Settimana a quattro temi: geopolitica, summit Trump-Xi, inflazione Usa e la fine dell'era Powell

Settimana a quattro temi: geopolitica, summit Trump-Xi, inflazione Usa e la fine dell'era Powell

Wall Street continua a correre sui massimi storici, sostenuta da una delle migliori stagioni degli utili degli ultimi decenni. Ma dietro il rally si nasconde un equilibrio fragile: il Tech domina incontrastato, mentre gran parte del mercato resta indietro. Tra inflazione americana, tensioni in Iran, petrolio in rialzo e il passaggio di consegne alla Fed tra Powell e Warsh, la settimana che si apre potrebbe diventare uno spartiacque per mercati, tassi e settori globali.

Utili record

Da una parte Wall Street, dove gli utili comandano e il momentum sembra inarrestabile. Dall'altra l'Europa, appesantita dal petrolio, dall'Iran e da un'economia che fatica a trovare la direzione giusta. La scorsa settimana quella frattura si è allargata ancora.

Come si legge nel commento a cura di Gabriel Debach, market analyst di eToro, è il quarto venerdì consecutivo con i principali indici americani che chiudono su nuovi massimi storici. Per l’S&P 500 sono arrivati altri tre All-Time High soltanto nella scorsa settimana, quindici da inizio anno, con un progresso settimanale del +2,33% e la sesta settimana consecutiva in rialzo. Anche il Nasdaq 100 continua ad aggiornare i record: tre nuovi massimi storici negli ultimi cinque giorni, undici da inizio anno e una performance settimanale del +5,50%.

Ma il rally di Wall Street non nasce da una semplice euforia speculativa. È sostenuto da una stagione degli utili, quella del Q1 2026, che sta riscrivendo molte statistiche storiche. Debach evidenzia come dei 440 componenti dell’S&P 500 che hanno già pubblicato i conti del primo trimestre, l’83,2% abbia battuto le stime sugli utili per azione, contro una media storica del 67% dal 1994. Negli ultimi quattro trimestri il dato si era fermato al 78%.

Anche il fattore sorpresa aggregato mostra una forza rara: +8,1%, quasi il doppio della media storica del 4,4%. Sul fronte dei ricavi, il 78,2% delle aziende ha superato le attese contro una norma storica del 63%.

Nel frattempo, le stime sugli utili continuano a salire. Gli earnings ponderati per la capitalizzazione sono passati da 598,7 a 681,3 miliardi di dollari durante la reporting season, con un rialzo del +13,8% nelle sole revisioni trimestrali. La crescita annuale degli utili del primo trimestre si attesta al +28,6%, che diventa addirittura +30% escludendo l’energia.

A trainare tutto resta la tecnologia. Secondo Debach, il comparto Tech registra una crescita del +52,5% anno su anno, mentre i semiconduttori volano a +110,2%, confermandosi il cuore pulsante del nuovo ciclo legato all’intelligenza artificiale.

Il dominio del Tech

La rotazione settoriale dell’ultima settimana mette il quadro ancora più in prospettiva. Guardando le performance settoriali americane, il dato è inequivocabile: XLK, l’ETF tecnologico, ha guadagnato l’8,43% in cinque sedute, contro il +2,35% dello SPY. Tutti gli altri dieci settori dell’S&P 500 hanno sottoperformato l’indice.

Debach sottolinea come non si tratti di un episodio isolato. Dal 27 febbraio, data di inizio del conflitto in Iran, il Tech è stato l’unico settore capace di battere l’S&P 500: +26,65% contro il +7,82% dell’indice. Anche nel mese corrente la dinamica resta identica: XLK a +10,04% contro uno SPY a +2,64%.

L’altro lato della medaglia è rappresentato dall’Energia. L’ETF XLE perde il -5,35% nella settimana e il -6,62% da inizio mese, nonostante da inizio anno resti ancora il settore leader con un +25,39%.

Guardando il quadro YTD, la situazione appare più equilibrata. Sei settori su undici battono ancora l’S&P 500 (+8,46%): Energia (+25,39%), Tech (+22,07%), Materiali (+14,27%), Industriali (+11,97%), Real Estate (+10,80%) e Consumer Staples (+8,98%). Soltanto tre comparti restano in negativo: Communication Services (-0,35%), Finanziari (-5,96%) e Healthcare (-6,93%).

Per Debach, questo significa che il mercato non è ancora completamente monodimensionale. Ma nel breve periodo, tra settimana, mese e fase successiva all’escalation iraniana, il Tech ha preso il comando e non lo ha più lasciato.

Eppure, dietro i massimi storici si nasconde una fragilità evidente. Gli indicatori di ampiezza del mercato mostrano un quadro sorprendentemente debole. Solo il 51,2% dei titoli dell’S&P 500 si trova sopra la propria media mobile a 50 giorni, mentre appena il 53% resta sopra la 200 giorni. Ancora più debole il dato relativo alla media a 100 giorni: meno del 46% dei titoli viaggia sopra questo livello, con un crollo del 12% in sole cinque sedute.

La divergenza, spiega Debach, è a doppio taglio. Da un lato segnala un rally fragile, dipendente da pochi protagonisti. Se uno dei grandi nomi tecnologici dovesse deludere, mancherebbe una base sufficientemente ampia di titoli in forza per sostenere il mercato. Dall’altro lato, proprio questa debolezza diffusa potrebbe rappresentare potenziale latente. Se i settori rimasti indietro dovessero agganciarsi al movimento, l’S&P 500 avrebbe spazio per estendere il rialzo su basi più solide.

