Il rally dell’oro non racconta il collasso del dollaro
Negli ultimi anni, già prima dello scoppio della guerra in Iran, l’oro e i metalli preziosi hanno vissuto un lungo rally che molti osservatori hanno interpretato come un progressivo tentativo di affrancarsi dal dollaro statunitense. Una narrativa diventata particolarmente diffusa soprattutto in relazione alla Cina e al crescente dibattito sul cosiddetto “debasement trading”, cioè la ricerca di asset alternativi in risposta alla traiettoria fiscale sempre più fragile degli Stati Uniti.
Come si legge nell’analisi di Stephen Coltman, Head of Macroeconomics di 21shares, questa interpretazione coglie soltanto una parte del problema. Coltman riconosce infatti che l’attuale percorso fiscale americano possa rappresentare nel tempo un rischio concreto per la sostenibilità del debito sovrano statunitense, ma sottolinea come il comportamento effettivo del mercato non sia coerente con una vera spirale di svalutazione monetaria.
Coltman ricorda che i meccanismi che portano un Paese verso una crisi valutaria sono storicamente ben conosciuti: una moneta subisce un declino persistente rispetto alle altre divise, l’inflazione accelera più rapidamente della capacità della banca centrale di reagire con rialzi dei tassi, i capitali iniziano a fuggire e il governo introduce misure straordinarie per arginare la crisi.
Secondo Coltman, negli Stati Uniti oggi non si osserva nulla di tutto questo. Il dollaro si è certamente indebolito rispetto ai massimi recenti, ma continua a muoversi all’interno del proprio range quinquennale e rimane addirittura più forte rispetto a dieci anni fa.
Per Coltman, dunque, il rally dell’oro non può essere spiegato semplicemente come una fuga dall’USD. La vera trasformazione riguarda piuttosto il modo in cui il metallo prezioso viene percepito dagli investitori globali. L’oro non viene più acquistato soltanto come copertura contro l’inflazione, ma come asset strategico in un contesto geopolitico sempre più frammentato.
Secondo Coltman, un ruolo decisivo in questo processo viene svolto dagli acquisti delle grandi banche centrali, che stanno progressivamente aumentando le riserve auree in risposta ai nuovi equilibri geopolitici globali.
La Cina e il surplus commerciale dietro l’esplosione dell’oro
Per Coltman, il vero motore dell’impennata dell’oro non è però il dollaro, bensì l’enorme surplus commerciale cinese. Gli enormi flussi commerciali della Cina generano una pressione strutturale al rialzo sullo yuan. Gli esportatori cinesi, infatti, convertono continuamente dollari in valuta locale, creando una spinta che andrebbe nella direzione opposta agli obiettivi di Pechino, interessata invece a mantenere una moneta competitiva.
Per evitare un rafforzamento eccessivo dello yuan, il sistema bancario cinese interviene acquistando dollari e immettendo liquidità nel sistema. Ed è proprio questo eccesso di liquidità, secondo Coltman, a rappresentare il vero carburante del rally dell’oro e degli altri asset privi di rischio di controparte.
Coltman sottolinea come questa dinamica emerga chiaramente osservando i flussi degli ETF sull’oro. Le quote contenute in GLD, il principale ETF aurifero quotato negli Stati Uniti, si trovano oggi su livelli simili a quelli del 2020. Al contrario, il più grande fondo sull’oro quotato in Cina ha visto il valore delle proprie quote quintuplicarsi nello stesso periodo.
C’è poi un altro elemento che, secondo Coltman, racconta molto bene la natura geografica di questo movimento: tutti i principali guadagni dell’oro dal 2019 si sono verificati durante la sessione asiatica di trading.
La dinamica si sarebbe però parzialmente invertita dall’inizio del conflitto in Iran. Secondo Coltman, il recente indebolimento del prezzo dell’oro riflette il fatto che gli interventi valutari abbiano iniziato a muoversi nella direzione opposta. Le economie più dipendenti dalle importazioni energetiche hanno infatti subito una fuga di capitali e una contrazione della liquidità interna, arrivando in alcuni casi a vendere parte delle proprie riserve auree.
In Cina, spiega Coltman, questo processo rimane molto più difficile da osservare direttamente a causa del controllo esercitato dal sistema finanziario e monetario.
Perché le criptovalute non hanno replicato il rally dell’oro
Coltman affronta poi una domanda centrale per gli investitori: se anche le criptovalute riducono il rischio di controparte e risultano meno dipendenti dalle decisioni delle banche centrali, perché non hanno vissuto un rally parallelo a quello dell’oro? La risposta è semplice: in Cina il trading di criptovalute è vietato.
Secondo Coltman, i cittadini cinesi sorpresi a operare su asset digitali rischiano il congelamento dei conti bancari e persino l’inserimento nelle blacklist del credito sociale. Questo limite normativo impedisce alle enormi masse di liquidità generate dal surplus commerciale cinese di riversarsi direttamente sulle criptovalute.
La situazione cambia invece nei Paesi caratterizzati da forte svalutazione monetaria e sistemi bancari instabili. Coltman osserva come proprio in queste economie si registrino oggi i più elevati tassi di adozione delle criptovalute.
Coltman cita esempi molto chiari: Argentina, Venezuela, Turchia, Etiopia, Russia, Ucraina, Nigeria e Pakistan. In questi Paesi, gli asset digitali vengono utilizzati non solo per finalità speculative, ma anche come strumenti di protezione dall’inflazione, mezzi di pagamento transfrontalieri e alternative ai sistemi bancari tradizionali.
Secondo Coltman, molti investitori stanno progressivamente spostando parte delle proprie allocazioni verso gli asset digitali proprio perché offrono caratteristiche simili all’oro, ma con una minore esposizione ai fattori geopolitici e alle strategie delle banche centrali.
Per Coltman, il fenomeno osservato oggi in Cina rappresenta soprattutto una gigantesca storia di liquidità: surplus commerciali elevatissimi, interventi monetari e ricerca di asset alternativi stanno ridefinendo il comportamento dei capitali globali.
Oro e criptovalute diventano strumenti complementari
Coltman sottolinea come oro e criptovalute condividano oggi una funzione sempre più importante: garantire indipendenza finanziaria in un mondo caratterizzato da maggiore instabilità fiscale, geopolitica e monetaria.
Secondo Coltman, entrambi gli asset svolgono un ruolo di copertura contro la svalutazione monetaria perché non dipendono da una controparte centrale. Le dinamiche che ne influenzano l’andamento nel breve periodo, però, restano molto diverse.
L’oro continua a essere fortemente influenzato dalle strategie delle banche centrali, dagli squilibri commerciali e dalle dinamiche della liquidità asiatica. Le criptovalute, invece, rispondono maggiormente ai flussi privati, ai contesti normativi e alla ricerca di alternative ai sistemi bancari tradizionali.
Per Coltman, il contesto globale sta entrando in una fase in cui la semplice copertura tramite un solo hedge potrebbe non essere più sufficiente. L’aumento della volatilità valutaria, le tensioni sui mercati del finanziamento e le traiettorie fiscali considerate sempre più fragili stanno infatti modificando profondamente il modo in cui gli investitori costruiscono portafogli resilienti.
Secondo Coltman, proprio per questo motivo gli investitori dovrebbero iniziare a valutare allocazioni sia in oro sia in criptovalute. In un mondo caratterizzato da crescente instabilità fiscale e geopolitica, conclude Coltman, la protezione del patrimonio richiederà strumenti di difesa molto più articolati rispetto al passato.

di Francesco Sicuro











































