Start&Stock: tregua a rischio tra Stati Uniti e Iran, dubbi sul piano in 15 punti di Trump

Start&Stock: tregua a rischio tra Stati Uniti e Iran, dubbi sul piano in 15 punti di Trump

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran tornano a pesare sul sentiment, con i negoziati incerti e il rischio di escalation che resta elevato mentre si avvicina la scadenza dell’ultimatum di Trump. Il petrolio risale sopra i 100 dollari, sostenuto dalla crisi nello Stretto di Hormuz, mentre le aspettative sui tassi restano volatili. In Asia prevalgono le vendite e il Giappone valuta interventi sullo yen. L’oro torna a indebolirsi dopo il recente rimbalzo, mentre crescono i timori su inflazione, crescita e stabilità dei mercati.

STATI UNITI ED EUROPA

Lo Stoxx Europe 600 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio negativo con il future che segna un ribasso dello 0,7%. Deboli anche futures sull’S&P 500 (-0,4%) e quelli sul Nasdaq 100 (-0,5%).

Emerge un deterioramento del quadro geopolitico e crescenti incertezze su una possibile intesa tra Stati Uniti e Iran. Teheran continua a respingere le aperture americane, alimentando dubbi sulla possibilità di una soluzione negoziale nel breve periodo. L’attenzione dei mercati si concentra ora sulla scadenza dell’ultimatum di cinque giorni annunciato da Donald Trump, che aveva sospeso gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane: il termine si avvicina rapidamente e il rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione riporta in primo piano il rischio di una nuova escalation.

La dinamica dei prezzi energetici continua a essere guidata dalle dichiarazioni delle parti coinvolte. Sul fronte americano emergono segnali di apertura, con indiscrezioni su un piano in 15 punti che includerebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz e lo smantellamento del programma nucleare iraniano. La Casa Bianca parla di “colloqui produttivi”, mentre secondo alcune fonti il vicepresidente JD Vance potrebbe recarsi in Pakistan per facilitare il dialogo. Il quadro appare molto diverso dal lato iraniano, dove le autorità respingono l’ipotesi di negoziati e ribadiscono condizioni stringenti, tra cui garanzie di sicurezza e il riconoscimento del controllo iraniano sullo stretto. Le richieste includono anche il coinvolgimento del Libano in un eventuale cessate il fuoco, con implicazioni sul conflitto tra Israele e Hezbollah.

Ieri il calo del petrolio aveva favorito un clima più costruttivo sui mercati, riducendo i timori inflazionistici e spingendo gli investitori a rivedere al ribasso le aspettative sui tassi. Per la Fed, il mercato prezzava appena 4 punti base di rialzi complessivi nel 2026, mentre per la Bce la probabilità di un intervento già ad aprile è scesa dal 86% al 62%. A sostenere questo movimento hanno contribuito le parole della presidente Christine Lagarde, che ha indicato la necessità di maggiore chiarezza sull’entità e la durata dello shock prima di intervenire, pur ribadendo la disponibilità ad agire in qualsiasi riunione.

Il clima più disteso ha sostenuto anche i mercati azionari nella seduta di ieri: l’S&P 500 è salito dello 0,5%, avviandosi verso il primo rialzo settimanale dall’inizio del conflitto, con un progresso dell’1,3% nei primi tre giorni della settimana. In Europa il movimento è stato ancora più marcato, con lo Stoxx 600 in rialzo dell’1,4%, terza seduta positiva consecutiva e massimo da una settimana.

ASIA

In Asia prevalgono le vendite, con il Nikkei in calo dello 0,5%, l’Hang Seng dell’1,4%, il CSI 300 dello 0,6%, lo Shanghai Composite dello 0,7% e il Kospi del 2,7%. Anche il mercato obbligazionario giapponese mostra tensioni, con il rendimento a due anni in aumento all’1,32%, massimo dal 1996.

Il Giappone valuta nuove misure per contenere la debolezza dello yen, con l’ipotesi di un intervento diretto anche sui futures del petrolio, secondo quanto riferito da alcune fonti. L’idea riflette la crescente difficoltà delle autorità nel gestire le pressioni sul cambio attraverso gli strumenti tradizionali, che stanno mostrando una efficacia sempre più limitata in un contesto caratterizzato da inflazione persistente.

Il rialzo dei prezzi energetici viene individuato come uno dei principali fattori alla base della svalutazione della valuta giapponese nei confronti del dollaro. I picchi del petrolio stanno infatti amplificando il costo delle importazioni, contribuendo a indebolire lo yen in modo strutturale. In questo scenario, né l’allentamento monetario né gli interventi verbali delle autorità sembrano in grado di invertire la tendenza, spingendo Tokyo a valutare strategie più incisive e non convenzionali per stabilizzare il cambio.

