Inflazione persistente e mercati sotto pressione
I rendimenti dei titoli di Stato globali hanno continuato a salire nel corso dell’ultima settimana, mentre le crescenti pressioni inflazionistiche hanno peggiorato il sentiment degli investitori. Nel commento settimanale di Mark Dowding, Fixed Income CIO di RBC BlueBay AM, emerge come il mercato stia iniziando a mettere in discussione l’idea che il ritorno dell’inflazione verso il target del 2% possa avvenire in modo rapido e ordinato.
Il Tesoro statunitense ha emesso debito trentennale con una cedola del 5% per la prima volta dal 2007, un segnale che evidenzia quanto il mercato richieda premi sempre più elevati per finanziare il debito americano. Allo stesso tempo, l’IPC statunitense resta sopra il target della Federal Reserve da oltre 60 mesi consecutivi, un dato che continua a pesare sulle aspettative.
Secondo Dowding, il rialzo dei prezzi energetici legato al conflitto in Medio Oriente spiega solo in parte l’accelerazione inflazionistica. Il balzo dell’IPP statunitense dei beni intermedi dal 4% al 6% mostra infatti come le pressioni sui prezzi si stiano diffondendo ben oltre il comparto energetico.
Anche il più recente rapporto sull’IPC americano ha mostrato che l’inflazione nei beni e nei servizi è molto più ampia del previsto, mettendo potenzialmente in discussione la narrativa più accomodante della Fed in vista del prossimo meeting del FOMC.
Molti economisti continuano a sostenere che l’inflazione tenderà naturalmente a rientrare verso la media storica. In teoria, una normalizzazione delle catene di approvvigionamento in Medio Oriente potrebbe favorire un calo del petrolio nel corso del prossimo anno. Eppure, Dowding sottolinea come più a lungo l’inflazione resta elevata, più il rischio è che si radichi nelle aspettative di imprese e lavoratori.
Questo meccanismo rischia di tradursi in richieste salariali più aggressive, nel tentativo di proteggere il potere d’acquisto. Una dinamica che potrebbe diventare ancora più evidente in un mercato del lavoro che, almeno per ora, continua a restare relativamente solido.
Tecnologia, IA e il nuovo ciclo inflazionistico
La crescita economica statunitense continua a essere sostenuta dai massicci investimenti aziendali nella tecnologia e nell’intelligenza artificiale, un elemento che sta modificando profondamente il quadro macroeconomico globale.
Dowding osserva come la riduzione della forza lavoro migrante nei settori a basso salario stia già spingendo molte aziende americane ad aumentare le retribuzioni per coprire ruoli legati ai servizi domestici, all’assistenza o alla manutenzione. Un fenomeno che contribuisce a mantenere viva la pressione sui salari.
Nel dibattito macroeconomico, una delle principali argomentazioni a favore di un futuro calo dell’inflazione riguarda proprio l’IA, considerata una possibile fonte di forti guadagni di produttività. Secondo questa visione, l’automazione e l’efficienza tecnologica dovrebbero contribuire a ridurre i costi e raffreddare i prezzi.
Dowding invita però alla cautela. Nel breve periodo, la corsa globale alla costruzione di data center e all’espansione delle infrastrutture digitali sta generando nuove carenze produttive e pressioni sulla domanda di capitale, energia e materiali. In altre parole, l’IA rischia di essere inflazionistica prima di diventare disinflazionistica.
Anche la teoria della stagnazione secolare potrebbe trovarsi davanti a un cambio di paradigma. Negli ultimi dieci anni l’eccesso di risparmio rispetto agli investimenti aveva favorito tassi bassi e inflazione contenuta. Ora lo scenario appare differente: i pensionati iniziano a consumare i propri risparmi proprio mentre la spesa per investimenti accelera.
Per Dowding, questo potrebbe significare entrare in una fase caratterizzata da inflazione e tassi strutturalmente più elevati rispetto al passato recente, soprattutto durante questo nuovo ciclo di investimenti intensivi legati alla trasformazione tecnologica.
Nel lungo termine, l’intelligenza artificiale potrebbe effettivamente frenare la crescita salariale e produrre effetti più disinflazionistici. Ma, osserva Dowding, i dati attuali non mostrano ancora alcun segnale concreto in questa direzione.
Fed attendista e crisi energetica globale
Nonostante l’inflazione elevata, la Federal Reserve guidata da Kevin Warsh sembra intenzionata a mantenere una posizione relativamente ottimista sull’evoluzione dei prezzi. Secondo Dowding, la soglia per un nuovo rialzo dei tassi resta molto alta, anche in presenza di condizioni finanziarie considerate ancora accomodanti.
Le previsioni indicano che l’IPC headline americano potrebbe raggiungere il 4,5% nei prossimi due mesi, ma il FOMC continua a considerare gran parte delle pressioni inflazionistiche come temporanee, confidando in una futura normalizzazione energetica e logistica.
