STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio negativo con il future che segna un ribasso dell’1,2%. Deboli anche i futures sull’S&P 500 (-0,7%) e quelli sul Nasdaq 100 (-0,7%).
La guerra tra Stati Uniti e Iran raggiunge oggi gli 80 giorni di durata, senza che emergano segnali concreti di una soluzione capace di riaprire lo Stretto di Hormuz, ancora sostanzialmente bloccato. Il dato più significativo riguarda la durata della tregua: la fase di cessate il fuoco, arrivata a 41 giorni, ha ormai superato la fase iniziale delle operazioni militari dirette, durata 39 giorni. Un elemento che molti osservatori interpretano come il segnale della volontà americana di evitare una nuova escalation aperta, soprattutto per le pesanti conseguenze economiche e politiche che un ritorno al conflitto totale potrebbe avere in pieno anno elettorale negli Stati Uniti. Lo scenario resta quindi quello di uno stallo estremamente fragile.
La precarietà della tregua è emersa chiaramente nel fine settimana, quando un attacco con droni ha provocato un incendio a un generatore elettrico all’interno di un impianto nucleare negli Emirati Arabi Uniti. La tensione è stata ulteriormente alimentata dalle parole di Donald Trump, che su Truth Social ha lanciato un nuovo duro avvertimento a Teheran: “Per l’Iran il tempo sta scadendo, farebbero meglio a muoversi rapidamente o non resterà più nulla di loro”. Nelle stesse ore il presidente americano ha avuto un colloquio con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, contatto considerato cruciale per comprendere le prossime mosse del conflitto.
I mercati continuano a risentire della violenta correzione obbligazionaria registrata la scorsa settimana, che ha portato il rendimento del Treasury trentennale americano sui livelli più elevati dal 2007, il trentennale giapponese ai massimi storici, il Gilt britannico trentennale sui livelli del 1997 e il Bund tedesco trentennale ai massimi dal 2011.
Le tensioni sul mercato obbligazionario saranno uno dei temi centrali della riunione dei ministri finanziari del G7, al via oggi a Parigi. L’incontro era stato inizialmente pensato per affrontare temi come il deficit americano, il surplus commerciale cinese e la debolezza degli investimenti europei, ma l’evoluzione della crisi energetica e il forte rialzo dei rendimenti rischiano ora di dominare completamente il confronto.
Il summit tra Xi Jinping e Donald Trump tenutosi la scorsa settimana a Pechino viene intanto interpretato dai mercati come un “summit lite”, privo di risultati concreti sia sul piano economico sia geopolitico. Le due parti hanno insistito soprattutto sull’importanza della stabilità e del dialogo, evitando però qualsiasi accordo sostanziale. La Cina non ha offerto alcun sostegno concreto per la riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre Washington non ha modificato la propria posizione su Taiwan, semiconduttori, terre rare e intelligenza artificiale. Per gli investitori il vero messaggio del vertice è stato soprattutto ciò che non è accaduto: nessuna escalation, ma neppure alcun passo avanti reale.
Resta infine elevata la tensione politica nel Regno Unito. La prospettiva del ritorno in Parlamento del sindaco della Greater Manchester, Andy Burnham, continua a pesare sui mercati britannici dopo le dimissioni di un deputato laburista che apriranno la strada a un’elezione suppletiva il prossimo 18 giugno. Burnham viene considerato uno dei possibili candidati alla leadership laburista e le sue posizioni fiscali preoccupano gli investitori, soprattutto dopo le dichiarazioni dello scorso anno in cui affermava che il Regno Unito non dovrebbe essere “ostaggio dei mercati obbligazionari”. I mercati temono un forte aumento della spesa pubblica in caso di sua eventuale ascesa a Downing Street.
Burnham ha già ottenuto il via libera del comitato esecutivo del Partito Laburista per candidarsi, ma la vittoria non viene considerata scontata. Il collegio è marginale e il partito Reform UK di Nigel Farage ha ottenuto risultati particolarmente forti nelle recenti elezioni locali. Molto dipenderà anche dalla strategia del Partito Verde e dalla possibile frammentazione del voto progressista.
ASIA
Debolezza anche sui listini asiatici: il Nikkei perde il -0,8%, l’Hang Seng il -1,3%, il CSI 300 il -0,7% e lo Shanghai Composite il -0,2%. Fa eccezione soltanto il Kospi sudcoreano, in rialzo del +0,4%.