SPREAD ED EMISSIONI

Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,83%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 86 punti base, in un contesto che riflette il recupero visto nella seduta precedente.

I rendimenti sul secondario hanno infatti registrato una discesa più marcata rispetto agli omologhi tedeschi, sostenuti da un crescente ottimismo sui colloqui per una tregua in Medio Oriente, elemento che ha contribuito ad alleggerire la pressione sui governativi dell’area euro.

Il Tesoro conferma che nel secondo trimestre verranno collocati nuovi Btp a tre, cinque, sette e dieci anni, come indicato nel programma trimestrale.

Attenzione anche all’asta odierna del Bot semestrale per 7,5 miliardi di euro che si inserisce in un contesto di rendimenti attesi in marcato rialzo. Sul mercato grigio, in chiusura di ieri, il rendimento si posizionava intorno al 2,4%, in aumento rispetto al 2,038% di fine febbraio, livello che aveva segnato il minimo da novembre, segnalando un cambio di tono nelle aspettative degli operatori sul breve termine.

PETROLIO

Il petrolio torna a salire mentre Stati Uniti e Iran rilasciano segnali contrastanti sui negoziati per porre fine al conflitto che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ridotto drasticamente la produzione e alimentato timori di una crisi energetica globale. Il Brent si riporta sopra i 104 dollari al barile, dopo aver perso oltre il 2% ieri, mentre il West Texas Intermediate si attesta in area 92 dollari, in un contesto dominato da forte volatilità e sensibilità alle dichiarazioni politiche. Da Washington arrivano conferme sull’esistenza di colloqui in corso, mentre Teheran respinge le aperture americane e pone le proprie condizioni, tra cui il controllo sovrano dello stretto.

In Iran il Parlamento sta lavorando a una proposta di legge per introdurre una tariffa di sicurezza sulle navi in transito nello stretto, secondo quanto riportato dall’agenzia Fars, con un piano che dovrebbe essere finalizzato già la prossima settimana. Il Brent si avvia intanto a registrare il maggior rialzo mensile dal 1990, con il conflitto che investe il cuore energetico del Medio Oriente e genera ripercussioni sull’intera economia globale, colpendo in modo particolare l’Asia. La quasi totale chiusura di Hormuz ha sottratto al mercato milioni di barili al giorno, mentre i prezzi dei prodotti raffinati, dal diesel al carburante per aerei, accelerano con maggiore intensità.

Il quadro resta complesso anche su altri fronti geopolitici, con gli operatori che monitorano il conflitto tra Russia e Ucraina e i rischi per i flussi energetici. Nel Mar Nero, un drone ha preso di mira una petroliera turca carica di greggio Urals nei pressi di Istanbul, secondo quanto riportato dall’emittente NTV. Il presidente di BlackRock, Rob Kapito, avverte che il mercato potrebbe sottovalutare i rischi legati alla crisi iraniana, indicando la possibilità che il petrolio possa salire fino a 150 dollari al barile anche in caso di cessazione immediata delle ostilità, a causa dei tempi necessari per il ripristino delle catene di approvvigionamento.

Le dichiarazioni politiche restano un fattore chiave. Donald Trump ribadisce che gli Stati Uniti sono in contatto con Teheran, sostenendo che l’Iran sarebbe pronto a un accordo ma esitante nel dichiararlo apertamente, mentre indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal indicano l’intenzione della Casa Bianca di chiudere il conflitto nelle prossime settimane. In parallelo, l’amministrazione alterna aperture diplomatiche a minacce militari, con la portavoce Karoline Leavitt che sottolinea la disponibilità del presidente ad azioni drastiche. Gli analisti evidenziano che, nonostante la ricerca di una via d’uscita, né l’Iran né Israele mostrano segnali concreti di una soluzione rapida.

La forza militare statunitense continua a rafforzarsi. Il Pentagono ha ordinato l’invio di due unità della Marine Expeditionary Unit, per un totale di circa 5.000 uomini con supporto aereo e mezzi anfibi, mentre ulteriori oltre 1.000 soldati della 82ª Divisione aviotrasportata sono stati dispiegati nella regione. Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, dove il traffico è ridotto al minimo e le navi che richiedono il passaggio sotto protezione iraniana devono fornire dettagli su equipaggi, carichi e rotte per ottenere l’autorizzazione delle Guardie Rivoluzionarie.

