Start&Stock: super settimana con le riunioni di Fed, Bce, BoE e BoJ mentre cresce la tensione tra Usa e Iran

Start&Stock: super settimana con le riunioni di Fed, Bce, BoE e BoJ mentre cresce la tensione tra Usa e Iran

I listini europei e di Wall Street dovrebbero iniziare in rialzo una settimana cruciale tra tensioni geopolitiche e decisioni delle banche centrali. Fed, Bce, BoE e BoJ si riuniscono mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran alimenta volatilità energetica e timori inflazionistici. Il petrolio resta sopra i 100 dollari dopo il balzo delle ultime settimane, con lo Stretto di Hormuz al centro delle preoccupazioni. L’oro oscilla intorno ai 5.000 dollari l’oncia e mantiene un rialzo di circa il 16% da inizio anno. In Asia dati cinesi sopra le attese segnalano una crescita ancora solida.

STATI UNITI, EUROPA E ASIA

L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio positivo con il future che segna un rialzo dello 0,5%. Sulla stessa scia i futures sull’S&P 500 (+0,6%) e quelli sul Nasdaq 100 (+0,6%), segnalando un possibile recupero dopo la seduta di venerdì che aveva portato Wall Street sui minimi da novembre.

La settimana si apre con una “super week” per le banche centrali globali. Federal Reserve, Banca centrale europea, Bank of Japan e Bank of England si riuniscono tutte questa settimana, evento che non si verificava dal dicembre 2021. Le quattro istituzioni affrontano un contesto estremamente complesso, segnato da tensioni geopolitiche, forte volatilità dei prezzi energetici e dinamiche inflazionistiche ancora instabili.

Il principale fattore di attenzione per i mercati resta il conflitto in Medio Oriente, con turbolenze che non mostrano segnali di attenuazione. Venerdì sera, dopo la chiusura di Wall Street, gli Stati Uniti hanno effettuato bombardamenti sull’isola iraniana di Kharg. Il sito ha un valore strategico per il mercato energetico globale perché circa il 90% delle esportazioni di petrolio dell’Iran viene spedito da quell’infrastruttura. Il presidente Donald Trump ha dichiarato di aver scelto di non colpire le infrastrutture petrolifere, avvertendo però che potrebbe riconsiderare la decisione se Teheran dovesse interferire con il traffico navale nello Stretto di Hormuz. Il timore di un’ulteriore escalation resta quindi elevato e, con il passare dei giorni, gli investitori stanno incorporando nei prezzi lo scenario di un conflitto più prolungato.

Non emergono segnali di apertura verso negoziati tra le parti. Trump ha dichiarato in un’intervista a NBC che “l’Iran vuole fare un accordo, ma non voglio accettarlo perché i termini non sono ancora abbastanza buoni”. Dal lato iraniano, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato che “non vediamo alcuna ragione per parlare con gli americani”. Il tono delle dichiarazioni alimenta il timore di un conflitto prolungato e di prezzi energetici elevati per un periodo esteso.

Il nodo centrale per i mercati resta la situazione nello Stretto di Hormuz e la tempistica di una possibile riapertura del traffico marittimo. Il Wall Street Journal ha riferito che l’amministrazione Trump potrebbe annunciare già questa settimana un piano per una coalizione internazionale incaricata di scortare le navi nello stretto. Restano ancora da definire i dettagli operativi, inclusa la possibilità che l’iniziativa venga avviata prima o dopo la fine delle ostilità.

I mercati azionari asiatici mostrano questa mattina andamenti contrastanti. In calo il Nikkei (-0,5%), lo Shanghai Composite (-0,3%), il CSI 300 (-0,3%) e l’S&P/ASX 200 (-0,4%). In controtendenza la Corea del Sud, con il Kospi in rialzo dello 0,7%, mentre a Hong Kong l’Hang Seng guadagna l’1,3%.

Arrivano segnali positivi dalla Cina. I dati diffusi nella notte mostrano un’attività economica superiore alle attese a febbraio. La produzione industriale cresce del 6,3% su base annua nei primi due mesi dell’anno, sopra il 5,3% previsto, mentre le vendite al dettaglio aumentano del 2,8%, oltre il 2,5% stimato dagli analisti. Gli effetti del conflitto sul ciclo economico cinese restano però difficili da valutare nell’immediato, dato che gli attacchi contro l’Iran sono iniziati il 28 febbraio. Un quadro più chiaro potrà emergere con la pubblicazione dei dati di marzo e aprile.