In Cina emergono nuovi segnali di rallentamento dell’economia, con la produzione industriale di aprile che registra la crescita più debole dal luglio 2023. Continua a mostrare forte fragilità anche la domanda interna: le vendite al dettaglio avanzano appena dello 0,2%, segnando l’incremento più contenuto dal dicembre 2022. I numeri confermano le difficoltà della ripresa cinese in un contesto ancora condizionato dalla debolezza dei consumi e dalle tensioni globali legate al commercio e all’energia.
In Giappone, i dati sul Pil del primo trimestre attesi domani potrebbero fornire le prime indicazioni concrete sull’impatto del rincaro energetico su un’economia fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio. Le autorità monetarie e i governi della regione osservano con attenzione l’evoluzione del quadro macroeconomico, mentre cresce il difficile equilibrio tra pressioni inflazionistiche sempre più elevate e rischi di rallentamento della crescita.
Nel corso della settimana arriveranno anche i dati sul commercio estero e soprattutto sull’inflazione giapponese, numeri che potrebbero rafforzare ulteriormente le aspettative di una nuova stretta monetaria da parte della Bank of Japan. Secondo l’ultimo sondaggio Reuters, circa due terzi degli economisti prevedono un rialzo dei tassi fino all’1% già il prossimo mese, seguito da ulteriori interventi previsti a ottobre e dicembre.
SPREAD E ASTE TITOLI DI STATO
Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,96%, sui livelli più elevati dalla fine di aprile, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 77 punti base. A dominare il sentiment resta soprattutto l’incertezza geopolitica, alimentata sia dal conflitto nel Golfo Persico sia dalle persistenti tensioni tra Stati Uniti e Cina. Il recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping non ha prodotto sviluppi concreti capaci di modificare nel breve periodo i numerosi dossier aperti tra le due superpotenze, lasciando i mercati in una situazione di forte cautela.
Le tensioni in Medio Oriente continuano intanto ad aggravarsi. Un impianto nucleare negli Emirati Arabi Uniti è stato colpito da un attacco, episodio che aumenta ulteriormente i timori di escalation nella regione. Parallelamente, la Casa Bianca è tornata a valutare possibili opzioni militari contro l’Iran.
Sul debito italiano è arrivata venerdì sera anche la decisione di S&P Global, che ha scelto di non intervenire sul rating sovrano della Repubblica italiana, confermando il giudizio “BBB+” con outlook positivo già assegnato nel mese di gennaio.
L’attenzione del mercato si concentra ora sul comparto delle emissioni sovrane europee. Secondo le stime di Ifr, l’offerta primaria dell’Eurozona dovrebbe ridursi leggermente questa settimana rispetto alla precedente, passando da poco più di 40 miliardi a circa 37 miliardi di euro complessivi, con una duration mediamente inferiore. Ad aprire il calendario sarà l’Unione Europea, che propone oggi riaperture su tre titoli con scadenza luglio 2029, febbraio 2037 e luglio 2051 per un importo massimo totale di 7 miliardi di euro.
La prospettiva di una nuova fase di forte volatilità sul comparto obbligazionario, alimentata soprattutto dal rialzo del petrolio, rischia di rendere più complicate le operazioni sindacate. Allo stesso tempo, il protrarsi della guerra contro l’Iran potrebbe spingere diversi emittenti sovrani ad anticipare i collocamenti nel tentativo di evitare condizioni di mercato potenzialmente peggiori nelle prossime settimane.
Secondo Ifr, la Spagna resta il candidato più probabile per il lancio di un nuovo titolo decennale. Sul mercato potrebbero inoltre arrivare anche una nuova emissione a dieci anni della Francia, un ventennale del Portogallo e un quindicennale della Grecia.
Anche il Tesoro italiano viene considerato tra i possibili protagonisti delle prossime settimane. Le ipotesi più accreditate riguardano il collocamento di un nuovo Btp trentennale oppure, con maggiore probabilità, il lancio di un nuovo titolo indicizzato all’inflazione destinato agli investitori retail. Dopo le operazioni sindacate concluse a metà aprile, con il collocamento di 10 miliardi di euro del Btp luglio 2036 e di 3,5 miliardi del Btpei febbraio 2046, il Tesoro potrebbe però decidere di attendere ancora prima di tornare sul mercato, lasciando agli investitori più tempo per assorbire la carta già emessa.
PETROLIO
Il petrolio estende i rialzi per la terza seduta consecutiva mentre Donald Trump torna ad aumentare la pressione sull’Iran nel tentativo di ottenere un accordo capace di mettere fine a settimane di guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale. Il Brent supera quota 111 dollari al barile dopo il balzo di quasi l’8% registrato la scorsa settimana, mentre il West Texas Intermediate si avvicina ai 108 dollari. A sostenere ulteriormente la corsa del greggio contribuiscono le nuove dichiarazioni del presidente americano, che attraverso un messaggio pubblicato sui social ha lanciato un duro ultimatum a Teheran. “Per l’Iran il tempo sta scadendo e farebbero meglio a muoversi rapidamente o non resterà più nulla di loro. Il tempo è essenziale”, ha scritto Trump, riaccendendo immediatamente le tensioni sul mercato energetico.