Secondo diversi osservatori, il controllo dello stretto rappresenta il punto di equilibrio del confronto. L’Iran mantiene il controllo operativo del passaggio, mentre gli Stati Uniti puntano a garantirne la riapertura, con una strategia che combina pressione e negoziato. Le tensioni hanno effetti diretti sull’economia globale. Il numero uno della compagnia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti ha definito l’utilizzo dello stretto come arma una forma di “terrorismo economico” globale, sottolineando l’impatto su famiglie e imprese.

Le conseguenze si estendono rapidamente su scala internazionale. In Asia i governi preparano scenari di emergenza, con la Thailandia che aumenta i prezzi della benzina fino al 22%, le Filippine che sospendono il mercato elettrico all’ingrosso e il settore agricolo in India e Cina che affronta un forte aumento dei costi dei fertilizzanti. Negli Stati Uniti, dove i prezzi alla pompa sono in aumento, l’amministrazione valuta gli effetti di uno scenario estremo con il petrolio fino a 200 dollari al barile, segnale dell’attenzione sulle possibili ricadute economiche.

Washington ha anche annunciato la riprogrammazione del vertice tra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, previsto a Pechino il 14 e 15 maggio, appuntamento che arriva dopo un rinvio e che riaccende l’attenzione sulle relazioni tra le due principali economie mondiali in un contesto già segnato da forti tensioni globali.

ORO

L’oro torna a indebolirsi dopo un recupero limitato a due sedute, mentre le dichiarazioni contrastanti di Stati Uniti e Iran riducono la visibilità su una possibile soluzione del conflitto in Medio Oriente. Il metallo prezioso perde fino al 2% scendendo sotto i 4.420 dollari l’oncia, cancellando gran parte dei guadagni recenti. Da un lato la Casa Bianca ribadisce l’esistenza di negoziati in corso, dall’altro Teheran respinge le aperture americane e pone condizioni autonome, mentre il rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione alimenta i timori di una possibile escalation.

Dall’inizio della guerra, ormai prossima al mese, il lingotto ha registrato una flessione superiore al 15%, muovendosi in larga parte in linea con i mercati azionari e in relazione inversa rispetto al petrolio. Il forte rialzo dei prezzi energetici ha riacceso i rischi inflazionistici e spinto gli investitori a scommettere su banche centrali orientate a mantenere i tassi invariati o a procedere con ulteriori rialzi, un contesto che penalizza un asset privo di rendimento come l’oro.

Le prospettive di politica monetaria restano legate anche all’andamento dell’economia. Il rischio di un rallentamento negli Stati Uniti, legato a un conflitto prolungato, potrebbe attenuare la probabilità di un irrigidimento da parte della Fed. A Wall Street si osserva una revisione al ribasso delle stime di crescita, accompagnata da un aumento delle previsioni su inflazione e disoccupazione e da una probabilità più elevata di recessione.

Il contesto resta influenzato anche dalle dinamiche energetiche. Il petrolio torna a salire, mentre in Iran il Parlamento avvia l’esame di una proposta per introdurre tariffe sulle navi in transito nello Stretto di Hormuz, nodo cruciale per l’approvvigionamento globale e di fatto paralizzato dall’inizio del conflitto. Nello stesso scenario, i mercati azionari asiatici interrompono il recente rimbalzo, tornando in territorio negativo.

Si registra una significativa riduzione delle posizioni in oro. Dall’inizio della guerra sono stati riscattati circa 85 tonnellate di ETF legati al metallo prezioso, secondo calcoli di Bloomberg. Anche con prezzi intorno ai 4.500 dollari l’oncia, ulteriori 83 tonnellate restano in perdita, rendendole potenzialmente esposte a nuove liquidazioni, per un valore stimato in circa 12 miliardi di dollari. Gli analisti sottolineano che il posizionamento elevato accumulato nei mesi precedenti resta fragile nel breve periodo, esposto a ulteriori correzioni in un contesto ancora dominato dall’incertezza geopolitica e macroeconomica.

DATI MACRO E APPUNTAMENTI DI RILIEVO

Le principali economie dell’area euro si preparano a diffondere nuovi dati sulla fiducia, con attese orientate verso un peggioramento diffuso degli indicatori per effetto delle ricadute del conflitto in Medio Oriente.

In Italia, le stime di marzo indicano un arretramento sia per la fiducia dei consumatori attesa a 95,5 sia per quella delle imprese vista a 87,4, segnalando un clima più prudente tra famiglie e aziende. Un quadro simile è previsto anche in Francia, dove gli indici di marzo sono attesi rispettivamente a 101 per le imprese e 89 per i consumatori, mentre in Germania l’indicatore Gfk di aprile dovrebbe scendere a -27,0, confermando una fase di debolezza del sentiment.