Europa e settimana decisiva

In Europa, la settimana si è chiusa in sostanziale parità. L’eccezione resta il FTSE MIB, che guadagna il +2,16% e si conferma tra i migliori listini europei.

Come evidenzia Debach, la stagione degli utili europea resta positiva ma strutturalmente più debole rispetto a quella americana. Dei 211 componenti dello STOXX 600 già rendicontati, il 60,2% ha battuto le stime sugli EPS, sopra la media storica del 54% ma molto distante dall’83% registrato negli Stati Uniti.

Il fattore sorpresa aggregato si attesta all’8,7%, sopra la media di lungo periodo. La nota più debole arriva invece dai ricavi: solo il 53,1% delle aziende ha superato le attese sul fatturato, contro una media storica del 58%. La crescita degli utili del primo trimestre si ferma al +10,2%, mentre i ricavi crescono di appena lo 0,2%.

A livello settoriale, l’Energia domina con un +48,4% di crescita utili. Seguono i Finanziari (+16%) e la Tecnologia (+7,3%). Sul lato opposto si trovano Real Estate (-14,3%) e Utilities (-11%).

La settimana che si apre si presenta particolarmente delicata. Il primo elemento che cambia il tono generale arriva dal Medio Oriente. L’Iran ha respinto la proposta americana e Donald Trump ha commentato duramente: “Ho appena letto la risposta di quelli che si definiscono rappresentanti dell’Iran. Non mi piace quello che ho visto. È semplicemente inaccettabile”.

Il WTI era già risalito sopra i 95 dollari al barile venerdì dopo il riaccendersi degli scontri nel Golfo. Questa mattina la situazione è ulteriormente peggiorata.

Secondo Debach, quattro temi domineranno l’agenda dei prossimi giorni: il rischio geopolitico, il summit Trump-Xi, l’inflazione americana e la fine dell’era Powell.

Il rischio geopolitico torna quindi al centro. Il cessate il fuoco, già fragile dopo gli attacchi alle petroliere e il blocco dei porti iraniani, si è definitivamente incrinato nel weekend. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso e la disruption da 16 milioni di barili al giorno continua a pesare sul mercato energetico globale.

Mercoledì i report mensili di OPEC e IEA assumeranno quindi un peso decisivo.

Giovedì Trump arriverà invece a Pechino per due giorni di summit con Xi Jinping. È la prima visita ufficiale di un presidente americano in Cina dal 2017. Sul tavolo ci saranno dazi, intelligenza artificiale, terre rare e geopolitica.

Sul fronte macroeconomico, il dato più atteso resta il CPI americano di aprile in uscita martedì. Le stime indicano un’inflazione headline al 3,4% anno su anno, il livello più alto da aprile 2024, spinta soprattutto dal caro energia. Sul mese, la variazione dovrebbe rallentare allo 0,6% dopo il +0,9% di marzo, mentre il dato core è visto in accelerazione allo 0,4%.

Mercoledì arriverà il PPI e giovedì le vendite al dettaglio. La lettura combinata di questi dati servirà a capire quanto dell’inflazione energetica stia già filtrando nell’economia reale e quanto margine resti alla Federal Reserve.

Una questione che assume un significato ancora più delicato perché venerdì 15 maggio scade ufficialmente il mandato di Jerome Powell. Kevin Warsh prenderà il suo posto come diciassettesimo presidente della Federal Reserve, in un passaggio che i mercati obbligazionari osservano con crescente apprensione.

Powell ha dichiarato che resterà governatore ancora per un periodo da definire, fino a un massimo del 31 gennaio 2028, con l’obiettivo di tutelare l’indipendenza della Fed dalle pressioni politiche e legali.

In questo scenario si inserisce anche Scott Bessent, impegnato in Giappone in tre giorni di incontri con il ministro delle Finanze Katayama e la premier Takaichi. Il tema centrale resta lo yen, che continua a indebolirsi, mentre gli investitori monitorano la disponibilità americana a sostenere eventuali interventi sul cambio.

Sul fronte societario, la settimana porterà trimestrali molto attese su entrambe le sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti arriveranno Cisco e Applied Materials, con quest’ultima già in rialzo del 69% da inizio anno. Dalla Cina, Alibaba e JD.com offriranno una fotografia aggiornata della domanda del consumatore cinese.

In Europa sarà invece la settimana di Siemens, Allianz, Siemens Energy, Deutsche Telekom, E.ON, RWE e Telefónica, in un contesto dove industriali, utilities e telecomunicazioni restano tra i comparti più sotto pressione.

Venerdì 15 maggio coinciderà anche con la scadenza dei 13F filing, i documenti con cui i grandi gestori istituzionali americani rendono pubbliche le posizioni detenute al 31 marzo, offrendo una lettura preziosa dei movimenti del denaro professionale durante le turbolenze di inizio anno.

Il calendario macro europeo aggiungerà ulteriore complessità. La Germania pubblicherà lo ZEW di maggio, atteso in calo per il quarto mese consecutivo e potenzialmente ai livelli più bassi dal dicembre 2022. Arriveranno anche la seconda stima del PIL europeo del primo trimestre e la produzione industriale dell’Eurozona.

Per l’Italia, l’attenzione sarà concentrata sulla produzione industriale di marzo, attesa sostanzialmente piatta dopo il debole recupero di febbraio, e sulle stime finali dell’inflazione italiana di aprile, sempre più centrali nel dibattito europeo sui prezzi al consumo.

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