Dall’inizio degli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio, il petrolio ha registrato un rialzo superiore al 50%, mentre il traffico ridotto attraverso Hormuz continua a comprimere l’offerta proveniente dai produttori del Golfo Persico. Secondo Morgan Stanley il mercato si trova ormai in una vera e propria “corsa contro il tempo”, perché i fattori che finora hanno limitato l’esplosione delle quotazioni rischiano di indebolirsi rapidamente qualora il blocco dello stretto dovesse proseguire anche nel mese di giugno.
Gli operatori continuano a guardare con grande cautela agli sviluppi diplomatici. Charu Chanana di Saxo Markets sottolinea che il mercato ha assistito a numerosi annunci e indiscrezioni su possibili soluzioni negoziali, senza però vedere emergere un meccanismo credibile capace di eliminare davvero il rischio sull’offerta legato a Hormuz. Secondo l’analista, il premio per il rischio incorporato nelle quotazioni del greggio continuerà quindi a rimanere elevato ancora a lungo.
Nuove pressioni sull’offerta globale arrivano anche dalla decisione dell’amministrazione Trump di lasciare scadere la deroga che consentiva la vendita di petrolio russo, una scelta presa nonostante la richiesta avanzata dall’India di prorogare il provvedimento. Il venir meno dell’esenzione rischia di aumentare ulteriormente le difficoltà di approvvigionamento energetico per diversi Paesi asiatici già colpiti dalle tensioni in Medio Oriente.
Il fine settimana ha registrato anche nuovi episodi di instabilità nell’area del Golfo Persico. Alcune infrastrutture energetiche sono finite nel mirino degli attacchi e un raid condotto con droni ha provocato un incendio in un impianto nucleare degli Emirati Arabi Uniti, episodio che ha riportato l’attenzione sulla fragilità del cessate il fuoco attualmente in vigore.
Anche i segnali provenienti dall’Iran confermano quanto le distanze tra le parti restino ancora profonde. Secondo quanto riportato da alcuni media semi-ufficiali iraniani, Washington non avrebbe offerto “alcuna concessione concreta”, continuando invece a chiedere all’Iran concessioni che non era riuscita a ottenere durante la guerra. L’agenzia Mehr ha spiegato che questa impostazione rischia di spingere i negoziati verso un nuovo stallo diplomatico.
La Casa Bianca continua intanto a monitorare costantemente l’evoluzione del conflitto. Secondo Axios, Donald Trump ha incontrato sabato il vicepresidente JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff, il segretario di Stato Marco Rubio e il direttore della CIA John Ratcliffe per discutere dell’andamento della guerra. Nuovi colloqui con il team per la sicurezza nazionale sarebbero previsti anche nella giornata di domani.
Trump ha ribadito ad Axios di voler raggiungere un accordo con Teheran, precisando però che gli Stati Uniti restano ancora lontani dalle condizioni considerate accettabili dalla Casa Bianca. Il presidente americano ha spiegato di essere in attesa di una nuova proposta iraniana aggiornata, aggiungendo che “l’Iran dovrà arrivare dove vogliamo noi oppure verrà colpito duramente, e loro non lo vogliono”.
Anche Israele mantiene alta la pressione militare. Zev Elkin, membro del gabinetto di sicurezza del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che il Paese è pronto a riprendere immediatamente gli attacchi contro l’Iran qualora Trump decidesse di riattivare le operazioni militari. “Abbiamo obiettivi che vogliamo colpire”, ha affermato Elkin in un’intervista alla radio Kan.
Dall’inizio del cessate il fuoco entrato formalmente in vigore l’8 aprile, Trump ha più volte minacciato di riavviare la campagna di bombardamenti iniziata il 28 febbraio, mantenendo elevata l’incertezza geopolitica e continuando ad alimentare la volatilità sui mercati energetici globali.
ORO
L’oro resta sotto pressione mentre lo stallo nei negoziati per la riapertura dello Stretto di Hormuz continua ad alimentare i timori di inflazione e a provocare forti tensioni sui mercati obbligazionari globali. Il lingotto arriva a perdere fino all’1,3% prima di ridurre gran parte delle perdite e riportarsi in area 4.535 dollari l’oncia, dopo aver archiviato la scorsa settimana con un ribasso vicino al 4%. Gli investitori continuano a monitorare la distanza ancora molto ampia tra Stati Uniti e Iran nella ricerca di un accordo capace di mettere fine a settimane di guerra e riaprire il corridoio energetico più importante del pianeta, che resta di fatto paralizzato.
