Start&Stock: petrolio sopra i 100 dollari ma clima più disteso, questa sera il verdetto Fed sui tassi

Start&Stock: petrolio sopra i 100 dollari ma clima più disteso, questa sera il verdetto Fed sui tassi

Apertura positiva attesa tra Europa e Stati Uniti. Il clima migliora grazie al calo del petrolio dopo l’accordo Iraq-Turchia, mentre le tensioni in Medio Oriente restano elevate con Hormuz ancora quasi bloccato. In Asia forti rialzi Kospi e Nikkei. Il Brent scende sotto i 101 dollari, mentre l’oro oscilla vicino ai 5.000 dollari. Riflettori sulle banche centrali, con la Fed che dovrebbe lasciare i tassi invariati.

STATI UNITI ED EUROPA

L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio positivo con il future che segna un rialzo dell’1%. Tonici anche i futures sull’S&P 500 (+0,5%) e quelli sul Nasdaq 100 (+0,7%).

Si osserva una fase di maggiore calma sui mercati, con segnali di parziale disallineamento rispetto all’andamento del petrolio. Nelle ultime 24 ore gli asset rischiosi hanno mostrato un recupero e i rendimenti obbligazionari sono scesi, nonostante il Brent abbia chiuso sopra quota 100 per la quarta seduta consecutiva. Il clima di fiducia è sostenuto dal calo dei prezzi del greggio nelle prime ore della giornata, in flessione di alcuni punti percentuali dopo un accordo tra Iraq e Turchia per riprendere le esportazioni aggirando lo Stretto di Hormuz.

Il movimento segue il rafforzarsi delle aspettative che le principali banche centrali, riunite in settimana, possano adottare un tono meno restrittivo rispetto ai timori iniziali. In attesa delle indicazioni della Fed di questa sera, l’S&P 500 ha guadagnato ieri lo 0,2%, consolidando i progressi della seduta precedente e registrando due sedute consecutive in rialzo per la prima volta dall’inizio delle ostilità. In Europa lo Stoxx 600 sale dello 0,7%, segnando la miglior performance dell’ultima settimana, con l’energia ancora protagonista. La volatilità si riduce, con il VIX in calo a 22,37, livello più basso delle ultime due settimane e vicino ai minimi registrati prima dell’escalation con l’Iran.

Il rimbalzo generalizzato è stato favorito anche da una minore instabilità del petrolio, che per la prima volta dal 5 marzo si è mosso entro un range inferiore al 5%. Alcune dichiarazioni da parte dell’amministrazione statunitense hanno alimentato l’idea di una possibile conclusione del conflitto in tempi relativamente brevi. Il presidente Donald Trump ha indicato che gli Stati Uniti non sono pronti a lasciare immediatamente ma prevedono un’uscita nel prossimo futuro, mentre il direttore del National Economic Council Kevin Hassett ha parlato di un’operazione della durata stimata tra quattro e sei settimane. Restano comunque segnali di tensione, con nuovi attacchi iraniani contro infrastrutture energetiche nel Golfo e la conferma della morte del responsabile della sicurezza nazionale iraniana Ali Larijani in un raid israeliano.

Il traffico nello Stretto di Hormuz resta estremamente limitato e gli alleati degli Stati Uniti continuano a mostrare cautela nel coinvolgimento diretto. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che la Francia non parteciperà a operazioni per riaprire il passaggio marittimo nell’attuale contesto. La posizione è stata riconosciuta dallo stesso Trump, che ha affermato che gli Stati Uniti non necessitano più del supporto dei Paesi NATO. Una dinamica che apre a possibili tensioni future tra Washington e gli alleati occidentali.

L’attenzione si sposta ora sulle decisioni di politica monetaria, con una concentrazione senza precedenti di riunioni. Nelle prossime 24 ore sono attese le decisioni della Fed, seguite da Bce, Bank of Japan e Bank of England. Il consenso prevede tassi invariati, ma il flusso di comunicazioni potrebbe generare forte volatilità. Il blackout informativo della Fed ha lasciato gli operatori senza aggiornamenti dalla prima fase del conflitto, quando il petrolio era ancora sotto i 100 dollari e le aspettative di una rapida risoluzione erano più diffuse.