BANCHE CENTRALI

Nei prossimi giorni si riuniranno sette tra i principali istituti monetari globali, tra cui Fed, Bce, BoJ e BoE. L’impennata dei prezzi energetici legata al conflitto rappresenta una sfida complessa per le banche centrali, ancora segnate dall’ondata inflazionistica del 2022. L’aumento del costo dell’energia rischia infatti di alimentare nuove pressioni sui prezzi mentre, allo stesso tempo, pesa sulle prospettive di crescita economica. In questo quadro dominato da forti incertezze, diversi analisti indicano come linea guida comune un approccio prudente e attendista, sintetizzato nella strategia del “wait-and-see”.

Federal Reserve. Il Fomc, in calendario mercoledì, dovrebbe lasciare i tassi invariati nell’intervallo tra il 3,5% e il 3,75%, secondo il consenso degli analisti. L’attenzione dei mercati si concentrerà soprattutto sulle nuove proiezioni economiche, che offriranno le prime valutazioni dei policymaker sull’impatto della guerra su inflazione, occupazione, crescita e traiettoria dei tassi. Interpretare i segnali appare però particolarmente complesso nell’attuale contesto. Il conflitto con l’Iran domina lo scenario, mentre restano aperti interrogativi rilevanti anche sulla politica commerciale e fiscale.

I dati macro più recenti indicano un rallentamento più marcato del previsto della crescita statunitense nel quarto trimestre, mentre la spesa dei consumatori a gennaio è risultata leggermente superiore alle attese. Il mercato del lavoro continua però a mostrare segnali di indebolimento. In questo scenario i mercati hanno rivisto drasticamente le aspettative di politica monetaria: ora viene prezzato un solo taglio dei tassi nel 2026 e non prima di settembre, contro i due tagli attesi prima dell’inizio delle ostilità. Questo ridimensiona anche il margine per un allentamento monetario che il governatore Kevin Warsh potrebbe spingere all’interno del comitato, soprattutto se lo shock sui prezzi del petrolio dovesse protrarsi.

Un giudice federale ha bloccato venerdì le accuse mosse contro il presidente della Fed Jerome Powell da una procuratrice nominata dal presidente Donald Trump. Il tribunale ha accolto la posizione di Powell secondo cui l’indagine rappresenterebbe un tentativo improprio di intimidire la banca centrale per spingerla ad abbassare i tassi. Il Dipartimento di Giustizia ha annunciato ricorso.

Banca centrale europea. Anche la Bce, in agenda giovedì, dovrebbe mantenere invariati i tassi di interesse. Il contesto però è cambiato rapidamente. Fino a poche settimane fa i policymaker ritenevano di trovarsi “in buona posizione”, una valutazione che ora appare più difficile da sostenere. Il rischio di una nuova accelerazione dell’inflazione legata all’energia ha provocato un rapido riposizionamento delle aspettative di mercato sulla politica monetaria di Francoforte. Se fino alla fine di febbraio gli investitori prevedevano tassi stabili per tutto il 2026, senza escludere completamente un taglio, ora il mercato sconta pienamente un rialzo dei tassi entro luglio e assegna una probabilità del 55% a un ulteriore aumento entro dicembre.

Bank of England. Anche la BoE annuncerà le proprie decisioni giovedì. Solo due settimane fa una parte degli economisti non escludeva un taglio dei tassi già in questa riunione. Il rapido deterioramento del contesto energetico e geopolitico ha cambiato lo scenario e ora l’ipotesi prevalente è che l’istituto mantenga i tassi invariati, in attesa di maggiore chiarezza sull’evoluzione della crisi. Un recente sondaggio Reuters indica comunque un tasso di riferimento al 3,25% entro fine anno, rispetto all’attuale 3,75%.

Bank of Japan. La banca centrale giapponese, anch’essa in programma giovedì, resta insieme a quella australiana l’unico istituto del G10 già impegnato in una fase di rialzo dei tassi. Le aspettative sul prossimo intervento si sono però fatte più incerte. Secondo diversi analisti, un prolungato aumento dei prezzi dell’energia potrebbe colpire l’economia giapponese con un doppio effetto negativo, combinando crescita debole e inflazione elevata in un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.

