ha riacceso i timori di una possibile crisi inflazionistica globale. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina al dettaglio è salito sensibilmente, aumentando la pressione sull’amministrazione Trump.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno ridotto complessivamente la produzione fino a 6,7 milioni di barili al giorno, pari a circa il 6% dell’offerta globale. La più grande raffineria degli Emirati Arabi Uniti ha sospeso le operazioni dopo essere stata colpita da un attacco con droni.
Il prolungarsi delle interruzioni nelle forniture energetiche potrebbe avere effetti molto pesanti sull’economia mondiale. L’amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha dichiarato che il protrarsi della crisi comporterebbe conseguenze catastrofiche per il mercato petrolifero globale, con ricadute sempre più gravi sull’intero sistema economico internazionale. Si tratta delle prime dichiarazioni pubbliche del manager dall’inizio della guerra che ha compromesso i flussi energetici provenienti dal Medio Oriente.
ORO E ARGENTO
Il prezzo dell’oro torna a salire dopo le indiscrezioni secondo cui l’Agenzia internazionale dell’energia starebbe valutando il più grande rilascio di riserve petrolifere mai effettuato per attenuare lo shock dell’offerta provocato dalla guerra in Medio Oriente. Il metallo prezioso ha superato i 5.200 dollari l’oncia, dopo aver già guadagnato circa l’1% nella seduta precedente. Il piano dell’IEA, riportato dal Wall Street Journal, prevede una quantità superiore ai 182 milioni di barili immessi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La notizia ha contribuito a raffreddare le quotazioni del petrolio, mentre il Dollar Index ha registrato un calo fino allo 0,1%.
La crisi geopolitica resta al centro dell’attenzione degli operatori mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrato nel dodicesimo giorno. Gli investitori stanno valutando anche una serie di messaggi contraddittori provenienti da Washington. La Casa Bianca ha smentito che la US Navy abbia scortato una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz, contraddicendo un messaggio pubblicato e poi cancellato dal segretario all’Energia Chris Wright. Il traffico nello stretto, snodo attraverso cui transita normalmente circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, resta quasi completamente fermo.
L’estrema volatilità dei prezzi dell’energia ha rafforzato i timori di una nuova accelerazione dell’inflazione, contribuendo a ridurre le aspettative di tagli dei tassi da parte della Fed e di altre banche centrali. Costi di finanziamento più elevati rappresentano in genere un ostacolo per i metalli preziosi, che non offrono rendimenti. L’oro, che dall’inizio dell’anno ha guadagnato circa il 20%, viene inoltre utilizzato dagli investitori come fonte di liquidità per sostenere altre componenti dei portafogli.
Secondo David Wilson di BNP Paribas, la scorsa settimana il metallo ha risentito della forza del dollaro e del calo dei listini azionari statunitensi, con vendite legate alla necessità di coprire margin call sui mercati azionari. Lo strategist sottolinea che l’interesse per il metallo fisico, soprattutto in Asia, ha fornito un sostegno significativo alle quotazioni intorno ai 5.000 dollari l’oncia.
Dall’inizio della guerra si osserva una riduzione delle posizioni detenute dagli ETF sull’oro. Le partecipazioni complessive sono diminuite di quasi 30 tonnellate nella scorsa settimana, segnando il calo settimanale più ampio degli ultimi due anni, secondo dati raccolti da Bloomberg.
Il metallo continua comunque a beneficiare della domanda di asset rifugio in una fase caratterizzata da forti tensioni geopolitiche e commerciali. Alexandre Carrier, gestore del fondo DNCA Invest Strategic Resources, ritiene che la strategia più efficace resti acquistare oro nelle fasi di debolezza, considerando il contesto di incertezza globale.
La guerra continua a influenzare profondamente anche il mercato energetico. Le operazioni militari stanno interrompendo produzione e raffinazione di greggio in varie aree del Medio Oriente. Il Pentagono ha dichiarato che Stati Uniti e Israele hanno condotto la giornata di attacchi più intensa dall’inizio del conflitto contro l’Iran e che le operazioni proseguiranno finché la Repubblica islamica non sarà sconfitta, assumendo un tono più aggressivo rispetto alle precedenti dichiarazioni di Trump, che aveva suggerito la possibilità di una conclusione rapida della guerra.
Sul fronte della politica monetaria gli operatori stanno anche riducendo le aspettative di allentamento della Fed nel corso dell’anno. Il riposizionamento arriva alla vigilia della pubblicazione dei dati sull’inflazione di febbraio negli Stati Uniti, attesi mercoledì e destinati a mostrare un livello dei prezzi ancora ben superiore all’obiettivo della banca centrale, anche prima dell’impatto economico diretto del conflitto.
DATI MACRO IN ARRIVO
La giornata si apre in Germania, dove alle 8:00 sono attesi i dati finali sui prezzi al consumo di febbraio, con il mercato che prevede per l’indice armonizzato un aumento dello 0,4% su base mensile e del 2,0% su base annua. In Spagna alle 9:00 verranno diffuse le vendite al dettaglio di gennaio, mentre in Portogallo alle 12:00 saranno pubblicati i prezzi al consumo di febbraio.