Secondo gli economisti statunitensi, la comunicazione della Fed dovrebbe sottolineare un contesto di elevata incertezza, con il presidente Jerome Powell orientato a evitare indicazioni forti sulla traiettoria dei tassi nel breve termine. Il Summary of Economic Projections dovrebbe restare sostanzialmente invariato, continuando a indicare un solo taglio dei tassi nel 2026. Possibili revisioni al rialzo per l’inflazione, sia headline sia core, che rappresentano uno dei principali elementi di attenzione. L’indice core PCE era già al 3,1% a gennaio, prima dell’aumento dei prezzi dei carburanti legato alla guerra. I mercati continuano a prezzare un solo taglio dei tassi negli Stati Uniti, con un allentamento complessivo atteso pari a 26 punti base entro dicembre.

In Europa si osserva una dinamica simile, con aspettative di politica monetaria più accomodante nonostante l’aumento delle aspettative inflazionistiche. Le attese di rialzi da parte della Bce entro dicembre si riducono di 7,5 punti base a 33 punti base. Il quadro è accompagnato da dati macro deboli, con la componente aspettative dell’indice ZEW tedesco crollata a -0,5 punti a marzo, ben al di sotto delle attese di 39,2, segnalando un deterioramento del sentiment legato al conflitto in Medio Oriente.

ASIA

In Asia prevalgono i rialzi con il Kospi a +4,5% e il Nikkei a +2,7%, sostenuti in particolare dal comparto tecnologico.

Emergono segnali contrastanti dal commercio giapponese. Il commercio estero mostra segnali di tenuta nel mese di febbraio, con le esportazioni in crescita del 4,2% su base annua, un dato nettamente superiore alle attese ferme all’1,6%. Le importazioni aumentano del 10,2%, al di sotto del 11,5% previsto dal consenso, confermando una dinamica meno sostenuta sul fronte della domanda interna. Per l’export si tratta del sesto mese consecutivo di espansione, anche se le prospettive restano condizionate dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, considerata la forte dipendenza del Giappone dalle importazioni energetiche.

Sempre in Giappone, l’indice Tankan evidenzia un miglioramento nel comparto manifatturiero, con il dato di marzo in salita a +18 dai +13 di febbraio. Il settore non manifatturiero si mantiene stabile a +25, mentre le attese per giugno indicano un possibile rallentamento, con la manifattura prevista a +14 e i servizi a +21.

SPREAD ED EMISSIONI

Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,66%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 74 punti base.

I titoli di Stato dell’area euro si avviano alla seduta con rendimenti elevati, sui massimi degli ultimi mesi, riflettendo il riposizionamento delle aspettative globali sui tassi in un contesto segnato dal rialzo dei costi energetici. L’economia europea appare particolarmente esposta alla pressione esercitata dal caro energia, fattore che contribuisce a mantenere elevata la tensione sui rendimenti.

Oggi il Tesoro tedesco colloca due tranche di titoli a lungo termine: 1,5 miliardi di euro di Bund con scadenza 15 agosto 2056 e cedola al 2,90%, insieme a 1 miliardo di euro di Bund con scadenza 15 agosto 2046 e cedola al 2,50%.

PETROLIO

Il petrolio arretra dopo il recente rialzo, con il mercato che reagisce alla decisione dell’Iraq di riprendere le esportazioni attraverso la Turchia, aggirando lo Stretto di Hormuz, e alle mosse degli Stati Uniti per forzare la riapertura del passaggio strategico. Il Brent scende sotto i 101 dollari al barile, dopo aver guadagnato oltre il 3% nella seduta di ieri, mentre il West Texas Intermediate si attesta intorno ai 92 dollari. Baghdad ha raggiunto un’intesa con il Kurdistan per riattivare i flussi tramite un oleodotto che collega la regione autonoma al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo.

Washington ha intensificato la pressione colpendo con munizioni penetranti siti iraniani di missili da crociera antinave situati nei pressi dello stretto, nodo cruciale per il commercio energetico globale che il presidente Donald Trump punta a riaprire. Il conflitto registra una nuova escalation dopo la conferma da parte di Teheran della morte di Ali Larijani, figura centrale della leadership in tempo di guerra, evento che ha spinto l’esercito iraniano a promettere ritorsioni.

“La morte di Larijani rappresenta un passaggio rilevante e potrebbe spingere l’Iran ad azioni più aggressive contro i flussi petroliferi”, ha dichiarato Aaron Stein, presidente del Foreign Policy Research Institute, sottolineando come gli Stati Uniti siano sotto pressione per garantire la sicurezza delle petroliere, con il rischio di operazioni navali ad alta tensione.

Il ritorno parziale del greggio iracheno sui mercati attraverso la Turchia contribuisce solo in parte ad alleviare le preoccupazioni sull’offerta. La produzione del Paese Opec è scesa a circa 1,4 milioni di barili al giorno, pari a un terzo dei livelli precedenti alla chiusura di Hormuz.