SPREAD ED EMISSIONI

Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,79%, sui massimi da aprile, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 82 punti base, il livello più elevato dallo scorso ottobre.

Il giudizio sul debito sovrano italiano resta invariato a “BBB+” con outlook stabile, secondo la valutazione di venerdì sera dell’agenzia di rating Fitch. Una decisione che mantiene il Paese nell’area investment grade senza modifiche al quadro di prospettiva.

Sul mercato primario europeo l’attività di emissione appare in rallentamento. Secondo le stime di Ifr, l’offerta prevista dal calendario dovrebbe scendere a circa 22 miliardi di euro questa settimana, dopo i circa 30 miliardi collocati nella precedente. L’elevata volatilità che caratterizza il mercato rende inoltre poco probabile l’emergere di operazioni sindacate nel breve periodo.

La Francia si prepara oggi a offrire diversi BTF con varie scadenze: tra 2,7 e 3,1 miliardi con scadenza 24 giugno 2026, tra 100 e 500 milioni con scadenza 9 settembre 2026, tra 1,5 e 1,9 miliardi con scadenza 23 settembre 2026 e tra 1,8 e 2,2 miliardi con scadenza 24 febbraio 2027. La Germania annuncia invece un’offerta di 2 miliardi di euro di Bubill con scadenza 16 settembre 2026 e 3 miliardi di Bubill con scadenza 17 marzo 2027.

PETROLIO

Il petrolio sale in una seduta estremamente volatile dopo che l’Iran ha dichiarato che i flussi di greggio dal principale hub di esportazione del Paese continuano regolarmente nonostante l’attacco statunitense contro installazioni militari, mentre il presidente Donald Trump aumenta la pressione sui Paesi alleati affinché contribuiscano alla riapertura dello Stretto di Hormuz, arteria strategica per il commercio energetico globale. Il Brent scambia intorno ai 105 dollari al barile, oscillando tra rialzi e ribassi nel corso della giornata, mentre il West Texas Intermediate si mantiene vicino ai 99 dollari. Le quotazioni restano sostenute da un forte rally: i futures sono saliti di oltre il 40% nelle ultime due settimane. L’escalation militare prosegue con la risposta dell’Iran, che ha lanciato attacchi contro Israele e alcuni Stati arabi dopo che gli Stati Uniti hanno colpito siti militari sull’isola di Kharg, infrastruttura che gestisce la maggior parte delle spedizioni petrolifere iraniane.

L’agenzia iraniana Fars News Agency ha riferito che le esportazioni dall’isola proseguono senza interruzioni, mentre l’esercito iraniano ha indicato che alcune aree specifiche a Doha e Dubai, dove sono presenti forze statunitensi, potrebbero essere prese di mira. La stessa agenzia ha riportato queste dichiarazioni nelle prime ore di lunedì. A Dubai, l’aeroporto internazionale ha sospeso temporaneamente i voli dopo un incidente con un drone che ha provocato un incendio.

A bordo dell’Air Force One, Trump ha dichiarato ai giornalisti di pretendere che altri Paesi partecipino alla difesa dello Stretto di Hormuz, corridoio marittimo fondamentale che collega il Golfo Persico ai mercati internazionali.

Il bombardamento dell’isola di Kharg amplia ulteriormente il raggio del conflitto. La scorsa settimana l’International Energy Agency ha stimato che la crisi ha già provocato la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale. Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz rimane quasi paralizzato dall’inizio dei combattimenti.

Secondo Haris Khurshid di Karobaar Capital, gran parte del premio geopolitico era già incorporato nei prezzi nella settimana precedente. “Gli operatori sembrano attendere segnali più chiari di una reale perdita di offerta prima di spingere i prezzi molto più in alto”, ha spiegato. Dopo l’attacco a Kharg, ha aggiunto, “il mercato sembra valutare una possibile interruzione della produzione piuttosto che uno shock totale dell’offerta”.

In un’intervista al Financial Times, Trump ha affermato che potrebbe rinviare il summit programmato con il presidente cinese Xi Jinping se Pechino non contribuirà a sbloccare il passaggio marittimo. Nella stessa intervista ha avvertito che la NATO rischierebbe un futuro “molto negativo” se gli Stati membri non fornissero supporto nelle operazioni legate allo Stretto di Hormuz.