Negli Stati Uniti l’appuntamento principale della giornata è la pubblicazione alle 13:30 dei dati sull’inflazione di febbraio, uno degli indicatori più osservati dalla Fed. Le stime indicano un aumento dell’indice principale dello 0,3% su mese e del 2,4% su anno, mentre l’indice core è atteso in crescita dello 0,2% mensile e del 2,5% annuo. L’inflazione dovrebbe mostrare un leggero incremento legato soprattutto al rialzo dei prezzi della benzina, influenzati dalle prime tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Un ulteriore aumento delle quotazioni del petrolio potrebbe tradursi in pressioni inflazionistiche più evidenti anche nei dati di marzo. Nonostante l’accelerazione prevista, la lettura di febbraio dovrebbe restare moderata e non modificare l’orientamento della Fed, che secondo le attese dovrebbe mantenere invariati i tassi nella riunione del 17 e 18 marzo. Sempre negli Stati Uniti, alle 15:30, saranno diffusi anche i dati settimanali dell’Eia sulle scorte di prodotti petroliferi.
In Europa sono previsti interventi del vicepresidente della Bce Luis de Guindos e dei membri del Consiglio Machado e Schnabel, mentre in Svezia è in programma la riunione del board esecutivo della Riksbank. Negli Stati Uniti è atteso anche un intervento della vicepresidente della Fed Michelle Bowman.
Sul fronte societario è prevista la pubblicazione dei risultati di Telecom Italia, mentre negli Stati Uniti è in calendario un’asta di Treasury decennali.
ULTIME NEWS SUI TITOLI
Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
MONTE DEI PASCHI, MEDIOBANCA. I consigli di amministrazione dei due istituti hanno dato il via libera al progetto di fusione. In base ai termini approvati, agli azionisti di Mediobanca saranno assegnate 2,45 azioni Monte dei Paschi per ogni titolo posseduto. La banca senese ha inoltre annunciato che proporrà all’assemblea degli azionisti prevista per il 15 aprile la distribuzione di un dividendo in contanti pari a 0,86 euro per azione. Secondo quanto riportato da La Stampa, l’amministratore delegato Luigi Lovaglio starebbe valutando l’ipotesi di presentare una lista alternativa per il rinnovo degli organi di Mps dopo essere stato escluso da quella del consiglio uscente. Il manager punterebbe a raccogliere il sostegno di almeno il 20% del capitale. Il quotidiano indica che Lovaglio avrebbe già raccolto consensi attorno al 15%, con possibili appoggi da parte del fondo maltese Praude, di BlackRock, Vanguard e Norges, oltre che della famiglia Tortora e dell’imprenditore mantovano Giorgio Girondi. L’articolo aggiunge che Lovaglio avrebbe avuto contatti anche con Davide Serra, il quale avrebbe escluso la volontà di presentare una lista per Monte dei Paschi.
MFE. Il gruppo ha acquisito una partecipazione del 32,9% nel gruppo media portoghese Impresa attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato del valore di 17,3 milioni di euro.
LEONARDO. Il gruppo ha firmato una nuova linea di credito quinquennale da 600 milioni di euro con un pool di banche internazionali e nazionali, operazione destinata a rifinanziare il debito rimborsato lo scorso gennaio.
POSTE ITALIANE. Matteo Del Fante dovrebbe restare alla guida della società per un quarto mandato. Secondo due fonti vicine al dossier, il manager, amministratore delegato dal 2017 e in scadenza di terzo mandato ad aprile, riceverà dal governo un nuovo incarico triennale al vertice del gruppo controllato dallo Stato.
ELES. Il fondo Xenon è arrivato a detenere complessivamente circa il 42,4% del capitale della società attiva nei test per semiconduttori nell’ambito dell’offerta pubblica di acquisto lanciata tramite il veicolo EbidCo.
TELECOM ITALIA. Il consiglio di amministrazione è convocato per l’approvazione del bilancio, dopo la diffusione dei risultati preliminari comunicati il 24 febbraio.
SALVATORE FERRAGAMO. Il consiglio di amministrazione esamina il bilancio dopo la pubblicazione dei dati preliminari del 27 gennaio. In seguito ai risultati è prevista una conference call alle ore 18:00.
A livello internazionale sono da monitorare:
PORSCHE. La casa automobilistica ha indicato che le vendite resteranno sotto pressione nel corso dell’anno a causa dell’impatto dei dazi e dei costi legati alla revisione della strategia sui veicoli elettrici.
CATHAY PACIFIC. Le azioni della compagnia aerea sono salite dopo la pubblicazione del risultato più elevato dal 2010 e l’annuncio di un aumento della capacità di trasporto passeggeri del 10%.
NINTENDO. Il titolo ha registrato un rialzo fino al 10,5%, il più forte da aprile, sostenuto dal successo inatteso del nuovo videogioco Pokémon che ha compensato le preoccupazioni legate all’aumento dei costi delle memorie.
AMAZON. Il gruppo ha raccolto 37 miliardi di dollari con un’emissione obbligazionaria in dollari. L’operazione, sommata a un collocamento previsto in euro, potrebbe raggiungere un valore complessivo vicino ai 50 miliardi di dollari.
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di Francesco Sicuro













