Dall’inizio dell’anno il Brent registra un rialzo vicino al 70%, con gran parte dell’impennata concentrata dopo gli attacchi iniziali di Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine del mese scorso. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e il blocco del traffico delle petroliere hanno alimentato il rally dei prezzi e riacceso i timori di inflazione più elevata.

L’aumento dei costi energetici si riflette anche sui consumatori, con il prezzo del diesel negli Stati Uniti oltre i 5 dollari al gallone nei distributori questa settimana. Un livello che sarà attentamente monitorato dalle banche centrali impegnate a definire la politica monetaria. La Fed si riunisce oggi per decidere sui tassi di interesse, con aspettative orientate verso nessuna variazione.

L’attenzione del mercato resta concentrata sullo Stretto di Hormuz, di fatto ancora bloccato. Le condizioni di transito sono determinate da una logica politica, con l’Iran orientato a consentire il passaggio solo a un numero limitato di navi selezionate in base alle loro affiliazioni, scoraggiando o impedendo il transito alle altre.

“In assenza di segnali di fine delle ostilità, con interruzioni dell’offerta in aumento e lo stretto tecnicamente chiuso, riteniamo che il Brent si manterrà in un nuovo intervallo compreso tra 95 e 110 dollari al barile”, ha dichiarato Robert Rennie di Westpac Banking. Secondo l’analista, un eventuale attacco a un grande impianto di raffinazione o la conferma di ulteriori mine nello stretto potrebbe spingere i prezzi ancora più in alto di 10-20 dollari.

ORO

L’oro si muove in un range ristretto mentre gli investitori valutano il percorso dei tassi della Federal Reserve e i rischi inflazionistici legati al conflitto in Medio Oriente. Il metallo prezioso si mantiene vicino ai 5.000 dollari l’oncia nelle prime fasi di scambio, dopo aver chiuso la seduta precedente senza variazioni significative. La Fed è attesa mantenere i tassi invariati nella riunione di mercoledì, con l’attenzione rivolta alle indicazioni sull’impatto del rialzo dei prezzi energetici e sul rallentamento del mercato del lavoro.

Stati Uniti e Israele hanno proseguito gli attacchi nelle ultime ore, mentre l’Iran ha confermato la morte del responsabile della sicurezza nazionale Ali Larijani, già indicata da Israele come conseguenza di un raid aereo. Teheran continua a colpire infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, mentre il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz resta quasi completamente fermo, aggravando le tensioni sull’offerta globale.

La stretta sull’energia e il rialzo del greggio alimentano i timori di inflazione persistente, riducendo le possibilità di un taglio dei tassi nel breve periodo da parte della Fed e delle altre banche centrali. Tassi più elevati rappresentano un fattore negativo per i metalli preziosi, che non offrono rendimenti.

Nonostante la perdita di slancio nelle ultime settimane, l’oro mantiene una performance positiva di circa +16% dall’inizio dell’anno, sostenuto dall’incertezza geopolitica e dalle preoccupazioni legate all’indipendenza della banca centrale americana. I timori di stagflazione, con crescita debole e inflazione elevata, rafforzano nel medio periodo il ruolo del metallo come bene rifugio e riserva di valore alternativa.

DATI MACRO IN ARRIVO

La giornata sarà dominata dalla decisione della Federal Reserve e dalla successiva conferenza stampa di Powell. In calendario anche la riunione della Bank of Canada, oltre ai dati statunitensi su PPI di febbraio e ordini di fabbrica di gennaio, elementi chiave per valutare l’evoluzione dell’inflazione e della produzione industriale.

La giornata macro si apre in Europa con l’attenzione rivolta ai dati finali sull’inflazione di febbraio, in uscita alle 11:00. Le stime indicano un aumento dei prezzi al consumo dello 0,7% su base mensile e dell’1,9% su base annua, in linea con le letture preliminari diffuse da Eurostat. La componente core è attesa al 2,4% tendenziale. L’impatto del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non si riflette ancora nei dati, dato che l’escalation si è verificata solo negli ultimi giorni del mese.

Negli Stati Uniti, alle 13:30, sono attesi i dati sui prezzi alla produzione di febbraio, con una previsione di +0,3% su base mensile e +2,9% su base annua. Nel pomeriggio, alle 15:00, verrà pubblicata la revisione degli ordini di beni durevoli di gennaio, mentre alle 15:30 sono in calendario le scorte settimanali di prodotti petroliferi EIA, osservate per valutare l’equilibrio tra domanda e offerta energetica.