Dalla Spagna è attesa la lettura finale del Pil del quarto trimestre, con stime pari a +0,8% su base trimestrale e +2,6% su base annua, dati che offriranno un’indicazione sulla tenuta dell’economia iberica. Negli Stati Uniti, l’attenzione si concentra sulle nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, attese a 210.000, parametro chiave per valutare la resilienza del mercato del lavoro.

In mattinata sono inoltre attese le nuove proiezioni dell’Ocse su crescita e inflazione attraverso l’Economic Outlook, da confrontare con le stime di dicembre che indicavano per l’Italia un Pil a +0,6% nel 2026 e +0,7% nel 2027. A queste si aggiungono le più recenti indicazioni di S&P Global, che vedono una crescita italiana pari a +0,4% quest’anno e +0,8% il prossimo, delineando un quadro di espansione moderata.

L’agenda europea prevede la decisione sui tassi della banca centrale norvegese, accompagnata dalla pubblicazione del rapporto di politica monetaria, oltre a una serie di interventi di esponenti della Bce, tra cui Montagner, il vicepresidente de Guindos, il governatore Müller e Machado, in un contesto in cui i mercati restano attenti alle indicazioni sul percorso dei tassi e sulle prospettive economiche dell’area euro.

ULTIME NEWS SUI TITOLI

Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:

MONTE DEI PASCHI DI SIENA. Il consiglio di amministrazione ha deciso di revocare le deleghe all’amministratore delegato Luigi Lovaglio e di sospenderlo anche dalle funzioni di direttore generale, dopo la sua scelta di candidarsi per un nuovo mandato senza il sostegno del board uscente.

UNICREDIT. Il proxy advisor Iss ha invitato gli azionisti a votare contro la relazione sulla remunerazione 2025, uno dei punti all’ordine del giorno dell’assemblea prevista per il 31 marzo.

FINCANTIERI. Il gruppo punta a rafforzare la crescita nel segmento sottomarino attraverso acquisizioni mirate. L’amministratore delegato Pierroberto Folgiero ha indicato che la strategia prevede operazioni di dimensioni contenute nei settori della propulsione, dell’elettronica, del software di comando e controllo e delle telecomunicazioni, anche al di fuori dell’ambito difesa. Il piano arriva dopo un 2025 chiuso con un utile netto di 117 milioni, quadruplicato rispetto all’anno precedente, e dopo un aumento di capitale da 500 milioni.

NEXI. Il consiglio di amministrazione ha nominato Bernardo Mingrone come nuovo amministratore delegato e direttore generale, al posto di Paolo Bertoluzzo.

KME GROUP. La società ha siglato un accordo vincolante da 300 milioni di euro con un’affiliata di Apollo Capital Management per riacquistare da Paragon la quota di maggioranza di Cunova GmbH, di cui detiene attualmente il 45%, e per rifinanziare un debito senior secured da 170 milioni del gruppo tedesco.

DANIELI. Nei risultati del primo semestre chiuso al 31 dicembre, il gruppo ha registrato un aumento dell’utile netto del 5% a fronte di un calo dei ricavi operativi del 16%.

TERNA. Il consiglio di amministrazione è chiamato ad approvare il bilancio, seguito da una conference call con il mercato.

A livello internazionale sono da monitorare:

JETBLUE AIRWAYS. La compagnia sta valutando la possibilità di vendersi a un concorrente, secondo indiscrezioni riportate da fonti vicine al dossier, in un contesto di crescente pressione competitiva nel settore del trasporto aereo.

META PLATFORMS. Il gruppo ha avviato un piano di riorganizzazione che prevede il taglio di diverse centinaia di posti di lavoro, con impatti su più divisioni tra cui vendite, risorse umane e la business unit hardware Reality Labs.

ARM HOLDINGS. La società cambia strategia e annuncia l’ingresso diretto nella produzione e vendita di chip, superando il modello basato esclusivamente sulle licenze tecnologiche, con ricavi potenziali stimati in circa 15 miliardi di dollari annui entro cinque anni.

MERCK. Il gruppo ha raggiunto un accordo per acquisire Terns Pharmaceuticals per 6,7 miliardi di dollari, operazione che rafforza il portafoglio nel settore oncologico con un trattamento promettente contro la leucemia, mentre si avvicina la scadenza dei brevetti del suo farmaco di punta.

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