Alla domanda sull’esistenza di negoziati tra Washington e Teheran, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno parlando con l’Iran ma che non è chiaro se la leadership iraniana sia “pronta”. Il presidente ha aggiunto che i prezzi del petrolio “crolleranno rapidamente” una volta terminata la guerra. Nel fine settimana il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che la Repubblica Islamica non ha richiesto negoziati né un cessate il fuoco.

Il conflitto prolungato sta pesando sui consumatori di energia. Il maggiore raffinatore cinese ha ridotto i tassi di lavorazione negli impianti, anche se funzionari di Pechino sostengono che la solida disponibilità energetica del Paese può attenuare gli shock esterni nonostante la forte volatilità dei prezzi del petrolio.

Negli Emirati Arabi Uniti, le operazioni di carico nel nodo strategico di Fujairah sono state interrotte dopo un attacco con drone avvenuto sabato, bloccando temporaneamente le spedizioni dall’unica via di esportazione del Paese mentre lo stretto rimane chiuso. Le attività sono riprese domenica.

Un ulteriore segnale della pressione sulla disponibilità globale di greggio arriva dall’International Energy Agency, che domenica ha annunciato che petrolio proveniente da una liberazione senza precedenti delle riserve strategiche sarà reso immediatamente disponibile in Asia. L’agenzia ha diffuso il comunicato dopo aver ricevuto i piani di attuazione per il rilascio record di 400 milioni di barili annunciato la settimana precedente.

Il Giappone ha avviato il rilascio oggi, mentre gli Stati Uniti si preparano a distribuire la prima tranche del proprio impegno da 172 milioni di barili nel corso della settimana. Washington ha chiarito che l’operazione viene strutturata come uno scambio, di fatto un prestito che le aziende dovranno restituire in futuro con interessi.

ORO

L’oro si muove in modo incerto e volatile mentre il conflitto in Medio Oriente entra nella terza settimana, con gli investitori che valutano l’indebolimento del dollaro e le persistenti minacce alle forniture globali di petrolio. Il lingotto oscilla attorno ai 5.000 dollari l’oncia, con una discesa fino all’1% nelle prime ore di lunedì seguita da un recupero che riporta i prezzi leggermente in rialzo. Il metallo prezioso cerca stabilità dopo due settimane consecutive di calo, sotto pressione per l’aumento del petrolio e per le preoccupazioni inflazionistiche legate alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il greggio resta volatile mentre un indice del dollaro arretra fino allo 0,3%, un movimento che offre un parziale sostegno alle materie prime denominate nella valuta statunitense. Nonostante la recente debolezza, l’oro mantiene un progresso di circa il 16% dall’inizio dell’anno.

L’incertezza sulla durata del conflitto rende difficile stimare gli effetti sui mercati e sull’economia globale. Un collaboratore del presidente statunitense Donald Trump ha indicato che la guerra potrebbe durare tra quattro e sei settimane, mentre le dichiarazioni delle parti coinvolte restano contrastanti. Trump ha affermato che l’Iran vuole raggiungere un accordo, ma che Washington punta a condizioni più favorevoli. Teheran ha invece ribadito di non aver chiesto negoziati né un cessate il fuoco.

Nel fine settimana gli Stati Uniti hanno colpito il principale hub di esportazione petrolifera iraniano, mentre Teheran ha proseguito gli attacchi contro infrastrutture energetiche in diversi Paesi del Golfo Persico. Il traffico marittimo resta quasi completamente fermo nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso il quale transita normalmente circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.

Con il protrarsi della guerra si riducono le prospettive di un taglio dei tassi d’interesse. I dati più recenti sulla spesa dei consumatori negli Stati Uniti, pubblicati venerdì, mostrano che i consumi sono cresciuti solo marginalmente a gennaio a causa di una crescita economica inferiore alle attese, già prima dell’inizio del conflitto. Allo stesso tempo la fiducia dei consumatori statunitensi è scesa ai minimi degli ultimi tre mesi, con timori crescenti sull’impatto del conflitto sui prezzi della benzina.

I trader vedono quasi nessuna probabilità di un taglio dei tassi nella riunione della Fed prevista questa settimana. Tassi di interesse più elevati tendono a pesare sui metalli preziosi, che non generano rendimenti.