Il problema è che questa ipotesi dipende strettamente dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Dowding evidenzia come il mercato continui a dare quasi per scontato un imminente accordo di pace, alimentato anche da indiscrezioni e speculazioni che emergono ogni volta che i mercati iniziano a correggere.
La realtà sul terreno appare però molto più complessa. Con il passare delle settimane, la leva strategica dell’Iran sembra aumentare, mentre l’amministrazione Trump appare sempre più interessata a trovare una via d’uscita dal conflitto.
Secondo Dowding, appare prematuro immaginare una rapida soluzione dello stallo geopolitico. Di conseguenza, i rischi al rialzo sui prezzi dell’energia restano elevati, soprattutto con il progressivo esaurimento delle riserve globali.
In questo contesto, Dowding continua a privilegiare i bond indicizzati all’inflazione, mantenendo invece una posizione più neutrale su Bund tedeschi e Treasury americani.
Più costruttiva la view sul Giappone. Secondo Dowding, l’inflazione giapponese appare più facilmente controllabile e la forte pendenza della curva dei rendimenti rende i JGB particolarmente interessanti.
Gli incontri con gli investitori giapponesi avrebbero mostrato una crescente propensione verso il reddito fisso domestico, con diversi operatori attratti dai rendimenti dei JGB a lunga scadenza, che su base coperta dal rischio cambio si avvicinano al 7% in dollari.
Dowding ritiene che i fondi pensione giapponesi, storicamente sottopesati sul mercato domestico, possano rappresentare nei prossimi mesi una base di supporto importante per il comparto obbligazionario locale.
Regno Unito tra caos politico e crisi della sterlina
Sul fronte europeo, il Regno Unito continua a rappresentare uno dei principali elementi di fragilità per i mercati finanziari globali.
Dowding descrive una situazione politica sempre più instabile, con il Primo Ministro Keir Starmer ormai “sull’orlo del baratro” dopo una serie di dimissioni ministeriali legate alla perdita di fiducia nella leadership del governo.
L’emergere di Andy Burnham come possibile successore complica ulteriormente il quadro. Il sindaco di Manchester dovrebbe infatti prima ottenere un seggio alla Camera dei Comuni, passaggio tutt’altro che scontato alla luce degli ultimi risultati elettorali.
Secondo Dowding, il rischio politico nel Regno Unito è destinato a restare elevato ancora a lungo, con gli investitori che potrebbero continuare a chiedere un premio crescente per detenere asset britannici.
Per questo motivo, Dowding conferma di aver incrementato le posizioni corte sulla sterlina, ritenendo molto difficile immaginare un rally sostenibile della valuta britannica in presenza di un’economia debole e di una situazione politica tanto fragile.
Il sentiment sui Gilt britannici continua infatti a deteriorarsi, con i rendimenti che hanno raggiunto i massimi degli ultimi trent’anni.
Wall Street continua a correre ma i rischi aumentano
Nonostante il deterioramento del quadro macroeconomico e geopolitico, Wall Street continua a mostrare una sorprendente resilienza.
Dowding osserva come il momentum dello S&P 500 stia continuando a sostenere i mercati azionari americani, alimentato da consumatori e imprese ancora disposti a utilizzare leva finanziaria.
La Fed guidata da Warsh, almeno per ora, sembra poco incline a contrastare questa dinamica. Per questo motivo il rally potrebbe proseguire ancora, anche se le valutazioni appaiono sempre più tirate.
Dowding ritiene che solo una vera recessione americana potrebbe interrompere la radicata mentalità del “buy the dip”, ormai diventata dominante tra gli investitori statunitensi.
La situazione appare diversa per gli asset non americani e per il credito globale. Dowding continua infatti a mostrare cautela sugli spread creditizi, ritenendo difficile immaginare ulteriori restringimenti significativi in presenza di un flusso di notizie economiche che si preannuncia molto complesso nei prossimi mesi.
Sul piano politico, Dowding descrive una situazione sempre più caotica sia a Washington sia a Westminster. Negli Stati Uniti crescono le speculazioni sulle elezioni di metà mandato e persino su scenari estremi di impeachment contro Trump nel 2027.
Nel Regno Unito, invece, il rischio è quello di assistere a una nuova crisi di mercato legata alla fragilità dei Gilt e alla possibilità di una leadership laburista ancora più spostata a sinistra.
Secondo Dowding, gli investitori potrebbero scegliere di “vendere prima e fare domande poi”, alimentando nuove tensioni sui mercati britannici e sulla sterlina in una fase già estremamente delicata per gli equilibri finanziari globali.

di Francesco Sicuro











