A mantenere alta la pressione sul comparto dei metalli preziosi contribuisce anche il nuovo rialzo del petrolio. Le quotazioni del greggio sono tornate a salire dopo che Donald Trump ha rilanciato le minacce contro Teheran, aumentando i timori di nuove tensioni inflazionistiche e rafforzando le aspettative di possibili rialzi dei tassi d’interesse. Uno scenario che continua a rappresentare un fattore negativo per l’oro, trattandosi di un asset privo di rendimento.
Dall’inizio del conflitto il metallo prezioso si muove all’interno di una fascia relativamente ristretta dopo il forte crollo registrato nelle prime fasi della guerra. Gli operatori stanno cercando di bilanciare due rischi opposti: da una parte la possibilità che l’inflazione resti elevata e costringa le banche centrali a mantenere una politica monetaria restrittiva, dall’altra il timore che il protrarsi della crisi geopolitica possa rallentare la crescita globale e spingere successivamente verso nuovi allentamenti monetari. Dall’inizio delle ostilità il lingotto registra comunque una flessione di circa il 14%.
Le tensioni geopolitiche restano molto elevate anche dopo il cessate il fuoco formalmente in vigore. Un attacco con droni avvenuto domenica e culminato con un incendio in una centrale nucleare degli Emirati Arabi Uniti ha riportato al centro dell’attenzione la fragilità della tregua in Medio Oriente e il rischio di una nuova escalation militare nell’area.
La crescente preoccupazione per una fiammata inflazionistica legata alla guerra ha provocato forti vendite sui mercati obbligazionari internazionali. I rendimenti governativi sono balzati in tutto il mondo mentre aumentano i dubbi sulla velocità con cui le forniture energetiche mediorientali potranno tornare alla normalità. Il rialzo dei tassi di mercato continua così a ridurre l’attrattiva dell’oro.
Secondo Daniel Hynes, senior commodity strategist di ANZ Group, il profilo rischio-rendimento del lingotto si è deteriorato con l’aumento dei rendimenti obbligazionari, spingendo numerosi investitori a ridurre le proprie posizioni sul metallo prezioso. L’analista ritiene però che nel medio periodo le banche centrali potrebbero essere costrette a tornare verso politiche monetarie più accomodanti per sostenere la crescita economica, elemento che continuerebbe a rappresentare un supporto importante per l’oro. ANZ mantiene infatti una previsione di lungo periodo che vede il lingotto salire fino a 6.000 dollari l’oncia entro la metà del 2027.
Anche la domanda fisica continua a mostrare dinamiche divergenti tra i principali Paesi consumatori. In India gli acquisti di oro stanno rallentando sensibilmente dopo l’inasprimento delle politiche sulle importazioni introdotte dal governo nel tentativo di difendere la rupia, precipitata sui minimi storici. I trader segnalano che le importazioni di lingotto nel Paese si sono ormai ridotte a livelli minimi a causa dell’aumento dei dazi e delle restrizioni introdotte da Nuova Delhi. Nel fine settimana il governo indiano ha inoltre irrigidito ulteriormente anche le regole sulle importazioni di argento.
La debolezza della domanda indiana potrebbe però essere compensata da acquisti più solidi provenienti dalla Cina, che continua a rappresentare uno dei principali motori del mercato globale dei metalli preziosi.
L’attenzione degli investitori si sposta ora anche sulla pubblicazione dei verbali dell’ultima riunione della Fed, attesi nel corso della settimana. Gli operatori cercheranno indicazioni più precise sulla futura traiettoria dei tassi americani in una fase in cui il conflitto in Medio Oriente e il rialzo dell’energia continuano ad aumentare l’incertezza sul quadro macroeconomico globale.
DATI MACRO E APPUNTAMENTI DI RILIEVO
In Italia l’attenzione resta concentrata sui dati Istat relativi al commercio estero e ai prezzi all’importazione di marzo, attesi in mattinata. Numeri che arrivano in una fase caratterizzata da forti tensioni energetiche internazionali e da crescenti pressioni sui costi legate alla crisi nello Stretto di Hormuz.
Per l’Eurozona il principale appuntamento della settimana sarà rappresentato dagli indici Pmi in calendario giovedì, considerati fondamentali per valutare lo stato di salute dell’economia europea in un contesto ancora segnato dall’instabilità geopolitica e dalle difficoltà nelle catene di approvvigionamento energetico.