Secondo Manav Modi, analista di Motilal Oswal Financial Services, l’oro ha “preso una pausa” dall’inizio del conflitto, poiché i timori di inflazione persistente e tassi più elevati più a lungo hanno superato la domanda tipica di bene rifugio.

Nonostante il rallentamento della spinta rialzista, il metallo prezioso resta in forte progresso dall’inizio dell’anno con un guadagno intorno al 16%. Le preoccupazioni legate alla stagflazione, combinazione di crescita economica debole e inflazione elevata, potrebbero spingere gli investitori verso l’oro come riserva di valore nel lungo periodo.

Il metallo prezioso potrebbe trovare ulteriore sostegno nel tempo se la guerra eroderà la fiducia degli avversari e di un numero crescente di alleati nei confronti degli Stati Uniti, ha affermato Kyle Rodda, analista di Capital.com, anche se gli effetti positivi potrebbero ridursi nel caso in cui le banche centrali decidano forti rialzi dei tassi per contenere l’inflazione.

DATI MACRO IN ARRIVO

In Italia l’attenzione è rivolta alla pubblicazione da parte della Banca d’Italia del supplemento al bollettino statistico “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” relativo al mese di gennaio, documento che offre un aggiornamento sull’andamento dei conti pubblici e sulle dinamiche del debito statale.

La giornata è caratterizzata anche da una serie di indicatori chiave negli Stati Uniti. Alle 13:30 italiane è atteso l’indice Empire State manifatturiero della Fed di New York per il mese di marzo, con una previsione di 3,25.

Alle 14:15 verranno diffusi diversi dati sulla produzione industriale di febbraio. Gli analisti stimano una crescita dello 0,1% su base mensile per la produzione industriale, mentre il tasso di utilizzo della capacità produttiva è previsto al 76,2%. Nello stesso orario sarà pubblicato anche il dato sulla produzione manifatturiera, anch’esso atteso in aumento dello 0,1% su base mensile.

Alle 15:00 è infine prevista la pubblicazione dell’indice dei leading indicator relativo a gennaio, indicatore anticipatore utilizzato per valutare l’evoluzione futura del ciclo economico statunitense.

ULTIME NEWS SUI TITOLI

Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:

PIRELLI. Il consiglio di amministrazione della società ha deciso di posticipare al 16 aprile la riunione destinata ad approvare il bilancio 2026, rispetto alla data inizialmente fissata per il 26 marzo. Il rinvio è legato ai tempi del procedimento di Golden Power avviato dopo la decisione di non rinnovare l’accordo tra Camfin e il gruppo cinese Sinochem, patto che regolava gli equilibri tra i principali azionisti della società. Secondo fonti vicine al dossier, nella giornata odierna sono previste audizioni presso l’ufficio Golden Power della Presidenza del Consiglio, nell’ambito dell’istruttoria che dovrà valutare gli effetti del mancato rinnovo dell’accordo sulla governance del gruppo.

ENI. L’intesa annunciata dalla vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez permette alla compagnia energetica italiana di proseguire la fornitura di gas naturale al paese sudamericano anche nel 2026 attraverso la società statale Pdvsa. L’accordo garantisce condizioni economicamente sostenibili per l’operazione e apre inoltre alla possibilità di rafforzare e ampliare le consegne nel lungo periodo, consolidando la cooperazione energetica tra le parti.

BANCA SISTEMA. L’offerta pubblica di acquisto e scambio promossa da Banca CF+ si è conclusa con adesioni pari all’80,75% delle azioni oggetto dell’operazione. A seguito dell’esito dell’offerta, l’amministratore delegato e direttore generale Gianluca Garbi ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato. Gli altri componenti del consiglio di amministrazione lasceranno invece l’incarico il 23 aprile, data fissata per l’assemblea degli azionisti.

FERRETTI. Ha preso il via l’offerta pubblica di acquisto parziale promossa da Kkcg sul gruppo attivo nella nautica di lusso. L’operazione resterà aperta fino al 13 aprile.

NEWPRINCES. Il consiglio di amministrazione si riunisce per l’approvazione del bilancio, cui seguirà una conference call con il mercato per illustrare i risultati e le prospettive della società.

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