La giornata è particolarmente intensa di appuntamenti con le banche centrali. In Europa, la Riksbank svedese annuncia alle 9:00 la decisione sui tassi insieme al rapporto di politica monetaria. Prende inoltre il via il consiglio direttivo della Bce, che si concluderà domani. In agenda anche diversi interventi istituzionali, tra cui quelli dei supervisori di Bce, Eba, Bundesbank e BaFin, oltre agli interventi dei consiglieri Machado e Buch. Alle 13:30 è prevista la pubblicazione della relazione annuale sulle attività di vigilanza della Bce.

Negli Stati Uniti, riflettori puntati sulla Fed, che alle 19:00 comunicherà la decisione sui tassi, seguita alle 19:30 dalla conferenza stampa del presidente Jerome Powell, appuntamento chiave per le indicazioni sulla traiettoria della politica monetaria.

Anche la Bank of Canada annuncia la propria decisione sui tassi alle 14:45, mentre prosegue la riunione della Bank of Japan, con il verdetto atteso domani mattina.

ULTIME NEWS SUI TITOLI

Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:

A2A, ERG. L’amministratore delegato Renato Mazzoncini ha chiarito che non esistono trattative in corso per una possibile integrazione tra la multiutility lombarda ed Erg, sottolineando che i soci pubblici, rappresentati dai comuni azionisti, non intendono ridurre la propria quota sotto il 51% del capitale, posizione che esclude al momento operazioni di questo tipo.

AMPLIFON. L’agenzia di rating S&P ha mantenuto il giudizio a BB+ con outlook stabile, a seguito dell’intesa raggiunta per l’acquisizione di Gn Hearing, confermando la valutazione sul merito creditizio della società.

ACEA. È in corso un collocamento accelerato su 8,5 milioni di azioni, pari al 3,9% del capitale, promosso dal socio francese Suez, che con l’operazione ridurrebbe la propria partecipazione da poco oltre il 23% a circa il 19% della utility romana.

RAI WAY. L’amministratore delegato della Rai Gianpaolo Rossi, azionista di controllo con il 65% del capitale, ha indicato che un’eventuale estensione delle trattative per un’integrazione con EI Towers sarà comunicata in coincidenza con la scadenza del memorandum d’intesa attuale, fissata per la fine di marzo.

POSTE ITALIANE. Il consiglio di amministrazione ha approvato un piano di riorganizzazione che prevede la creazione di un nuovo polo finanziario all’interno del perimetro BancoPosta, con l’obiettivo di integrare le attività legate ai pagamenti e ai servizi finanziari.

BREMBO. Il consiglio di amministrazione si riunisce per esaminare i risultati di bilancio, dopo la diffusione dei dati preliminari lo scorso 29 gennaio, cui seguirà una conference call prevista alle 14:30 per la presentazione al mercato.

INDUSTRIE DE NORA. È prevista una conference call dedicata alla presentazione del bilancio e all’aggiornamento delle prospettive di medio termine della società.

A livello internazionale sono da monitorare:

NVIDIA. L’amministratore delegato Jensen Huang ha annunciato l’avvio della produzione degli acceleratori H200 per l’intelligenza artificiale destinati ai clienti in Cina, rafforzando la presenza industriale del gruppo nel mercato asiatico.

BHP. Il gruppo minerario ha designato Brandon Craig come nuovo amministratore delegato, in una fase caratterizzata dal rallentamento dell’economia cinese e da una crescente focalizzazione strategica sul rame.

ALIBABA. Il colosso tecnologico ha deciso di ritoccare al rialzo i prezzi dei servizi di calcolo e archiviazione legati all’intelligenza artificiale, con incrementi fino al 34%, per effetto della domanda sostenuta e dei costi infrastrutturali in crescita.

OPENCLAW. Le azioni cinesi collegate a OpenClaw registrano un forte rialzo, sostenute dalle dichiarazioni positive del management di Nvidia sulle prospettive degli agenti di intelligenza artificiale.

QUALCOMM. Il gruppo ha annunciato un nuovo programma di buyback da 20 miliardi di dollari e un incremento del dividendo trimestrale, rafforzando la politica di remunerazione degli azionisti.

BOEING. La società ha indicato che diversi fattori negativi peseranno sui risultati del primo trimestre, tra cui consegne inferiori alle attese per i velivoli widebody, difetti nei cablaggi del 737 Max e i costi legati al rilancio di un fornitore strategico.

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