Occupazione
Il mercato del lavoro statunitense continua a mostrare una tenuta superiore alle attese, ma dietro la stabilità apparente iniziano ad emergere fragilità che gli investitori stanno monitorando con crescente attenzione. Come si legge nell’analisi di Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel, la dinamica dell’occupazione non agricola negli Stati Uniti evidenzia una moderata accelerazione, con la media trimestrale dei nuovi occupati salita a 68.000 unità a marzo e una stima per aprile intorno ai 75.000 posti di lavoro.
Come sottolinea Cleveland, il punto centrale non è tanto il numero assoluto delle nuove assunzioni, quanto il fatto che il cosiddetto ritmo di crescita “di pareggio” dell’occupazione, ovvero il livello necessario per mantenere stabile il tasso di disoccupazione, si collochi ormai vicino allo zero. Questo significa che i dati mensili potrebbero oscillare facilmente tra territorio positivo e negativo senza rappresentare necessariamente un cambiamento strutturale del quadro economico.
È proprio questa dinamica a spiegare perché letture particolarmente volatili del mercato del lavoro potrebbero non essere sufficienti, da sole, a modificare l’orientamento della Federal Reserve. In altre parole, il mercato del lavoro americano sta rallentando, ma non abbastanza da costringere immediatamente la banca centrale a cambiare strategia.
Secondo Cleveland, il tasso di disoccupazione dovrebbe restare stabile intorno al 4,3% per il resto del 2026, anche se la soglia del 4,5% viene considerata particolarmente importante. Storicamente, livelli superiori a questo valore hanno spesso anticipato fasi di allentamento monetario da parte della Fed, motivo per cui gli investitori guardano con estrema attenzione a ogni variazione del dato occupazionale.
Partecipazione
Uno degli elementi più rilevanti nell’interpretazione dell’attuale fase del mercato del lavoro americano riguarda il tasso di partecipazione alla forza lavoro. Secondo Payden & Rygel, dopo il calo registrato tra novembre 2025 e marzo 2026, dal 62,5% al 61,9%, il trend potrebbe proseguire anche nei prossimi mesi.
Il fenomeno riflette soprattutto l’invecchiamento della popolazione americana e l’uscita progressiva dei lavoratori più anziani dal mercato del lavoro. Si tratta di una dinamica strutturale che rischia di alterare profondamente la lettura dei dati occupazionali tradizionali.
Come osserva Cleveland, una partecipazione in diminuzione potrebbe infatti contribuire ad assorbire eventuali rallentamenti nella creazione di posti di lavoro, mantenendo stabile — o addirittura riducendo — il tasso di disoccupazione anche in presenza di un’economia meno dinamica.
Per questo motivo, uno degli indicatori considerati più affidabili per valutare lo stato reale del mercato del lavoro americano resta il rapporto tra occupazione e popolazione nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 54 anni. Questo parametro consente infatti di neutralizzare gli effetti demografici e le variazioni della forza lavoro.
A marzo il rapporto si è mantenuto all’80,7%, sostanzialmente in linea con i livelli registrati negli ultimi tre anni. Secondo l’analisi di Cleveland, questo dato continua a suggerire un mercato del lavoro ancora relativamente solido, nonostante il rallentamento del ritmo delle assunzioni osservato negli ultimi trimestri.
Restano però alcuni squilibri nella composizione della crescita occupazionale. Negli ultimi due anni, la maggior parte dei nuovi posti di lavoro si è concentrata nei comparti della sanità e dell’istruzione, settori tradizionalmente meno sensibili al ciclo economico e spesso sostenuti dalla spesa pubblica.
In questo contesto, la ripresa dell’occupazione manifatturiera osservata a marzo viene interpretata da Payden & Rygel come un segnale incoraggiante. Dopo le perdite registrate nel corso del 2025, un consolidamento della ripresa industriale potrebbe rappresentare un elemento importante per riequilibrare la struttura del mercato del lavoro americano.
Salari
Se il mercato del lavoro continua a reggere, il vero nodo dell’economia americana si sta progressivamente spostando sui salari reali e sulla capacità delle famiglie di sostenere i consumi.
Secondo Jeffrey Cleveland, la retribuzione oraria media rappresenta oggi uno degli indicatori più importanti per valutare le prospettive della domanda interna statunitense. In una fase di crescita occupazionale più moderata, il sostegno ai consumi dipenderà infatti sempre di più dall’andamento dei salari reali.
Come evidenzia Payden & Rygel, il reddito aggregato delle famiglie è determinato dalla combinazione tra occupazione totale, ore lavorate e salari medi. Se uno di questi elementi rallenta, gli altri devono compensare per mantenere stabile la capacità di spesa dei consumatori.
Ed è proprio qui che emerge uno dei segnali più delicati dell’attuale fase economica. A marzo, la crescita della retribuzione oraria media reale è scesa allo 0% su base annua, evidenziando un forte rallentamento del potere d’acquisto delle famiglie americane.
Secondo Cleveland, se questa dinamica dovesse protrarsi nei prossimi mesi, il rischio sarebbe quello di vedere una frenata più marcata della spesa dei consumatori, con conseguenze dirette sulle prospettive di crescita dell’economia statunitense.
Il rallentamento dei salari reali arriva inoltre in una fase in cui l’inflazione resta ancora elevata e la Federal Reserve mantiene un atteggiamento prudente sui tassi di interesse. Questo significa che le famiglie americane potrebbero trovarsi strette tra costi ancora elevati e crescita dei redditi sempre meno dinamica.
Per i mercati, il tema occupazione non riguarda quindi più soltanto il numero dei posti di lavoro creati ogni mese. Il vero equilibrio da monitorare riguarda la capacità dell’economia americana di mantenere consumi solidi senza alimentare nuove pressioni inflazionistiche. Ed è proprio su questo fronte che si giocherà una parte importante delle prossime decisioni della Fed.

di Francesco Sicuro













