Secondo Unicredit, l’indice composito dell’area euro dovrebbe scendere ulteriormente a 48,5 a maggio dal 48,8 precedente, segnalando una crescita economica ancora molto debole e compatibile con un Pil in rallentamento. Gli analisti sottolineano come le tensioni in Medio Oriente e i problemi nei trasporti attraverso Hormuz continuino a rappresentare un importante rischio al ribasso per l’attività economica europea.
I dati di aprile avevano già mostrato un netto rallentamento del comparto servizi, mentre la manifattura aveva beneficiato soprattutto dell’accumulo di scorte. Una dinamica che, secondo la banca italiana, potrebbe essersi protratta anche nel mese di maggio. Particolare attenzione sarà rivolta ai dettagli dei dati per capire in che misura l’aumento dei costi energetici e delle materie prime si stia trasferendo sui prezzi finali, oltre a eventuali primi segnali di indebolimento del mercato del lavoro nell’Eurozona.
ULTIME NEWS SUI TITOLI
Ecco le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
LEONARDO, AIRBUS. Gli Emirati Arabi Uniti stanno valutando nuove partnership industriali nel settore della difesa con diversi gruppi europei, tra cui Leonardo e Airbus. In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro dell’Economia e del Turismo Abdulla bin Touq Al Marri ha spiegato che Abu Dhabi guarda con interesse alle aziende europee dotate di competenze consolidate nella difesa e nell’aerospazio. Il ministro ha inoltre confermato che si sono già svolti incontri tra Leonardo e il gruppo emiratino Edge per discutere possibili collaborazioni industriali e joint venture.
STELLANTIS, NIDEC. La giapponese Nidec ha deciso di chiudere le joint venture attive nel settore dei veicoli elettrici con Guangzhou Automobile Group e Stellantis. La decisione è stata annunciata dall’amministratore delegato Mitsuya Kishida in un’intervista al quotidiano Nikkei, nell’ambito di una revisione strategica delle attività legate alla mobilità elettrica.
GENERALI, BLACKROCK. BlackRock ha superato la soglia del 5% nel capitale di Generali. Dall’aggiornamento Consob sulle partecipazioni rilevanti emerge che il colosso americano detiene una quota aggregata leggermente superiore al 5%, di cui il 3,14% con diritto di voto. La parte restante è legata ad azioni coinvolte in operazioni di prestito titoli e strumenti derivati. L’operazione risulta datata 12 maggio.
ENI, NOUVEAU MONDE GRAPHITE. Eni ha completato un investimento da 70 milioni di dollari nella canadese Nouveau Monde Graphite, società specializzata nella produzione di grafite naturale e materiali avanzati per batterie. Con l’operazione il gruppo energetico italiano acquisisce una partecipazione dell’11,6% nel capitale della società nordamericana.
CIR. Cir ha rivisto al rialzo il corrispettivo dell’offerta pubblica di acquisto parziale lanciata su un massimo di 50 milioni di azioni proprie, pari al 5,46% del capitale sociale. Il nuovo prezzo è stato fissato a 0,70 euro per azione rispetto ai precedenti 0,68 euro.
EUROGROUP LAMINATIONS. Il consiglio di amministrazione della società si riunisce per l’approvazione dei risultati del primo trimestre.
FTSE MIB. Lo stacco delle cedole da parte di 22 società blue chip di Piazza Affari, pari a oltre metà del paniere principale, dovrebbe avere un impatto tecnico sull’indice Ftse Mib stimato attorno all’1,51% alla riapertura odierna dei mercati, secondo le valutazioni degli operatori.
A livello internazionale sono da monitorare:
RYANAIR. Ryanair ha avvertito che i costi potrebbero aumentare nel corso dell’anno se i prezzi del carburante non coperti da hedging dovessero restare sugli attuali livelli elevati. La compagnia low cost si prepara infatti a sostenere spese più alte non solo per il jet fuel, ma anche per personale e manutenzione degli aeromobili.
SAMSUNG ELECTRONICS. Le azioni Samsung Electronics hanno registrato un forte rialzo dopo l’avvio di negoziati decisivi tra il management e il principale sindacato interno per cercare di evitare uno sciopero che rischierebbe di compromettere l’operatività del maggiore produttore mondiale di chip di memoria.
ANTHROPIC. Anthropic ha accettato di presentare al Financial Stability Board il proprio modello di intelligenza artificiale Mythos. Secondo quanto riportato dal Financial Times, la società illustrerà ai membri dell’organismo internazionale le vulnerabilità individuate dal sistema AI nelle difese cyber del sistema finanziario globale
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di Francesco Sicuro












































